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Bill Wambsganss

William Adolph Wambsganss

Nickname : "Bill"o "Wamby"

Nato: 19 Marzo 1894 a Cleveland, OH
Morto: 8 Dicembre 1985 a Lakewood, OH
Debutto: 4 Agosto 1914
Batte:
Destro / Tira: Destro

I contemporanei di Bill Wambsganss, il seconda base dei Cleveland, usavano universalmente la parola "slick" per descrivere il suo gioco difensivo. Fin dal 1926, il suo ultimo anno nelle major, venne ampiamente ricordato come il solo giocatore ad effettuare un triplo gioco senza assistenza nella storia delle World Series, ma lui fu anche un membro importante di quella squadra che vinse le World Series nel 1920 e un giocatore che rimase attivo nel baseball in molti modi, da manager dell'All-American Girls Professional Baseball League al suo lavoro con il baseball al coperto e giovanile. William Adolph Wambsganss era nativo di Cleveland - nato nella zona che dal 1930 era conosciuta come la città di Garfield Height - e visse 91 anni (19 marzo 1894 - 8 dicembre 1985). Era un destro alto 1.80 di 80 kg. Durante i suoi anni nel baseball, era tipicamente conosciuto come Wamby. Il padre era un pastore luterano di nome Philip Wambsganss di 36 anni, nato in Baviera, e nel censimento del 1860 viveva a Root Township, Indiana, con Carrie Shellman, di un anno più giovane, di professione arredatrice di case. Il nome Wambsganss era di origine tedesca, anche se il miglior professore di tedesco al Concordia College di Fort Wayne, Indiana, poteva dire che i componenti della parola significassero cappotto, o almeno una parola che poteva essere stata usata come soprabito all'inizio del 20° secolo in Germania. Bill disse: "Io non so se mi si adatta o no, ma l'ho portato tutta la mia vita e probabilmente lo porterò con me fino alla fine". Non tutti in famiglia lo utilizzarono. La moglie di Bill utilizzò "Wamby" nella rubrica del telefono. William Adolph Wambsganss Jr., assunse il cognome Wamby, come fece Bill Wamby III. A quanto pare un altro nipote di nome Robert preferì il nome storico. Wambsganss era un nome scioglilingua, e non si integrava nel boxscores dei giornali - anche se alcuni editori fecero lo sforzo. Era W'ganss, Wam'g'ss, Wambs's, la W'bsg'ss, e un numero incredibile di altre interpretazioni. A Cleveland, però, il soprannome Wamby fu più o meno formalmente approvato. Bill raccontò a The Sporting News, quando l'azienda di stampa scorecard della League Park gli chiese se potevano accorciarlo, che: "E' stato il titolare di Bang & Bigley, Charlie Bang che gestiva un negozio sotto lo stadio, a chiedermelo. Costui che era il fratello di Ed Bang, redattore sportivo di Cleveland, mi ha fermato un giorno quando ho passato il cancello dello stadio e mi ha chiesto se mi andava bene se avessero ridotto il cognome a Wamby, in modo che il nome si adattasse meglio allo scorecard. Gli ho detto che pensavo che suonasse abbastanza bene". Quando Bill aveva circa due anni, i suoi genitori si trasferirono a Fort Wayne, Indiana. In un primo momento, Bill aveva pensato di seguire le orme di suo padre. Il reverendo Wambsganss iscrisse il figlio al Concordia College. Bill studiò anche per un po' in un seminario di St. Louis. Si laureò nel 1913, ma in realtà si divertì a giocare seconda base nella squadra di baseball universitaria. Il suo idolo era Nap Lajoie, il seconda base degli Indians. Bill divenne quello che qualcuno definì l’opposto di Billy Sunday - un ministro che diventava giocatore di baseball - piuttosto che il contrario. Il padre di Bill non fu minimamente sconvolto. Era un appassionato di baseball lui stesso, e invitò il figlio a proseguire la sua carriera nello sport. Bill trascorse il suo primo anno nei pro, nel 1913, con i Cedar Rapid Rabbits della classe D della Central Association, giocando interbase e battendo .244 in 67 partite. Nel suo secondo anno con i Cedar Rapids, giocò in 84 partite e iniziò a battere decisamente meglio ottenendo una media di .317. Divenne quasi parte della storia del baseball, quando il 10 luglio il lanciatore Lefty Mellinger dei Rabbits lanciò un no-hitter contro Burlington, guastata solo da un errore del prima base che inspiegabilmente fece cadere un "tiro perfetto". L'uomo che aveva raggiunto la prima base venne prontamente eliminato in un doppio gioco. Avanti con la stagione, i Cleveland Naps volevano un battitore della città natale. Il proprietario Charles Somers comprò Bill dai Cedar Rapids il 1° agosto, per una somma di 1250 $. Il manager Joe Birmingham lo mise all’interbase il 4 agosto, alla fine della partita contro gli Washington Nationals, in sostituzione di Ray Chapman. In battuta nella parte bassa del nono, Cleveland  era a due punti da Washington, Wambsganss mise a terra una palla verso il seconda base Wally Smith, e fece segnare un punto mentre Smith lo giocò male. Con due out e le basi piene, Joe Wood colpì sulla seconda e questa volta Smith non sbagliò. Wamby giocò da titolare la prima volta il 10 agosto 1914, dove andò 0 su 2 al piatto. Colpì il suo primo singolo, l'11 dello stesso mese. La sua prima grande partita fu il 16 agosto; andò 2 su 5 con un doppio, e contribuì a completare due doppi giochi. Il 30 settembre, battè un triplo nella parte basa del 12° (in precedenza aveva battuto un doppio) e segnò il punto vincente sul singolo di Nemo Leibold, battendo gli White Sox per 6 a 5. In questo primo anno, come sostituto di Chapman, apparve in 43 partite, battendo .217 con 12 RBI. Sostituì anche il suo eroe d'infanzia, Nap Lajoie la leggenda del baseball, in quattro partite. I Naps (dal cognome di Lajoie) finirono in ultima posizione, e anche l’esterno destro Shoeless Joe Jackson ebbe un anno magro, colpendo solo .338. Nel gennaio 1915, Lajoie fu venduto ai Philadelphia Athletics, lasciando scoperta la posizione del seconda base. La squadra di Cleveland, ribattezzata Indians, scalò una tacca in classifica, raggiungendo il settimo posto, ma erano a 44 partite e ½ dietro ai primi della classe, i Red Sox. Wambsganss ottenne una media battuta ancora più anemica (.195 nella stagione e 21 RBI), ma venne valutato per le sue ottime giocate difensive (slick fielding) - per la prima volta in seconda base - ed apparve in 121 partite. Aveva giocato anche in 35 partite in terza base. Ci furono alcune giocate notevoli, in particolare il 27 luglio nella partita contro Washington, in cui Cleveland ottenne una valida e Washington due - e Washington vinse grazie a Clyde Milan che rubò casa base nel primo inning. Il giorno prima che la stagione del 1916 iniziasse, i Red Sox scambiarono una delle loro più grandi star, Tris Speaker, con gli Indians per Sad Sam Jones, 55 mila dollari in contanti, e la scelta di Boston (da effettuarsi entro 10 giorni) tra Bill Wambsganss e il prospetto Fred Thomas. I Red Sox fecero la scelta sbagliata. Il manager degli Indians Lee Fohl voleva tenere Wamby, così lo mise in panchina a favore di Joe Evans, in modo che gli scout dei Red Sox non potessero avere la possibilità di vederlo in azione. Lo stratagemma pagò, e i Sox selezionarono Thomas. Ray Chapman ebbe subito una serie di infortuni, così Fohl inserì Wamby all’interbase – vi giocò in 106 delle sue 136 partite, e ottenne una media battuta di .246, con 45 RBI. Le statistiche di Wamby potevano non sembrare niente di speciale, ma il suo gioco difensivo era molto considerato. Wamby fu, per lo meno, stabile nel 1917. Aumentò un po’ la sua media, a .255. Tutto il resto rimase lo stesso, tranne che l’interbase Chapman reclamò il suo posto e Wamby giocò quasi tutta la stagione (137 partite) come seconda base. I due lavorarono insieme - Wamby e Chappie erano considerati forse la migliore combinazione di doppio gioco nella league - ma una volta Wambsganss fu su tutti i principali titoli della stampa nazionale a causa di un errore che costò la sconfitta per  8 a 2 con gli White Sox. "WAMBSGANSS TRIPS ON NAME" titolò il Los Angeles Times il 21 giugno. Fece due errori nella stessa partita il 5 giugno - prendendo le palline, e poi facendo un tiro sbagliato - "Cercando di fare troppo" commentò il Boston Globe. Dieci giorni dopo che egli "inciampò sul suo nome", camminò lungo la navata e sposò Effie Mulholland, nativa di Cleveland. Misero su casa a Lakewood, Ohio, vicino a Cleveland, e crebbero una famiglia composta dai figli Mary, Lois e Bill Jr. Con gli Stati Uniti ora nella guerra mondiale, nessuno sapeva come sarebbe andata la stagione del 1918, o come sarebbe stata ridotta. Fu deciso che la stagione sarebbe finita all'inizio di settembre, e per la terza volta in quattro anni, Boston prevalse nella corsa del pennant e vinse le World Series. Il 5 luglio, Wambsganss ricevette l’ordine di presentarsi al Camp Taylor a Louisville, Kentucky. Le sue ultime partite furono le due del 21 luglio di un doubleheader contro Philadelphia, in cui è andò 3 su 5 con due basi rubate e due punti segnati nella prima partita (Cleveland vinse 3 a 2 in 11 innings) e 1 su 3 nella seconda (un pareggio 5-5 dopo otto inning, in modo che entrambe le squadre potessero prendere il treno). Wamby lasciò con una media di .295 e 40 RBI in appena 87 partite. Fece molto bene anche sotto le armi, passando agli ufficiali del campo di addestramento a Camp Gordon in Georgia (nell’intento di privare la squadra di baseball di Camp Taylor di uno dei suoi migliori giocatori). Nel 1919, a guerra finita, il tenente Wambsganss tornò a Cleveland in tempo per giocare in una stagione piena di 139 partite. Bill ebbe uno dei migliori giorni della sua carriera il 18 maggio del 1919, andando a 4 su 4 contro i New York Yankees, con tre singoli e una palla lunga, che sfuggì alle grinfie dell'esterno Ping Bodie, e divenne un fuoricampo interno contro il pitcher George Mogridge, e che portò in finale tre punti per la vittoria di 4 a 3. Era il suo primo fuoricampo in carriera. Realizzò un secondo homer il 15 agosto, contro Jim Shaw degli Washington, ma in una causa persa. Maggio fu complessivamente un buon mese, con Bill che battè .407, a partire dal 24 maggio, ben davanti a Joe Jackson con .386. Ma la stagione si concluse con Wamby che realizzò .278 (con 60 RBI, il numero più alto in carriera), mentre Jackson aveva battuto .351 per i campioni degli Withe Sox - che un anno dopo diventarono noti come i Black Sox. Ancora una volta Wambsganss guidò la league negli errori, con 30. Uno di questi è interessante raccontare: Successe il 10 settembre al Polo Grounds nel settimo inning mentre Ray Caldwell stava lanciando una no-hitter contro gli Yankees. Il New York Times la definì una "facile rimbalzante", di fatto "come una giocata semplice che Wamby avrebbe dovuto prendere in mano ad occhi chiusi. Corse verso la palla e poi la lasciò gocciolare attraverso il suo guanto". La stagione del 1920 fu l'anno in cui "Wambsganss" alla fine divenne, se non proprio un nome famigliare, famoso nel mondo delle persone che conoscevano i fatti insoliti del baseball. Non sono solamente gli stessi giocatori che conoscono a fondo il gioco. Nel 1949, il lanciatore dei Philadelphia A's, Joe Coleman, stava parlando ad un evento per la comunità a Northampton, Massachusetts, e gli fu chiesto se qualcuno avesse mai fatto un triplo gioco senza assistenza nelle World Series. Dovette ammettere di non saperlo - ma Grace Coolidge, l'ex First Lady degli Stati Uniti, rispose tranquillamente: "Si, Bill Wambsganss, interno di Cleveland, nella serie del 1920". Fu anche l'anno in cui venne ucciso, il 16 agosto, l’interbase dei Cleveland, Ray Chapman, mentre era in battuta, colpito da un lancio di Carl Mays. I due avevano lavorato così duramente a perfezionare il doppio gioco che Ray una volta disse del seconda base: "Bill, tu sei l'unico seconda base  che vorrei avere accanto per giocare". Naturalmente, per arrivare alle World Series gli Indians dovettero prima vincere il pennant. Fu una battaglia tra tre team, con Cleveland in vetta, due partite sopra gli White Sox e tre sui New York Yankees. Per Cleveland, fu il loro primo pennant. Gli Indians lo conquistarono il 2 ottobre con una vittoria per 10 a 1, in una partita rapida (1 ora e 28 minuti) che vide Wambsganss andare 3 su 6 con due punti segnati. Aiutò ad eseguire due doppi giochi e avrebbe potuto aver anche un’altra valida, ma venne colpito dalla propria palla battuta nel quarto inning e quindi eliminato. L’allenatore-giocatore Tris Speaker fu il leader del club con una media di .388 e 107 RBI. L’ex terza base dei Red Sox, Larry Gardner, ottenne 118 RBI e .310 di media battuta. Il catcher Steve O'Neill colpì .321. Wamby fu uno degli unici due giocatori a battere sotto .300 (la media squadra fu di .303), finendo la stagione con una media di appena .244. Fu l'unico anno, in un periodo di nove anni consecutivi, in cui non realizzò un numero a due cifre nelle basi rubate. Con 36 errori Wamby fu il leader di tutte le seconde basi in quella categoria, ma era comunque un fondamentale ingranaggio nel lineup di Cleveland. Tre anni dopo, Francis J. Powers, scrivendo di Wambsganss nel The Sporting News, osservò qualcosa del suo rapporto con la prestazione della squadra: "E' una strana coincidenza che quando Bill ha una brutta giornata tutta la squadra va a pezzi". E per lui fu un periodo molto difficile nel tentativo di elaborare la morte del suo compagno del doppio gioco. Le stesse Series furono piene di pietre miliari. Cleveland giocò contro i Brooklyn Robins, che avevano vinto con facilità la National League. Tra le altre cose, la serie fu una battaglia fratricida che vide il terza base dei Brooklyn, Jimmy Johnston, opposto a suo fratello maggiore di due anni, e prima base di Cleveland, Doc Johnston. Jimmy colpì durante la stagione regolare .291 mentre Doc aveva battuto .292. Nessuno dei due svolse alcun ruolo significativo in battuta nella Series. Wamby era 0 su 3 in Gara 1, 0 su 3 in Gara 2 e 0 su 3 in gara 3. Fu una serie al meglio delle nove partite, con Cleveland che vinse la prima ma Brooklyn ebbe la meglio nelle due successive. Alcuni fans degli Indians stavano cominciando a contestare Wambsganss. A quanto pare, confidò a F. C. Lane, direttore del Baseball Magazine, che stava ancora realmente lottando con la perdita di Chapman. In Gara 4, Wamby cominciò con una base su ball al primo inning e segnò il primo punto della partita e gli Indians vinsero  5 a 1. Da leadoff nel terzo colpì una valida e segnò ancora, e ancora un altro singolo, portando a casa il quinto punto della partita nel sesto inning. Il 10 ottobre, si giocò Gara 5 è fu la giornata dei record e dei titoli sui giornali. Il pubblico che si svegliò la domenica mattina lesse che il pitcher dei Brooklyn, Rube Marquard, era stato arrestato, perché accusato di “scalping tickets” (è l'antica pratica di comprare i biglietti per un evento e rivenderli  per più di quanto gli hanno pagati) prima della partita di sabato. In Gara 4, Rube aveva lanciato tre inning come rilievo, accusando due valide, ma non concesse nessun punto. Il suo manager, Wilbert Robinson "era così irritato da quando aveva sentito parlare dell’arresto di Marquard e del motivo per cui è stato accusato di aver detto che non avrebbe dato cinque centesimi per tirarlo fuori dalla prigione". Marquard venne giudicato colpevole il 12 ottobre, e i Brooklyn tagliarono tutti i legami con lui. Così fece sua moglie, che divorziò entro la settimana. In Gara 5, Wambsganss mise a segno un singolo nel primo e fu il secondo dei quattro corridori che segnarono sul grand slam dell’esterno destro Elmer Smith. Ci si poteva aspettare che Smith potesse prendere tutti gli onori, ma fu il primo grand slam nella storia delle World Series. Poi il lanciatore Jim Bagby colpì un fuoricampo, da tre punti nel quarto inning, per il proprio titolo personale - era il primo fuoricampo battuto da un lanciatore nelle World Series. Il punteggio era 7 a 0  per i Tribe dopo quattro inning, e le cose stavano andando bene per Bagby, che aveva perso Gara 2, ma aveva ottenuto nella regular season del 1920 un record di 31-12 (2,89 ERA). Bagby, però, si cacciò nei guai nella parte superiore del quinto, concedendo singoli back-to-back al secondo base Pete Kilduff e al catcher, Otto Miller. Due in base, nessuno fuori, e Mitchell alla battuta - Clarence Mitchell, il rilievo mancino che aveva sostituito il partente dei Brooklyn, Burleigh Grimes. Gli Indians avevano due lanciatori in fase di riscaldamento nel bullpen. Mitchell era un decente battitore e Robinson lo aveva usato occasionalmente come pinch-hitter. Wambsganss deliberatamente indietreggiò sull'erba dell’outfield, perchè Mitch spesso colpiva là. Quando il conteggio raggiunge l’1 a1, il gioco del batti e corri fu messo in campo, ed ebbe a che fare con l'esecuzione del gioco che ne seguì. Mitchell colpì duramente la pallina, e si stava dirigendo tesa al volo verso il centro del campo a destra della seconda base. Wambsganss staccò dal sacco, o non avrebbe potuto fare il gioco. Prese la palla al volo con uno sforzo enorme. Kilduff era quasi in terza base e Miller si stava rapidamente avvicinando alla seconda. Wamby lontano due o tre passi corse sulla seconda base. Il piede colpì il sacchetto, e Kilduff era fuori. L’inerzia della corsa di Miller lo portò diritto alla toccata di Wamby. Non ebbe il tempo di tornare indietro e cercare di ritornare. Egli era a soli cinque metri di distanza. "Ha smesso di correre e si è fermato lì, quindi l’ho solo raggiunto. Questo era tutto quello che è successo", spiegò Wambsganss,"Poco prima di toccarlo mi ha detto: 'Dove hai preso quella palla?' Ho detto: Beh, ce l'ho io e sei il terzo eliminato". Fu come un lampo. Tre outs. Ci fu un silenzio di tomba nel ballpark come tutti si resero conto di ciò che avevano visto, poi si scatenò un’esplosione di festa. Jim Bagby concesse 13 valide, quel giorno, così la difesa fu la chiave della vittoria. Gli Indians vinsero la partita, alla fine, per 8 a 1, e anche le due successive. Erano i campioni del mondo. In riconoscimento delle loro gesta, il sindaco di Cleveland, Fitzgerald, consegnò, prima di Gara 6, delle medaglie tempestate di diamanti a Elmer Smith e a Bill Wambsganss. Wamby andò 0 su 4 in Gara 6 sei e 1 su 4, un insignificante singolo nel terzo inning, in Gara 7. L'unico altro triplo gioco senza assistenza del ventesimo secolo era stato eseguito da un altro giocatore di Cleveland, Neal Ball, contro i Red Sox nel 1909, durante una partita di regular season a Cleveland. Tris Speaker era l'unico giocatore ad aver assistito ad entrambi. Dopo la serie, Wamby e cinque altri Indians intrapresero un battuta di caccia al cervo in Pennsylvania. Aveva colpito .154 nelle Series, ma aveva una percentuale fielding di 1.000, con 21 putouts. Le tre eliminazioni, tutte realizzate sulla stessa giocata, gli assicurarono che il suo nome sarebbe passato alla storia. Il giorno in cui Wamby tirò fuori il triple play, la folla si radunò davanti alle redazioni dei giornali di tutto il paese. Questi erano i giorni prima delle trasmissioni radiofoniche delle partite, e la nozione della televisione era pura fantascienza. Gli esiti del play-by-play venivano telegrafati ai giornali e trasmessi a quanti si erano radunati di fronte agli uffici del giornale, a volte sotto forma di scoreboards eretti per l'occasione. A Fort Wayne, il Journal Gazette aveva allestito una lavagna magnetica che veniva aggiornata dallo sport editor Bob Reed. Lui sapeva che il reverendo Wambsganss era tra la folla, composta da diverse migliaia di persone sulle strade di fronte. Quando Reed ricevette la notizia del triplo gioco di Wamby, raccontò che era stordito e molto nervoso, ma prese un megafono e gridò la notizia e il boato che seguì fu il più forte che avesse mai sentito. Che emozione era stata - Il ragazzo della città natale aveva fatto questa straordinaria giocata. Riggs Stephenson fu il concorrente di Wamby in seconda base nel 1921, ma Bill superò la rottura di un braccio, all'inizio della stagione, ed incrementò la sua media battuta quando ritornò, colpendo .285, segnando solo tre punti in meno dell'anno precedente pur avendo giocato appena due terzi delle partite. La media squadra salì a .308. Gli Yankees vinsero il pennant con 4 partite e ½ sugli  Indians. In entrambe le stagioni del 1921 e 1922, Wambsganss fu leader della league nelle battute di  sacrificio (43 e 42, rispettivamente). Era un bunter particolarmente buono, e raggiungeva spesso la prima in modo sicuro. Nel 1921, Bill battè .285, mentre nell’anno successivo colpì .262 con 47 RBI in ciascuno dei due anni. A metà della stagione 1923 si ruppe un dito che lo tenne fuori per un paio di settimane, ma apparve in 101 partite e colpì una media di .290, segnando 59 punti. Ridusse drasticamente i suoi strikeout, che furono 15 mentre le basi su ball diventarono 43. Il primo gennaio del 1924, il The Sporting News scrisse che Wamby era il solo seconda base degli Indians, con nessun altro concorrente per quel posto. Però, fu ceduto a Boston il 7 gennaio. Il commercio lo riunì al manager Lee Fohl, ora capitano dei Red Sox. Wamby rimase deluso per non poter giocare più a lungo per la sua squadra di casa, ma prese filosoficamente il cambiamento. "E' la fortuna della palla", disse, "Mi è sempre piaciuto Lee Fohl e Boston e mi dicono che vado anche a stare come Bob Quinn [il proprietario dei Red Sox], quindi non ho motivo di lamentarmi". La trade fu un’operazione che coinvolse sette giocatori con Steve O'Neill, Dan Boone, Joe Connolly e Wambsganss, per George Burns, Roxy Walters, e Chick Fewster dei Boston. Wamby ora giocava di nuovo contro Tris Speaker, ma con i due compagni di squadra che avevano scambiato la divisa originariamente indossata come rivali. Speaker era con Cleveland, e al suo sesto anno come allenatore-giocatore. Wamby era ora con i Red Sox, dove aveva giocato Speaker contro di lui nel 1914 e nel 1915. Wamby giocò bene, apparendo in 156 partite e partecipando ancora a 100 doppi giochi. Colpì .275 (la squadra battè .277), e lui e Steve O'Neill furono accreditati per essere "responsabili, in larga misura, per gran parte del miglioramento del team. ... La battuta di Wamby è diventata addirittura feroce. E la sua stabilizzante influenza in campo interno è inestimabile nella misurazione dei valori della squadra", scrisse The Sporting News il 29 maggio 1924. I Red Sox finirono al settimo posto, a solo una mezza partita dietro il sesto posto degli Indians. Nel 1925, i Sox spostarono lo spring training da San Antonio a New Orleans. Bill Wamby fu uno dei giocatori che arrivò più tardi a causa di uno scherzo del ginocchio che diede la possibilità di brillare in seconda base nella pre-season ai rookie Billy Connolly e Bud Rogell. A maggio, Wamby stava battendo alla grande, segnando otto punti in una serie consecutiva di quattro partite, con 4 su 4 il 9 maggio, vedendo la sua media battuta salire a .380. Però, da questo momento in poi fu tutto in discesa con una partita del 18 maggio in cui andò 0 su 6, passando a .289. Non raggiunse mai di nuovo i .300 e finì con .231 alla fine della regular season. Anche con una squadra così malandata come erano i Red Sox, pensava di poter fare meglio. I Sox decisero di tagliarlo ma mantenennero i diritti del suo contratto. Il 12 dicembre lo presero gli Athletics. Il 1926 fu l’ultimo anno di Wamby nella major league. Apparve in 54 partite, ma solo in 25 come difensore con 48 chances. Battè .352 e segnò 11 volte - anche se realizzò un solo RBI. Dopo la stagione, Connie Mack fece una trade mandando Wambsganss ai Kansas City Blues dell’American Association con Joe Hauser in opzione e pagò 50 mila dollari in più, tutto per avere il prospetto della minor league Dud Branom. L'operazione fu un vero disastro, per non dire altro; Branom ebbe solo 94 apparizioni alla battuta nella big league, ottenendo la media battuta vita di .234. Wambsganss giocò ancora sette stagioni nelle minor league ed era previsto che potesse diventare il manager della squadra di Kansas City. Wamby lavorò invece come coach per i Blues. Prima della fine del 1929, i New Orleans Pelicans del Singolo-A della Southern Association acquistarono il suo contratto dai Blues. Lui non giocò molto sia per i Pels o per i Louisville Colonels, quando tornò in doppia-A a metà stagione. Colpì .209 in 43 at-bat per New Orleans, come coach dei Pelicans, e .091 in 22 at-bat per i Colonels. Sembrava oramai alla fine come giocatore e Wamby divenne un free agent al termine della stagione. Nel 1931 i Springfield Senators, Illinois, della Three-I League chiesero a Kansas City di seguire il team per loro, e Kansas City assunse Bill Wambsganss come manager. Quando parlò con i giornalisti, disse che intendeva giocare bene in seconda base. Invece, entrò solamente in otto partite, sostituendo un paio dei suoi giocatori che erano infortunati. Ottenne sette valide in 18 at-bat (.389), ma non era la stagione attiva che aveva previsto. Fece bene come skipper, portando la squadra al pennant. Uno dei suoi giocatori era Elmer Smith, che aveva colpito il grand slam nella stessa partita in cui Wamby aveva eseguito il triple play. Prima che iniziasse la stagione del 1931, Wambsganss aveva seguito un corso di giornalismo per entrare nel mondo della carta stampata. Per un paio di settimane nel tardo autunno e all'inizio dell'inverno del 1934,  ottenne una sua rubrica dal titolo "Character Sketches" nelle pagine di The Sporting News, che sembra fosse ben scritta, dove presentava il suo punto di vista su alcuni arbitri, giocatori e altro del gioco. Nel 1932, Wambsganss prese le redini dei Fort Wayne Chiefs, una squadra di Classe B della Central League. Arrivarono fino alla seconda posizione, ma presero il primo posto nella seconda metà della stagione. Bill colpì .211 con tre singoli e un doppio in 19 at-bat. I Chiefs furono spazzati in quattro partite da Dayton nei play-off; Springfield aveva perso i playoff del 1931 in sei partite. I genitori di Bill continuarono a vivere a Fort Wayne, ma lui e Effie mantennero la loro casa a Lakewood. Per il resto dei suoi giorni, frequentava le esibizioni del baseball nell’area di Cleveland, la cena degli scrittori del baseball e alcune partite dei veterani. Una delle prime partite delle vecchie glorie richiamò, il 3 luglio 1938, 7000 tifosi al League Park, per vedere gli Indians campioni delle World Series del 1920 World contro gli Indians Naps del 1908. Tris Speaker diresse il team del 1920 e George Stovall, poichè Nap Lajoie era malato, fu il manager del team del 1908. Come si può immaginare, il team del 1920 era più giovane e preparato. Speaker fu in grado di presentare l'intero lineup che aveva giocato nella serie. Cy Young lanciò un inning per la squadra del '08 e tenne gli uomini più giovani a secco. Anche Elmer Smith colpì un home run nel settimo inning, anche se le basi non erano piene. Wamby non realizzò un triple play. Nel 1939, si tentò di avviare una nuova impresa, il cui nome era ovvio: Tris Speaker divenne il presidente degli otto team della National Professional Indoor Baseball League. Venne lanciato il 14 novembre con le squadre dell’Eastern Division di New York, Brooklyn, Philadelphia e Boston, e quelle della Western Division di Cleveland, Chicago, Cincinnati e St. Louis. Bill Wambsganss era il manager del club di Cleveland. Gli altri manager della league erano Gabby Street, Brick Owens, Moose McCormick, Harry Davis, Joe Dugan, Freddy Maguire, e lo stesso Otto Miller  che Wamby che aveva eliminato come terzo out nel triplo gioco del 1920. Il gioco era simile al softball, con distanze di 60 piedi (18.29 m) tra le basi, e una palla da 12 pollici (30 cm) di circonferenza e lanciando da sotto da 40 piedi (12.19 m) di distanza. Anche se la league insisteva che era baseball e non softball, un reporter notò le parole "soft ball" impresse sulla palla. Il campionato iniziò più tardi nel mese di novembre, ma non durò a lungo. Circa 2000 tifosi si riversarono per l’opening day a New York il 19 novembre che vedeva Brooklyn e New York scontrarsi in un doubleheader. Il capo della Amateur Softball Association avvertì i giocatori ASA che avrebbero perso il loro status di dilettanti, se avessero giocato nella lega pro. Diverse partite furono giocate, ma il 22 dicembre a Cleveland l’altoparlante annunciò che la League avrebbe cessato l’attività, invocando la mancanza di una sufficiente disponibilità di luoghi al coperto. La successiva esperienza di Wamby fu con un'altra forma di baseball e venne coinvolto nell'All-American Girls Professional Baseball League, l'impresa che venne fondata in tempo di guerra nel 1943 e durò fino al 1954. Wamby diresse le Fort Wayne Daisies nel 1945 e le Muskegon Lassies nel 1948. Con un record di 62-47, le Daisies arrivarono seconde dietro alle Rockford Peaches (67-43) nel campionato a sei squadre. Ci furono 10 squadre nel campionato del 1948, ripartite in due division. Le Muskegon Lassies (66-57), arrivarono seconde nell’Eastern Division, ben dietro le Grand Rapids Chicks con 77-47. Gli Indians del 1948 portarono le World Series a Cleveland, e Wambsganss partecipò - questa volta come spettatore - alle prime serie dal 1920. Presenziarono anche Speaker, Steve O'Neill, Elmer Smith, George Uhle, e Jack Graney. Wamby lasciò le Muskegon Lassies dopo la stagione del 1948 per entrare in affari a Cleveland. A partire da fine 1948, lavorò per anni nell’ufficio vendite della Tru-Fit Screw Products Corporation. Non poteva non essere una coincidenza che il 1949 fosse l'anno in cui Bill Jr. raggiunse il livello più alto nel baseball ragazzi a Cleveland e che Bill Sr. lasciasse il baseball delle ragazze per farsi coinvolgere in città dal baseball giovanile. Bill Jr. giocò bene in seconda base crescendo sempre più, e nell'aprile del 1953 fece un try-out per la squadra della Western Michigan College. Bill Sr. rimase coinvolto nel baseball, dirigendo alcune squadre industriali della città (tra cui il team di Tru-Fit, Lyon Tailors e Fisher Foods) e supervisionando alcuni squadre giovanili. In un articolo del 15 aprile 1953, del The Sporting News, parlò del tempo che aveva supervisionato i giocatori di 14 anni in classe F di Cleveland e incoraggiò il futuro lanciatore della Major League, Al Aber. Wambsganss fece notizia, dopo che Mickey Tabor, un ragazzino di nove anni, di Paducah, Kentucky, realizzò un triplo gioco non assistito il 18 giugno 1960. Tabor era stato sottoposto ad un intervento chirurgico a cuore aperto per un difetto dalla nascita al St. Vincent Charity Hospital di Cleveland Carità a metà luglio. Egli aveva colpito un grand slam il giorno prima del ricovero per l'intervento chirurgico programmato, e Wambsganss andò nella sua stanza d'ospedale con un album di ritagli del suo triplo gioco nelle World Series del 1920. Mickey aveva corridori in seconda e terza, e catturò un line dietro la seconda base, calpestò il sacco, e vide il corridore dalla terza che era lanciato verso casa e corse sul sacchetto di terza base. Quando si ritirò, Wambsganss era spesso intervistato sul triplo gioco e riceveva ogni settimana diverse lettere e richieste di autografi. Sapeva che era stato fortunato. "C'erano un sacco di ballplayers veramente buoni nel mio tempo, che sono stati dimenticati", disse a Ed Rumill del Christian Science Monitor, "ma mi ricordano a causa di un solo gioco. Questo mi ha identificato nel corso degli anni. Sono stato intorno al baseball abbastanza a lungo da sapere che è una di quelle cose che capita una volta nella vita, perché tutto deve essere a posto al momento giusto. ... Ci sono sempre un sacco di opportunità. Ci sono uomini in prima e seconda, o tre, con nessuno fuori, in quasi ogni partita. Perché non se ne fanno più, io non lo so". Alla domanda su altri momenti nel baseball, ricordò Joe Cronin con un certo orgoglio. "Ero a Kansas City nel '28 o '29, quando Joe Cronin è arrivato e devo averlo aiutato un po' perché lui era un amico di lunga data. Aveva l'abitudine di stare dietro di me e vedere il mio lavoro di gambe, il mio equilibrio e il mio tiro. Era un ragazzo che voleva davvero imparare. E' stato emozionante per me vedere i progressi di Joe nel gioco attraverso gli anni. E' un gran signore". Perse l’amata moglie Effie, nel 1977, appena prima del loro sessantesimo anniversario di matrimonio, ma egli poté continuare a godere i suoi tre figli e i 10 nipoti. Venne festeggiato dagli Indians nel corso degli anni, e nel febbraio del 1979 fu presentato con il club Nostalgia Trophy in occasione di un evento in cui partecipò il commissioner Bowie Kuhn, il campione dei pesi massimi Larry Holmes, e altre celebrità dello sport. Tornò brevemente nella notizia nel 1980 quando si ruppe una caviglia, mentre faceva volare un aquilone - all'età di 86 anni. Fu molto partecipe nelle attività per anziani fino al novembre 1985, quando fu ricoverato in ospedale per insufficienza cardiaca, di cui morì l'8 dicembre. Nei libri dei record ricordano che giocò in 1491 partite della major league con una media battuta di .259. Aveva una percentuale fielding di .958, fatta eccezione per aver giocato le World Series, con una media difesa di 1.000.

Il triplo gioco con assistito delle World Series del 1920

Bill Wambsganss (a sx), e le sue vittime del triplo gioco non assistito: Pete Kilduff, Clarence Mitchell e Otto Miller

La squadra delle Fort Wayne Daisies 1946 con Bill Wambsganss

 

Orlando Cepeda

Orlando Manuel (Penne) Cepeda

Nickname : "Cha Cha" o "Baby Bull"

Nato: 17 Settembre 1937 a Ponce, P.R.
Debutto: 15 Aprile 1958
Batte:
Destro / Tira: Destro

Per un decennio e mezzo, a partire dalla fine del 1950, poche cose furono più snervanti per i lanciatori della Major League della visione di Orlando Cepeda che si avviava a grandi passi con fiducia al piatto. Cepeda era un battitore di potenza nel vero senso della parola, e giocò a lungo e così duramente fino a che le sue ginocchia disintegrate glielo permisero. Viene ricordato come uno che faceva la differenza, sia in campo che nella club house. Aveva una straordinaria capacità di fare di una cattiva squadra una buona e di una buona una grande squadra. La caduta straziante di Cepeda dopo il ritiro - e la resurrezione finale a Cooperstown - ha fornito un affascinante capitolo finale della sua straordinaria storia, così come un ricordo struggente della natura effimera del divismo nello sport. Orlando Manuel Cepeda nasce il 17 settembre del 1937, nella città portuale meridionale di Ponce, Puerto Rico. Suo fratello, Pedro, era quattro anni più vecchio. Il padre di Cepeda, Perucho, era un grande interbase e potente battitore soprannominato il "Babe Ruth dei Caraibi", ma più comunemente conosciuto come "The Bull". Cepeda spesso venne chiamato Peruchin, e a volte "The Baby Bull "(e anche Cha-Cha) dai suoi fans. Dopo la nascita di Orlando, suo padre giocò con il club di Guayama nella Puerto Rican Winter League. Questo si rivelò utile per la famiglia, perchè con il denaro mandato dalla Domenicana teneva a malapena a galla la famiglia. Anche se era passato in prima base, Perucho battè più di .400 nel 1938 e 1940, e nel 1939 superò Josh Gibson per il titolo di battuta della Puerto Rican League con una media di .383. Cepeda da ragazzino giocò sicuramente troppo a baseball, e questo portò poi ai problemi con le gambe, una delle quali rimase piegata al punto di impedirgli di correre. Verso l'età dei 13 anni, si infortunò per la prima volta al ginocchio destro. La condizione di Cepeda venne corretta nel 1952 con un intervento chirurgico alla gamba destra che comprendeva la rimozione della cartilagine del ginocchio. Rimase a letto per due mesi e con le stampelle per quasi un anno e mezzo. Il vantaggio di questo tempo lontano dal diamante fu che egli continuò a rimpinzarsi di cibo, acquistando più di 40 chili. Gli ci volle poco tempo per convertirlo in muscolo, e si trasformò da battitore di singoli a un ragazzino che poteva colpire la palla da baseball al di fuori di ogni campo di baseball. Perucho aveva problemi a mantenere un tetto sopra la testa della sua famiglia e il cibo sul tavolo. La famiglia si trasferì a Santurce, lo slum densamente popolato di San Juan. Le condizioni erano spesso critiche, e la madre di Cepeda, Carmen, dovette fare dei lavoretti per rimediare il denaro che il marito perdeva nel gioco d'azzardo e con artisti, o che dava alle sue amanti e ai loro figli. Verso la fine dell'anno scolastico del 1955, Perucho tramite un amico, Pedro Zorilla, che dirigeva i Santurce Crabbers, ottenne un tryout per suo figlio con i New York Giants, che lo firmarono. Cepeda avrebbe dovuto diventare al più presto il procacciatore di pane della famiglia, perché suo padre che aveva 49 anni soffriva di malaria e di altri problemi di salute. Zorilla inviò quella primavera cinque giovani negli States, Orlando Cepeda, Jose Pagan, Francisco Sayas, Al Rodriguez e Julio Navarro, il cui figlio Jaime avrebbe lanciato in major per i Brewers. Il quintetto arrivò a Melbourne, in Florida, in un elettrico training camp. Tra gli altri adolescenti, che cercavano di guadagnare un posto nell'organizzazione in questa primavera c’era un poderoso diciasettenne, dell’Alabama, Willie McCovey. Battitore destro, Cepeda colpiva con un stance chiusa e martellava lanci alti. Aveva un po' i piedi piatti, ma correva molto bene. Per la difesa, quello che gli mancava era una sicura manualità come terza base ma che riuscì a superare con la sua esuberanza e la voglia di imparare. Cepeda era entusiasta di iniziare la sua carriera da professionista, ma avvilito perchè il padre non sarebbe mai riuscito a vederlo giocare. Due giorni prima della sua prima partita, per i Salem (Virginia) Rebels della Classe D dell’Appalachian League, ricevette la notizia che Perucho era deceduto in seguito ad un disturbo allo stomaco. Cepeda divise la stagione del 1955 tra Salem e un altro club, della classe D, a Kokomo, Indiana. Cepeda si guadagnò una promozione nel 1956 ai St. Cloud Rox della Classe C della Northern League, dove vinse la Triple Crown, con 26 homer, 112 RBI e una media di .355. Fu anche leader della league con 177 valide. I Giants erano entusiasti dei progressi di Cepeda al piatto, e del suo lavoro in prima base, la sua nuova posizione ricoperta a partire dalla metà della stagione. L'anno successivo per il Triplo A di Minneapolis, Cepeda colpì 25 home run, con 108 RBI e una media di .307. Dopo la stagione del 1957 i Giants si trasferirono da New York a San Francisco. Cepeda non vedeva l'ora di giocare a New York, dove c'era una grande e vibrante comunità portoricana, ma avrebbe trovato di suo gradimento anche San Francisco. Cepeda arrivò al nuovo spring training della squadra a Phoenix come giocatore non del roster. Ma il proprietario Horace Stoneham già decantava che quando Orlando avrebbe fatto irruzione nella squadra sarebbe stato il titolare in prima base, e in effetti fece fuori i suoi diretti concorrenti Whitey Lockman e Bill White. Nella giornata di apertura contro i Dodgers, Cepeda colpì nel terzo inning, una bomba in campo opposto contro un cambio di Don Bessent. I Giants del 1958 misero in campo una giovane formazione di titolari con i veterani di esperienza in panchina. Cepeda e Willie Mays fornirono la maggior parte della potenza, colpendo rispettivamente 25 e 29 fuoricampo. Il Seals Stadium - la casa della squadra per due stagioni prima della costruzione del Candlestick Park - non era un campo amico per i battitori di potenza, ma c'era molto spazio per spargere line drives, e i Giants sfruttarono al massimo queste caratteristiche, diventando i leader delle major con 250 doppi. Cepeda ne raccolse 38 egli stesso, finendo con due in più di Dick Groat per vincere la classifica della league. Cepeda con 96 RBI eguagliò Mays come leader del team, e battè con una media di .312 e 15 basi rubate. A fine stagione, ricevette tutti i 21 voti in seno al ballottaggio per il Rookie of the Year. Spostarsi a est fu una mossa che si dimostrò proficua per i Giants. Raddoppiarono i loro spettatori dell'anno precedente a New York, nonostante il fatto che il Seals Stadium tenesse meno di 25000 fans. San Francisco andava a frotte a vedere la loro nuova squadra e, anche se apprezzavano una superstar come Mays, trovarono irresistibile la precocità di Cepeda, e lo sostennero come proprio beniamino. Cepeda continuò a brillare nella sua stagione da sophomore, conducendo la squadra con una media di .317 e 105 RBI. Finì subito dietro a Mays per il team nelle basi rubate e fuoricampo, con 23 e 27. Uno dei fuoricampo di Cepeda causò grande stupore perchè la palla colpita andò oltre le gradinate a sinistra e completamente fuori del County Stadium di Milwaukee, ed era la prima volta che questo accadeva. Guidati da un solido staff di partenti (ma privo di un bullpen dignitoso), i Giants furono impegnati in una corsa a tre con i Dodgers e i Braves fino alla fine di settembre. Per fortuna San Francisco in quella stagione si rinforzò con l'arrivo di Willie McCovey che aveva fatto le vesciche alle palle in Triplo A. Al fine di ottenere McCovey nel lineup, Cepeda venne spostato all’esterno sinistro, dove il suo stile fu paragonato ad un uomo alle prese con un alligatore. Per fortuna, aveva riflessi rapidi e mani morbide, così fu in grado di effettuare correzioni all'ultimo istante. Cepeda era scontento del cambio difensivo, ma non aveva scelta. McCovey colpiva come Babe Ruth e i Giants stavano vincendo. San Francisco tenne un vantaggio di due game con otto da giocare, prima che le ruote si staccassero. Dopo essere stati travolti dai Dodgers, i Giants virarono al terzo posto. La stagione 1960 vide il passaggio dei Giants nel nuovo Candlestick Park, altro parco sfavorevole ai battitori destri. C’è da segnalare che a suo merito, Cepeda, che era stato un battitore che aveva “tirato” la palla fino a quel momento, aprì la sua stance e cominciò a guidare la palla a destra. Questo lo aiutò a mantenere la sua media vicino a .300 senza perdere molto della potenza. Chiuse l'anno con 24 homer, 96 RBI e una media di .297. McCovey che fu veramente buono nel 1959, andò male nel 1960. Aveva battuto .238 e a un certo punto venne rimandato a Tacoma. Cepeda tornò a ricoprire la prima base in assenza di McCovey. Giocando sulla West Coast e lontano dai grandi mercati dei media, sotto molti aspetti non diede la possibilità, fino al 1960, agli appassionati di baseball di tutto il paese di conoscere veramente Cepeda. Nell’emissione di Sports Illustrated che arrivò nelle case americane prima del Memorial Day c’era un profilo di "Sa-Fra-Seeko Kid" e il suo rapporto con la città che egli riusciva a malapena a pronunciare. Cepeda causò anche un leggero scalpore quando posò nudo per la rivista Look. Le foto erano tagliate dalla vita in su. Cepeda aveva accettato perché Look gli promise di scrivere di come era diventato il più giovane battitore destro del baseball. Invece la storia venne caricata con le citazioni del manager Alvin Dark sul motivo per cui lui non sarebbe mai stato il giocatore che era Mays. Dark non era di grandi vedute quando arrivarono molti schietti giocatori latini, e vedeva con particolare sospetto Cepeda come l’idolo favorito dei fans. Ciò nonostante, Cepeda divise equamente il suo tempo tra la prima base e l’esterno nel 1961, registrando più di 600 presenze al piatto. Con l’espansione del draft che assottigliò il pool di talenti, Cepeda divenne uno dei tanti astri nascenti che ebbero una prorompente stagione nel 1961. Tra i suoi molti highlights c’è da ricordare che: colpì una palla di Robin Roberts, che spianò il tetto del Connie Mack Stadium di Philadelphia; che mise a segno otto punti in una slugfest contro i Cubs; e che in una partita a luglio contro i Phillies Gene Mauch fece dare una base intenzionale a Mays sperando di indurre in un doppio gioco Cepeda, e lui prontamente colpì il suo primo grand slam. Nella stagione del 1961, mentre i Giants venivano tagliati fuori dalla prima posizione iniziale, e poi allontanati ulteriormente dietro i roventi Reds, Cepeda fu inesorabile nella sua produzione al piatto. Fu al top della league con 46 homer e 142 RBI, e primo nei Giants per hits, battuta e slugging. L'unico giocatore della league che poteva controbattere a questi numeri fu Frank Robinson dei Cincinnati, che chiuse davanti a Orlando per la corsa all’MVP dopo la stagione. Quasi inosservato durante questa stagione stellare rimase il fatto che Cepeda si era infortunato nuovamente il ginocchio destro. Era successo in una collisione a casa base con Johnny Roseboro dei Dodgers. Cepeda non avrebbe mai più giocato completamente senza dolori. I Giants di questo periodo furono pieni di talenti. Avevano una schiera di giovani stelle offensive, un asso emergente nel giovane pitcher Juan Marichal, veterano leader nella clubhouse e sul pitching staff, e naturalmente, il sorprendente Willie Mays. Dopo che avevano combinato 86 homer e 265 RBI nel 1961, Cepeda e Mays ne ottennero 84 e 255 nel 1962, ed entrambi colpirono più di .300. Cinque altri Giants, nel frattempo, avevano battuto .300 o vicino ad esso. Il contributo di Cepeda fu di 35 homer, 114 RBI, 105 punti segnati e una media di .306, che celebrò il suo ritorno a tempo pieno in prima base con McCovey che si era spostato all’esterno sinistro. I Giants e i Dodgers duellarono per tutta l'estate del 1962. Los Angeles sembrava avere in mano la situazione nelle ultime settimane di settembre, ma aveva vinto solo tre delle ultime 13 partite e i Giants li sorpresero l'ultimo giorno. Si giocarono dei playoff al meglio delle tre partite per il pennant della NL. I Giants colpirono Koufax, con tre punti nel primo inning di Gara 1, e Cepeda mise a segno un fuoricampo al sesto inning contro Larry Sherry con i Giants che vinsero 8 a 0. I Los Angeles vinsero Gara 2 in casa grazie ai sette punti del sesto inning e alla corsa vincente al nono inning di Maury Wills che ruppe il pareggio 7 a 7. Gara 3, ancora a Los Angeles, fu un altro combattimento selvaggio. I Dodgers erano 4 a 2 con tre outs per chiudere il conto e festeggiare il pennant. I Giants caricarono le basi con un out, e Mays con un line drive sul pitcher fece segnare il 3 a 4. Cepeda pareggiò la partita con una volata di sacrificio in campo opposto, che fece anche avanzare un corridore in terza base. I Giants ricaricarono le basi e poi Davenport ricevette una base su ball per segnare il punto del vantaggio. Infine, Mays attraversò il piatto su un errore del seconda base. Billy Pierce entrò come closer e ottenne i definitivi tre outs che spedirono San Francisco alle World Series. I Giants avevano quasi superato questa miracolosa rimonta contro gli Yankees nella World Series. In Gara 7, i Giants erano in battuta nella parte bassa del nono con gli uomini in seconda e terza e due eliminati in una partita di 1 a 0. Il manager di New York, Ralph Houk, aveva una scelta. Poteva lanciare a McCovey o dargli la base intenzionale e giocare Cepeda, che non aveva colpito molto bene nella serie. Houk decise di prendere il rischio con Big Mac. McCovey colpì una cannonata diritta su Bobby Richardson che chiuse le World Series. Cepeda ebbe un'altra stagione superba nel 1963, con 34 fuoricampo, 97 RBI e una media di .317. McCovey finalmente mantenne la promessa del 1959, come leader della league con 44 homer, e Mays ne aggiunse 38, ma non furono sufficienti a capovolgere i Dodgers, che andarono a spazzare gli Yankees nella World Series. San Francisco scese al quarto posto nel 1964, ma Cepeda realizzò la sua tipica stagione con 31 homer, 97 RBI e .304 di media battuta. Ebbe un ruolo decisivo anche nella nona ripresa dell'All-Star Game quando colpì il valido che diede il pareggio alla NL, che vinse qualche istante dopo con un homer da tre messo a segno da Johnny Callison. Nel 1965, Dark fu sostituito come manager dall’affabile Herman Franks. Franks era del parere che i problemi di McCovey (attraversò una terribile stagione nel 1964) derivavano dal suo dispiacere di giocare in campo esterno. Credendo che uno scambio di posizione con Cepeda avrebbe prodotto un netto guadagno, spostò Cepeda all’esterno sinistro, all'inizio della stagione 1965, anche se era consapevole del suo delicato ginocchio destro. All'inizio dell'anno, Cepeda si tuffò per prendere una palla e si ferì al ginocchio, questa volta sul serio. Giocò in sole 33 partite quell'anno, quasi tutte come pinch-hitter. I Giants persero il pennant con i Los Angeles per due partite, e un sacco di fans dissero che la ragione era legata alla breve stagione di Cepeda. Franks si lamentò del fatto che Cepeda non stava lavorando abbastanza per ritornare a giocare. Durante l'inverno, Cepeda venne sottoposto ad un intervento chirurgico al ginocchio e si presentò allo spring training nel 1966 chiedendo praticamente a Franks di lasciarlo giocare in prima. Dopo aver ottenuto l’assenso a questa sua richiesta, Cepeda chiese di essere scambiato. Franks sostenne che la squadra aveva cercato durante l'inverno, ma non c’erano acquirenti. Non era del tutto vero. I Dodgers fecero un'offerta per lui, offrendo Claude Osteen, ma i Giants la rifiutarono. Come iniziò la stagione del 1966, Orlando era di stanza in campo esterno. La maggior parte dei giorni li avrebbe giocati in quella posizione fino a quando il ginocchio ricominciò a fargli male e tornò in panchina per una sostituzione difensiva. Ogni giorno, Cepeda seguiva i box scores per vedere quali squadre potessero avere bisogno di un prima base. Si accorse che Phil Gagliano era stato inserito in prima base dai Cardinals. St. Louis aveva scambiato il prima base Bill White (nonché il terza base Ken Boyer) dopo essere scesi sotto metà classifica nel 1965, e, ovviamente, erano alla disperata ricerca di un battitore da inserire nel mezzo del lineup e che potesse giocare in prima base. Cepeda era sicuramente adatto allo scopo. E infatti, St. Louis aveva parlato con i Giants per tutto lo spring training. Avevano offerto ai Giants un accattivante modo per uscire dal loro dilemma del prima base, prima di tutto scambiandolo con Ray Sadecki, un giovane mancino che aveva perso un po’ della sua palla veloce, e l'affare fu fatto l’8 maggio. Ironia della sorte, le due squadre stavano giocando il giorno in cui la trade divenne ufficiale. E come la fortuna ha voluto, McCovey si infortunò e Cepeda giocò in prima base, realizzando sei punti. Ritornando verso la clubhouse, Marichal si congratulò con Cepeda e gli predisse che la squadra adesso non lo avrebbe mai scambiato. Aveva torto. Qualche istante dopo, Franks si avvicinò al suo armadietto e lo informò che era ormai un Cardinals. Cepeda battendo come clineup colpì bene per St. Louis per il resto della sua permanenza. Giocò in 123 partite per i Cards nel 1966 e fu leader della squadra con 17 fuoricampo, 24 doppi, una media di .303 e una percentuale slugging di .469. Per le sue prestazioni Orlando si guadagnò il riconoscimento di Comeback Player of the Year. Nel 1967, Cepeda fu l'incarnazione di quello che oggi è chiamato un "impact player". Nella scintillante prima parte della stagione, era al comando della major in hit, media battuta, e negli RBI sotto clutch. Con la pausa per l'All-Star, St. Louis aveva un vantaggio in doppia cifra rispetto alla concorrenza. I Cardinals viaggiarono sereni al pennant con 10 partite e ½ di vantaggio sui Giants. Cepeda concluse l'anno con un alto record della league di 111 RBI, e ottenne anche una media battuta di .325 - che non è poco quando il resto dei prima base della league colpirono 50 punti di meno. Realizzò 25 home run nonostante avesse giocato nell’ingeneroso Busch Stadium, e aggiunse 37 doppi, 91 punti e 11 basi rubate. Egli fu anche leader della squadra con 62 basi su ball. I Cardinals sconfissero i Red Sox in una delle più emozionanti sette partite delle World Series. L’effetto di Cepeda sui Cardinals andò oltre i numeri. In un anno in cui anche i migliori battitori a volte sentivano di non poter comprare una valida, Cepeda andava a grandi passi al piatto sfidando i lanciatori ad eliminarlo. Mike Shannon disse che era come avere un pezzo d’uomo al proprio fianco in una rissa; gli avversari guardavano Cepeda e sentivano che avrebbero perso. Era anche un comico nella club house, così come direttore musicale non ufficiale - portando le sue migliori apparecchiature stereo e facendo ascoltare dei dischi prima delle partite. Sul suo armadietto a St. Louis c’era scritto il soprannome “Cha-Cha“ - preso originariamente a San Francisco venne utilizzato senza riserve con calore e apprezzamento. I Cardinals del 1967 sono considerati una delle più grandi squadre nella storia, e Cepeda è stato un leader indiscusso. Dopo la stagione fu nominato all'unanimità il Most Valuable Player della league, la prima scelta unanime nella storia della NL. Nel 1968 i Cardinals furono i proibitivi favoriti per vincere di nuovo il titolo, ed era quasi fatta. Solo un ritorno notevole nelle World Series dei Tigers impedirono a St. Louis di vincere il campionato back-to-back. Come molti sluggers, Cepeda vide ridurre i suoi numeri nell' Year of the Pitcher (A causa dell’introduzione di una zona di strike più grande, più alta sulle ascelle e più sotto del ginocchio, a partire dal 1963. Il delicato equilibrio del potere tra attacco e difesa raggiunse la suo punto massimo a favore dei lanciatori nel 1968). Colpì solo .248, anche se fu leader della squadra con 16 home run e al secondo posto con 73 RBI. Cepeda colpì due home run nelle sue ultime World Series con i Cardinals. Con l’Opening Day a meno di una settimana dall’inizio, nel 1969, i Cardinals spedirono Cepeda ai Braves per Joe Torre. Cepeda si aggiunse ad un attacco potente che comprendeva Hank Aaron, Rico Carty, Felipe Alou, Felix Millan e, più tardi, Tony Gonzalez. Si sentiva a suo agio ai Braves, non solo a causa dei molti giocatori di lingua spagnola, ma a causa del GM, Paul Richards. Richards aveva giocato con il padre nella winter ball ed era conosciuto come un elegante e corretto uomo di baseball. Richards stava cercando di trasformare in una sola stagione una squadra da meno .500 a una contendente delle World Series, e i Braves c’arrivarono notevolmente vicino, vincendo la NL West, nel primo anno della division, prima di cadere con i Mets nei play-off. Cepeda ebbe un bel rimbalzo stagionale, finendo secondo dietro ad Aaron con 22 homer e 88 RBI. La stagione 1970 fu l'ultima di Cepeda come giocatore a tempo pieno nel campo. Apparve in 148 partite per i Braves e realizzò una stagione terrificante, bastonando 34 homer e 33 doppi, 111 RBI e battendo .305, tutto con un trentaduenne ginocchio dolorante. La miglior giocata di Cepeda fu la realizzazione di tre homer contro i Cubs nel mese di luglio. Giocò in un doubleheader durante il quale raccolse otto valide in nove apparizioni alla battuta. Cepeda apparve solo in 71 partite nel 1971. Aveva subito un altro infortunio al ginocchio, ma questa volta il problema era con il suo ginocchio sinistro, non il destro. Quando Cepeda potè giocare, battè i suoi 14 homer e 44 RBI in 250 apparizioni alla battuta che lo proiettarono vicino ad una possibile stagione da 30-100. Cepeda sentiva che ne avrebbe colpito più di 40: era caldo, quando purtroppo si fermò prima di maggio. La stagione 1972 portò ancor più dolore e frustrazione. Le ginocchia doloranti lo limitarono a sole 22 partite sul campo di Atlanta. Il suo ultimo hurrah come National Leaguer avvenne in una partita contro gli Astros a maggio, quando bastonò un paio di homer contro Jerry Reuss. Dopo che la squadra ritornò a casa per una serie a Houston, Cepeda fu ceduto agli Athletics Oakland per Denny McLain e contanti. Cepeda fece solo tre presenze come pinch-hitter prima che il suo ginocchio sinistro andasse fuori di nuovo. Subì il suo secondo intervento in un anno e perse il resto della stagione. Quando gli A’s raggiunsero la postseason e vinsero, non era nel roster. Dopo che gli A’s lo tagliarono, prese coscienza che le sue giornate a giocare erano finite. Tuttavia, durante l'inverno l’American League adottò la nuova regola del Designated Hitter - giusto in tempo per infondere nuova vita alla carriera di Cepeda. Lo scout latino americano di Boston, Felix Maldonado, ritenne che Cepeda avrebbe potuto prosperare nel ruolo di DH e la squadra lo firmò il 18 gennaio del 1973. Fu la prima volta di una firma di un DH nella storia del baseball. Giocando tutta la stagione su una gamba buona, Cepeda fu leader dell team, con Carl Yastrzemski, con 25 doppi, secondo con 86 RBI, e terzo con 20 homer. I Red Sox furono la quarta squadra differente per cui Cepeda aveva oscurato il record di 20 homer, facendo di lui il primo giocatore a realizzare questo. Cepeda venne eletto Designated Hitter of the Year dopo la stagione. Finì al 15° posto nella votazione per l’MVP della league. Nella primavera del 1974, il nuovo manager dei Red Sox, Darrell Johnson, fece una mossa sensazionale per rendere la squadra più giovane, lasciando liberi sia Cepeda che l’interbase Luis Aparicio. Stordito e rattristato, Cepeda firmò un accordo per giocare con gli Yucatan Lions nella Mexican League per mantenersi in forma e, auspicabilmente, attirare un po' di attenzione. Ai primi di agosto, i Kansas City Royals gli fecero un contratto dopo l’infortunio del DH Hal McRae. Cepeda realizzò 10 RBI nella prima settimana nuovamente in divisa, ma il suo colpo di potenza non c'era più. Giocò la stagione, ma battè solo .215 con un solo fuoricampo contro Luke Walker dei Tigers. Era il suo 379° e ultimo fuoricampo della carriera in major league. La comune saggezza del baseball sostiene che se Cepeda fosse stato semplicemente tenuto in prima base, sarebbe rimasto sano e si sarebbe avvicinato o forse anche superato i 600 fuoricampo in carriera. All'età di 26 anni, quando era nel fiore come battitore, era a un terzo del tragitto, e solo cinque giocatori della storia avevano più fuoricampo a quell’età - Frank Robinson, Mickey Mantle, Mel Ott, Jimmie Foxx e Eddie Mathews. La realtà fu un po' diversa, ovviamente, lasciando gli elettori della Hall of Fame ad affrontare i numeri impressionanti che Cepeda si era lasciato alle spalle. E un po' sorprendentemente i numeri semplicemente non furono sufficienti. Dal 1981 al 1993, Cepeda è stato l'unico giocatore ammissibile con più di 300 homer e una media vita di .295 che non entrò nella Hall of Fame. Nel suo ultimo anno di eleggibilità con i baseball writers, si arrivò ad una straziante mancanza di sette voti per la consacrazione. Ci furono circostanze attenuanti. In questo periodo il poscritto sulla carriera di Cepeda incluse alcuni problemi molto pubblicizzati fuori dal campo. I giocatori di baseball che si sono ritirati, non importa quanto grandi, devono trovare il modo di affrontare una loro relativa oscurità. Alcuni sfruttano la loro fama in opportunità commerciali. Altri tentano di rientrare in gioco come coach o come dirigenti. Poi ci sono alcuni che prendono la direzione giusta. Nel caso di Cepeda, le cose cominciarono a ingarbugliarsi prima di Natale del 1975. Venne arrestato all’aeroporto di San Juan dopo che la polizia aveva trovato 70 Kg di marijuana nel suo bagaglio. Stava tornando da un clinic di baseball in Colombia. Dopo due anni di infruttuose manovre legali, Cepeda venne riconosciuto colpevole di possesso di droga e condannato a cinque anni di carcere. Grazie ad una petizione che ridusse la pena, organizzata dal compagno di squadra dei Kansas City, Cookie Rojas, rimase in carcere solo 10 mesi. Ma dopo il suo rilascio scoprì che dallo stato di esaltazione che aveva goduto come un eroe nazionale a Puerto Rico, ora era considerato una vergogna nazionale. Cepeda lavorò brevemente come istruttore di battuta per gli White Sox, e poi come scout a Puerto Rico per alcuni anni. Aprì anche una scuola di baseball a San Juan. Gli piaceva lavorare con i bambini. Lui e Roberto Clemente tennero innumerevoli clinics a Puerto Rico nel corso del 1960 e si sentiva a casa insegnando ai giovani giocatori. Tra i ragazzi che sono passati attraverso l’accademia di Orlando c’è stato Candy Maldonado. Nel 1984, Cepeda tornò negli Stati Uniti, stabilendosi a Los Angeles, dove istruì giovani battitori con aspirazioni professionali. Tuttavia, la sua immagine di delinquente condannato per droga continuava a tormentarlo. Mentre rinnovava delle amicizie al Dodger Stadium durante il batting practice, venne espulso dalla sicurezza. La squadra non lo voleva in campo da baseball. Fu in questo periodo che la terza moglie di Cepeda, Mirian, lo incoraggiò ad avvicinarsi al Buddismo per la rabbia e la vergogna che provava. Aveva anche suggerito di tornare nella California settentrionale, dove i tifosi ricordavano il puro e gioioso Orlando che un tempo avevano abbracciato come il loro idolo. Si trasferì nel 1986, e nel 1987 i Giants assunsero Cepeda per una posizione di Community Relations. Lavorò nello scouting e nello sviluppo dei giocatori del club, e poi divenne una sorta di ambasciatore di buona volontà per l'organizzazione. A un certo punto i Giants pubblicarono una lista di beneficenze in cui Cepeda aveva lavorato per conto della squadra. Erano di cinque pagine. Alla fine, venne nuovamente accettato a Porto Rico, dove gli sono stati perdonati i suoi peccati (anche se non del tutto dimenticati). Nel 1999, Cepeda fu eletto nella Hall of Fame dalla Committee on Veterans. Vi entrò come parte di un gruppo che comprendeva Nolan Ryan, George Brett, Robin Yount, l’old time manager Frank Selee, l’arbitro Nestor Chylak e il Negro Leaguer, Joe Williams. Cepeda è stato il solo secondo portoricano, dopo Roberto Clemente, ad entrare a Cooperstown. Anche i Giants ritirarono il suo numero 30 nello stesso anno. Nel 2008, i Giants eressero una statua in bronzo di tre metri in onore a Cepeda al di fuori di AT & T Park. E' stata la quarta statua, dopo quella di Willie Mays, Willie McCovey e Juan Marichal. Quel giorno i giocatori indossarono le casacche con la scritta Gigantes, in onore al suo retaggio latino. All'inizio dell'anno, Cepeda era un membro della Hall of Fame alla parata per le strade di New York prima della All-Star Game allo Yankee Stadium. Con la sua eredità indiscussa, la sua immortalità assicurata e dietro di lui i suoi peccati, Orlando Cepeda è finalmente arrivato nel luogo a cui sembrava destinato tanti anni fa. Ma come è stato lungo e strano il viaggio!

Da sx: Willie Mays, Willie McCovey e Orlando Cepeda

Orlando Cepeda in difesa

Orlando Cepeda in battuta

La statua di Orlando Cepeda davanti allo stadio AT & T Park di San Francisco

 

Tommie Agee

Tommie Lee Agee

Nato: 9 Agosto 1942 a Magnolia, AL
Morto: 22 Gennaio 2001 a New York , NY
Debutto: 14 Settembre 1962
Batte:
Destro / Tira: Destro

Tommie Agee è stato uno dei componenti chiave dei "Miracle Mets" del 1969, consolidando la difesa e fornendo la potenza principale al club, anche se dalla sua posizione di leadoff. Il suo eroismo sul campo durante la stagione del '69 - incluso l'unico fuoricampo di sempre che abbia superato la parte più alta dello Shea Stadium - ha contribuito a spingere i Mets al loro primo ancoraggio alla postseason e a un viaggio improbabile alle World Series. Una volta lì, gli eroismi di Agee si trasformarono in leggenda. Nella Gara tre del Fall Classic colpì un leadoff home run e fece due straordinarie prese che garantirono la vittoria a New York. Firmò un grosso bonus con Cleveland, fu Rookie of the Year con gli White Sox, e trascorse la sua ultima stagione a Houston e St. Louis, ma egli sarà sempre ricordato come l’esterno centro di pattugliamento dei Mets, accanto al suo amico d'infanzia. Tommie Lee Agee nacque il 9 agosto 1942, a Magnolia, Alabama da Carrie e Joseph Agee. Aveva 10 fratelli, nove dei quali erano bambine. Un anno dopo la nascita di Tommie, gli Agee si trasferirono a Mobile, Alabama. Suo padre lavorava per l’Aluminum Company of America e Agee crebbe in una zona a basso reddito che aveva scuole segregate e campetti sportivi. Essendo sul Golfo del Messico, il clima di Mobile si prestava per le attività sportive all'aperto durante tutto l’anno. La località ebbe anche un ricco filone di talenti del baseball, Hank Aaron e Willie McCovey provenivano dalla zona, come il leggendario Satchel Paige e il compagno di squadra di Agee ai Mets, Amos Otis. Ma fu un altro futuro compagno di squadra di New York con cui Agee formò un legame con Mobile. Alle medie, Agee aveva incontrato un altro ragazzo, Cleon Jones, che divenne immediatamente un compagno di squadra della scuola e amico intimo. Erano nati a distanza di appena cinque giorni, e Cleon era il più vecchio. Anche se Carrie Agee voleva che il figlio diventasse prete, presto Tommie dimostrò talento, capacità atletiche e un desiderio che lo misero in corsa per la carriera sportiva. Sebbene non avesse ancora cinque anni quando Jackie Robinson pose fine all’infame "gentlemen’s agreement" e aprì il roster della Major League agli uomini di colore, Agee ricordava ancora l'emozione che questo gli provocò: "C’era una televisione nella nostra zona della città e tutti si sono riuniti attorno ad essa quel giorno, quando Jackie Robinson è entrato in partita ... ho capito allora che avrei potuto essere un giocatore di baseball". Agee frequentò la high school del paese, la Mobile County Training School. Costruita nel 1880, la struttura era la più antica scuola di formazione dell’Alabama e per molti anni fu composta da un livello da 7 a 12. Fu riorganizzata come scuola media nel 1970. Agee era una stella in quattro sport al Mobile County, giocava a football, basket, baseball e atletica leggera. Durante la pausa estiva, l'adolescente giocava a baseball amatoriale. Egli, infatti, una volta prese delle palle al volo da un altro residente di Mobile, il futuro Hall of Famer, Bill Williams. "C’erano un bel paio di campi da gioco in giro", dichiarò l'allenatore del liceo di Agee, Curtis J. Horton, "I ragazzi avevano le aree in cui si potevano allenare .... I campi non erano perfetti e lisci. Il baseball veniva giocato praticamente in ogni quartiere, in ogni isolato. Se i bambini non avevano le palle e le mazze regolamentari, giocavano a stickball con palle di gomma e manici di scopa". Sul diamante della scuola superiore, Tommie batteva .390 e lanciava pure. Il team registrò solo una sconfitta. Purtroppo, l’Alabama non aveva un campionato di baseball dello stato mentre Agee era alla Mobile County Training School. Nel football, Agee era un end e il suo amico Cleone Jones, un halfback. Il MCTS football ebbe un record stellare - solo una sconfitta durante i tre anni di Tommie con la squadra. Agee ricordò con affetto: "Avevamo una giocata che si chiamata “numero quarantotto”, ed era un gioco d’opzione dell’halfback. Il quarterback consegnava a Cleone che aveva la possibilità di correre o di passarmela. Durante la stagione del 1960, abbiamo fatto cinque touchdown solo con questa giocata". Agee continuò alla Grambling State University con una borsa di studio per il baseball, anche se la scuola era più conosciuta per altri sport. La star dell’NBA Willis Reed e il cornerback della NFL Willie Brown, che entrambi raggiunsero la Hall of Fame nel loro sport come giocatori professionisti, studiavano alla Grambling nello stesso periodo di Agee. Il Dr. Ralph Waldo Emerson Jones che aveva allenato la squadra di baseball della scuola della Louisiana ricordava così la prima partita di Tommie: "Abbiamo lavorato sulla necessità di ridurre il suo swing. Sai com'è, tutti questi ragazzi che pensano solo all’home run .... Beh, la prima volta colpì un home run oltre la recinzione a sinistra del campo. La volta successiva ne colpì uno sopra la recinzione dell’esterno centro. La terza volta ne battè uno sopra la recinzione a destra del campo. Poi ne colpì uno al centro e ottenne un fuoricampo inside-the-park". I primi rapporti di scouting su Agee affermavano una "mancanza di coordinamento", così come poveri fondamentali. In realtà, il coach Jones inizialmente lo mise in prima base. L'allenatore lo spostò nel middle infield e, dopo aver anche lanciato, lo mise infine all’esterno. Battere non era un ostacolo. Durante la sua sola stagione a Grambling, Agee battè .533, la media più alta nella storia della Southwestern Athletic Conference. Dopo quella colossale stagione al college ovviamente ogni pro birddog scout accorreva a casa di Agee a Mobile. "Sono stato a casa sua quando tornò dopo il suo primo anno a Grambling", disse Cleon Jones, "Ci saranno stati trenta o quaranta scout, tutti cercavano di parlare con lui, cercando di farlo firmare. Questo mi soffia via, l'uomo". Agee firmò un contratto con i Cleveland Indians con un bonus di 65.000 $ nel 1961. Trascorse parte di due stagione nell’Iowa, prima nella classe D a Dubuque, dove colpì .261 con 15 home run in 64 partite, e poi nella classe B a Burlington, battendo .258 con 25 basi rubate in 500 at-bat. Arrivò fino alla classe AAA a Jacksonville per due partite prima di essere chiamato a Cleveland. Il suo debutto in Major League avvenne il 14 settembre del 1962 davanti a 25372 spettatori al Metropolitan Stadium. Nella parte alta del nono, Agee, entrato come pinch-hitter, battè una volata contro il mancino dei Minnesota Dick Stigman, in una sconfitta per 11 a 1. Agee colpì .214 nel corso delle cinque partite giocate nel 1962. Rimbalzò avanti e indietro dalle farm al club di major per tutta la stagione del 1964. La sua media battuta cumulativa per Cleveland fu di solo .170, con un home run in 53 at-bat. Il 20 gennaio del 1965, il ventitreenne Agee venne coinvolto in uno scambio a tre squadre. Il pitcher Tommy John, il catcher John Romano e Agee andarono ai Chicago White Sox, i Kansas City Athletics mandarono Rocky Colavito a Cleveland, Chicago inviò Jim Landis e Mike Hershberger a Kansas City e Chicago spedì Cam Carreon a Cleveland. In una data successiva Chicago spedì Fred Talbot a Kansas City. Agee spese quasi tutto il 1965 a Indianapolis nella classe AAA, battendo .226 con 15 basi rubate. Colpì ancora peggio nel breve periodo con i Pale Hose, battendo la misera cifra di .158. Agee finalmente ebbe la sua occasione nel 1966. Agee era nel lineup come esterno centro titolare di Chicago nell’opening day e colpì un home run da due punti nel settimo inning per pareggiare il gioco. Gli White Sox andarono a vincere in 14 inning e Agee, che aveva iniziato la stagione nella settima posizione del lineup, si mosse velocemente verso la parte alta, prima da leadoff, per poi passare alla seconda, prima di stabilirsi nella terza posizione. Concluse la stagione come cleanup. Agee realizzò una media battuta di .273, con 22 fuoricampo, 88 RBI e 98 punti, giocando in 160 partite. Dopo aver tentato di rubare solo una base in passato nella sua prima esperienza in major, Agee rubò 44 basi per gli White Sox (fu preso 18 volte). Venne nominato Rookie of the Year dell'American League e risultò ottavo nelle votazioni del MVP dietro al vincitore della Triple Crown Frank Robinson dei Baltimora. Agee guadagnò un Gold Glove e fu nominato nella squadra All-Star. Fu ancora un All-Star nel 1967, ma soffrì nelle ultime fasi della stagione per un "incantesimo del secondo anno" (sophomore jinx). Aveva attraversato il primo semestre con una progressione in battuta di .247/.317/.401 - numeri non male per quell'epoca dominata dai lanciatori in una squadra dove nessun battitore regolare aveva colpito con una media superiore a .250 - ma Agee entrò in slump nel secondo semestre a .329/. 282/.218. E mentre prosperava contro i mancini, battendo .306 e metteva insieme un OPS di .844, fece scalpore nel management che si chiedeva se potesse essere un platoon player colpendo appena .199 contro i destri, anche se aveva battuto 10 dei suoi 14 home runs contro di loro. Il suo slump fu certamente evidente quando i Chi Sox combatterono fino alla settimana finale per il pennant con Boston, Detroit e Minnesota; il club con le calze scarlatte conquistò il pennant dell’AL l'ultimo giorno. L’outfielder era stato notato dal manager Gil Hodges degli Washington Senators. Quando i New York Mets presero Hodges dopo la stagione, una delle prime richieste del nuovo manager fu quella di avere Agee in squadra. Il 15 dicembre 1967, i Mets acquisirono Agee con l’infielder Al Weis. I Mets in cambio diedero il loro migliore battitore, Tommy Davis, e Jack Fisher, l'unico rookie dei Mets oltre a Tom Seaver ad aver fatto più di 30 partenze nel 1967 (I Mets diedero anche Billy Wynne e Buddy Booker agli White Sox per chiudere l'affare). Hodges inserì Agee come suo difensore centrale, una posizione in cui avevano provato in molti e che non avevano dato risultati in quella posizione. L’annunciatore radiofonico di lunga data dei Mets Bob Murphy commentò così: "La prima cosa che Gil ha voluto fare era di acquisire Tommie Agee. Voleva un ragazzo che battesse da leadoff con velocità e che potesse colpire anche di potenza". L'accordo prevedeva anche che Agee si riunisse con l'amico di lunga data ed esterno sinistro dei Mets, Cleon Jones. L’inizio della Grapefruit League del '68 fu un presagio poco roseo per il primo anno di Agee come un Mets. Venne colpito alla testa dall’asso dei St. Louis Cardinals, Bob Gibson, nel primo lancio dello spring training e feritosi fu ricoverato in ospedale. Agee iniziò la regular season battendo per terzo con una partenza di 5 valide su 16, buono per una media di .313, e di cinque punti segnati. Nella quinta partita, però, andò 0 su 10 in una sconfitta incubo durata 24 inning all’Astrodome, continuando in uno slump 0 su 34 che eguagliava il record del club di Don Zimmer del 1962. Dopo non aver battuto valido per due settimane e vedere la sua media calare a .102, finalmente mise a terra un singolo contro Larry Jackson dei Philadelphia. Non realizzò il suo primo fuoricampo o RBI fino al 10 maggio. Agee chiuse l'anno con una media battuta di .217, con soli cinque fuoricampo e 17 RBI in 391 at-bat. Aveva ricevuto la base su ball appena 15 volte, il suo totale più basso per una stagione piena, mentre andò strikeout 100 volte per il terzo anno consecutivo. Gli analisti del baseball e i sapientoni dissero che i Mets nel 1969 avrebbero avuto una possibilità su cento di vincere il Fall Classic. Perché? Fin dalla loro nascita lo sventurato club non era mai finito oltre il nono posto. Agee, opportunamente, divenne il primo battitore dei Mets del 1969. Con una gran voglia di riscatto e di premiare la buona fede del suo manager nell’averlo inserito come leadoff, colpì un doppio da tre punti, nel secondo inning del giorno di apertura, facendo segnare il primo punto della stagione per New York. Due giorni dopo, il 10 aprile, il ventiseienne, battè due home runs. Il suo primo della giornata fu un leggendario homer nel secondo inning che atterrò fuori dello Shea Stadium sul lato sinistro. "Non ho mai visto una palla colpita come questa", disse Rod Gaspar, che vide perfettamente il volo della palla, trovandosi nell’on-deck circle, "Incredibile". Anche il pitcher che aveva lanciato rimase impressionato. "È stata una fastball bassa, interna, e lui l’ha colpita quasi come una pallina da golf", ha ricordato il mancino Larry Jaster dei Montreal Expos, "Il più delle volte, non li ha guardati. Sapevo che quello che avrebbe guardato, sarebbe stato colpito abbastanza bene". Agee prese il controllo anche di un altro lancio di Jaster, subito dopo, per il secondo home run. Tommie fu il primo e l'ultimo a colpire una palla in aria in territorio buono a sinistra o a destra allo Shea Stadium di una tale profondità. Il punto approssimativo fu poi immortalato dalla pittura di un grande cerchio dove aveva colpito il suo fuoricampo con il suo nome, numero e la data. Anni dopo, venne stimato a 480 piedi (146,30 m). Ma le palle lunghe erano in generale un evento raro con i Mets. Un club principalmente di lanciatori senza un sacco di valide, i Mets del 1969 vinsero segnando solo i punti sufficienti per vincere. Realizzarono un notevole 41-23 nelle partite terminate per un punto, spesso affidandosi al loro difensore centrale per ispirare i compagni di squadra. Cleon Jones, amico di lunga data di Agee, godette la migliore stagione della sua carriera nel 1969, e disse questo di Agee: "Ho avuto un grande anno con lui. Non ci sono state molte persone sempre in base, ma lui c’era. E c'ha aiutato a fare una buona squadra difensiva. Non abbiamo fatto molto in attacco, ma non c'eravamo a battere. Lui ha fatto la differenza in difesa". Agee fu leader dei Mets nel 1969 nelle partite (149), at-bat (565), punti (97), e, cosa sorprendente per un leadoff, guidò la squadra in home runs (26) e RBI (76). Anche se ebbe una splendida stagione con il suo guanto all’esterno centro, l’esterno sinistro dei Cincinnati Reds Pete Rose con Roberto Clemente e Curt Flood prevalsero per il Gold Glove. Rose arrivò quarto nelle votazioni dell’MVP, vinto da Willie McCovey; Agee fu sesto. L’attacco di Agee raccolse un sacco di recensioni. Dopo che i Mets avevano iniziato ad accorciare le distanze a metà agosto con i Chicago Cubs, che erano primi, a 10 game, Larry Merchant del New York Post disse: "A volte una squadra arriva in città e si legge sul giornale che il leadoff ha colpito un fuoricampo". Infatti, i Cubs dovevano aver sfogliato i giornali scandalistici della Grande Mela. Il primo lancio della resa dei conti dell'8 settembre di Bill Hands dei Cubs fu sparato fuori da Agee. Era stato chiamato "un lancio progettato per inviare lui e i Mets al creatore". Dopo quella partita, che New York vinse con Agee che scivolò passando il catcher Randy Hundley in una memorabile chiamata stretta, l'outfielder aveva commentato: "Non mi importa di essere colpito. Se stai battendo cercano di colpirti. L'unica cosa che non mi piace è se vogliono vendicarsi". Jerry Koosman si prese cura di questo finale per i Mets - con la presenza di un gatto nero che girò attorno a Ron Santo - si presero cura dei Cubs la notte successiva e presero il primo posto la notte dopo. I Mets falciarono gli avversari, finendo con un record di 100-62. "The Amazin" superarono i Cubs, al secondo posto, di otto partite e conquistarono il primo titolo della storia della National East League. La prima edizione delle Championship Series vedeva New York contro gli Atlanta Braves, vincitori della West League. Agee, giocò tutti i giorni, nonostante il multiplo platoon system di Hodges, battendo leadoff in tutte e tre le partite. Dopo essere diventato il primo Mets di sempre ad apparire in una partita di postseason e non battendo nessuna valida nella prima partita della serie vinta, Agee colpì un fuoricampo in ciascuna delle due partite successive e segnò quattro punti realizzando una media di .357 con i Mets che spazzarono i Braves. Agee fu il primo Mets a camminare verso il piatto in una partita delle World Series e - come aveva fatto in apertura della NLCS - venne eliminato su una rimbalzante. L’outfielder degli Orioles Don Buford - un ex compagno di Agee a Chicago - colpì un fuoricampo da leadoff contro Tom Seaver e Baltimora vinse la prima partita per 4 a 1. I Mets ottennero la vittoria per 2-1 il giorno dopo. Agee si prese in carico Gara 3 e i Mets fecero un ulteriore passo in avanti. Sports Illustrated etichettò così la performance del 14 ottobre di Agee: "La più spettacolare partita delle World Series che qualsiasi esterno centro abbia mai goduto". Il leadoff Agee aprì la prima World Series giocata allo Shea con un home run contro l’Orioles ace, e futuro Cooperstown, avversario Jim Palmer. Agee era andato 0 su 8 nelle due gare nel Maryland. New York era in vantaggio 3 a 0 nel quarto inning, ma gli Orioles si fecero minacciosi con corridori in prima e terza e due outs. Il catcher dei Baltimore, Elrod Hendricks, colpì il lancio di Gary Gentry sul centro-sinistra. Sembrava un doppio o anche un triplo per il ricevitore di Baltimora. Come Agee volò verso la sinistra del campo, Cleon Jones sapeva che il suo vecchio amico avrebbe fatto la giocata. "L’ho visto battere il suo pugno nel guanto", disse Jones, "Ogni volta che si preparava a fare una presa, si batteva il pugno nel guanto". Agee allungò la mano e afferrò la palla in backhand quando riuscì a fermarsi prima di sbattere sulla scritta dei 396 foot - mostrando abbondantemente il bianco della palla che era depositata sul bordo della trappola del guanto. Baltimore caricò le basi al settimo con due out. Il center fielder degli Orioles, Paul Blair, rappresentava il punto del vantaggio quando Nolan Ryan sostituì Gentry. Blair battè la palla in profondità al centro-destra del campo e Agee nuovamente accelerò all'inseguimento. Si tuffò per prendere la palla al volo lungo la corsia di avvertimento, come se fosse un nuotatore olimpico. La pallina entrò nel suo guanto mentre si distendeva prono a terra. Agee più tardi disse: "Ho pensato che avrei potuto prenderla senza tuffarmi, ma il vento è calato e la palla andava verso il basso e ho dovuto buttarmi a terra". I 56335 tifosi presenti allo Shea gli tributarono una standing ovation quando andò alla battuta nella parte inferiore dell’inning. Più tardi Agee raccontò: "Le parole non possono descrivere come mi hanno fatto sentire. Mi sentivo come se avessi potuto colpire due home run in quel momento alla battuta". Gli diedero la base su ball, gli Orioles non vollero correre altri rischi con Agee. La stampa sportiva immediatamente confrontò la presa di Agee, che aveva negato a Blair un triplo sicuro o un fuoricampo inside-the-park, con le altre prese chiave delle Series: la grande presa di Al Gionfriddo contro Joe DiMaggio (1947), Willie Mays contro Vic Wertz (1954), o quella di Sandy Amoros contro Yogi Berra (1955). Dopo la partita Agee disse: "Il fuoricampo significa soltanto un punto. Le prese salvano di più dell’homer". L’homer del leadoff Agee significò un punto e le prese ne salvarono almeno cinque nella vittoria per 5-0 che mise i Mets davanti agli schiaccianti favoriti Orioles nelle World Series. Agee realizzò solo due valide in più nella serie e finì con una media di .167 nella vittoria in cinque partite dei Mets, ma era diventato un eroe come tutti i suoi compagni in una squadra improvvisamente traboccante di superuomini. Dopo la World Series, Agee insieme a pochi altri Mets apparve in una rivista a Las Vegas, cantando "The Impossible Dream". Tornati a Mobile, Agee e Jones vennero premiati con una parata. Agee notò tristemente: "Non hanno mai prestato attenzione a noi prima d'ora. Odio pensare che c’è voluta una World Series, ma credo che non c'era molto interesse per due giocatori di colore fino a quando qualcosa di simile a questo non è successo". The Sporting News nominò Agee NL Comeback Player of the Year. Continuò ad essere il battitore leadoff del club e center fielder titolare per altre tre stagioni. Vinse, anche se in ritardo, il suo secondo Gold Glove nel 1970 e superò la sua stagione del '69 in diverse categorie. Battè .286, la più alta media battuta in carriera, e realizzò 30 doppi. Quell'anno ottenne anche il record di squadra con 636 at-bat (interrotta da Felix Millan nel 1973 con 638), 31 basi rubate (sormontato da Lenny Randle nel 1977 con 33), 107 punti (superato di uno da Darryl Strawberry nel 1987), e 298 basi totali (cancellato da Strawberry nel '87 con 310). Agee ottenne sia 20 che 19 partite consecutive con almeno una valida nel '70 mentre i suoi 24 home run fecero di lui il primo Mets della storia a primeggiare nel club per due volte in quella categoria o raggiungendo più di 20 homer in un anno. Le stagioni 1971 e 1972 videro Agee ostacolato dai problemi al ginocchio. Prima dell'inizio della stagione 1972, Hodges morì improvvisamente e Yogi Berra venne nominato manager. Un altro cambiamento era in serbo l’11 maggio quando i Mets acquisirono il più grande esterno centro che veniva sempre dall’Alabama: Willie Mays. Agee rimase ancora il titolare al centro campo nella maggioranza delle partite, rispetto al quarantunenne Mays, ma non giocò più ogni giorno, come aveva fatto sotto Hodges. La sua media era pari a .281 il giorno che Mays fece la sua prima apparizione al piatto come Mets. Agee finì l'anno solamente a .227, la sua media più bassa dal suo primo anno allo Shea. Il 27 novembre del 1972, i Mets scambiarono Agee con gli Houston Astros per l’outfielder Rich Chiles e il pitcher Buddy Harris. Agee apparve in 83 partite per Houston e battè .235 con otto fuoricampo. Gli Astros lo mandarono ai St. Louis Cardinals il 18 agosto 1973, ricevendo l’outfielder Dave Campbell e contanti. La sua ultima partita fu il 30 settembre 1973 al Busch Stadium, dove entrò come pinch-hitter per il lanciatore Diego Segui nel quinto inning contro i Philadelphia Phillies. Agee colpì una rimbalzante corta e fu eliminato. Agee aveva pianificato di continuare a giocare con i Los Angeles. Il 5 dicembre 1973, i Cards lo cedettero ai Los Angeles per Pete Richert, ma i Dodgers lo rilasciato verso la fine dello spring training, il 26 marzo 1974. Agee concludeva la sua carriera, a 31 anni, con una media battuta di .255, con 130 fuoricampo, 433 RBI e 167 basi rubate. In pensione, Agee divenne molto attivo nei programmi per i giovani nella zona di New York. Possedeva un bar vicino allo Shea Stadium chiamato “The Outfielder's Lounge”. Più tardi entrò nel business delle assicurazioni con la Stewart Title Insurance Company. Il 22 gennaio 2001, al momento di lasciare l’ufficio di Manhattan, Agee fu colpito da un fatale attacco di cuore. Aveva 58 anni. Lasciava la moglie Maxine e la figlia Janelle. Il presidente dei Mets Nelson Doubleday disse di Agee: "Uno dei più grandi Mets di tutti i tempi". Nell’Opening Day 2001, i Mets indossarono una toppa per onorare Agee e Brian Cole, una prospetto ucciso in un incidente d'auto poco prima dell’opening. Agee è stato inserito nella Hall of Fame dei Mets nel 2002, l'ultimo giocatore così onorato allo Shea Stadium. I membri della sua famiglia sono stati invitati a partecipare alla giornata finale allo Shea nel 2008. Dopo la morte di Agee, Cleon Jones era ancora meravigliato di come sembrasse facile per il suo vecchio amico giocare in una partita al centro campo allo Shea Stadium, nonostante la scarsa visibilità e il vento vorticoso. "L'ho odiato; ogni ragazzo prima di me, lo ha odiato", ricordava Jones, che era stato il difensore centrale del club, due anni prima dell'arrivo di Agee a New York. "Ma Tommie non si è mai lamentato. Ho guardato Willie Mays, Curt Flood, Vada Pinson, un sacco di ragazzi che sono entrati nel campo esterno allo Shea Stadium. Nessuno giocava meglio di Tommie Agee".

The Sporting News: Tommie Agee nella prima straordinaria presa in Gara 3 delle World Series del 1969

Tommie Agee in tuffo nella seconda straordinaria presa in Gara 3 delle World Series del 1969

Il punto dove era caduto il fuoricampo, il più lungo nello Shea Stadium

Tommie Agee mentre firma autografi ai giovani fans

 

Sandy Amoros

Edmundo (Isasi) Amoros

Nickname : "Sandy"

Nato: 30 Gennaio 1930 a l'Havana, Cuba
Morto: 27 Giugno 1992 a Miami, FL
Debutto: 22 Agosto 1952
Batte:
Sinistro / Tira: Sinistro

Il 4 ottobre del 1955, l’outfielder Edmundo Amorós aiutò finalmente a far arrivare ai Brooklyn Dodgers il "Next Year"(*). La sua corsa per prendere al volo la battuta di Yogi Berra vicino alla linea di foul di sinistra allo Yankee Stadium salvò i "Bums", vincitori 2-0 in gara sette delle World Series. Il pitcher Johnny Podres riuscì a tenere i restanti tre inning e portare Brooklyn al loro unico titolo. La presa di Amorós è ancora una delle più grandi nella storia delle Series, ed è stato il momento decisivo della carriera del cubano. Sandy - così chiamato per una somiglianza, si suppone, col pugile Sandy Saddler - fu eletto nella Hall of Fame del baseball cubano nel 1978. Egli fu anche una grande promessa nella Negro Leagues, nella Repubblica Dominicana e in triplo-A. Nelle major, però, rimase un giocatore di ruolo, giocando solo tre estati piene insieme con frazioni di altre quattro. Secondo l'autore Peter Golenbock, la barriera linguistica ostacolò la sua carriera. Amorós era stato uno dei più grandi giocatori di sempre ad uscire da Cuba prima della rivoluzione Castrista. Se avesse parlato in inglese, di certo avrebbe giocato di più, perché a Cuba era un hitter da .300 in una lega veloce, era agile sul campo, eccellente nel rubare basi, ed era un buon bunter. Ma lui non imparò mai la lingua, e fu un handicap che gli impedì di diventare una star. "Un manager proprio non si fida di impiegare un giocatore quando non è sicuro se il ragazzo lo capisce oppure no". Dopo i suoi giorni come professionista finì in Messico nel 1962, Amorós poi cadde in disgrazia, in conflitto con Fidel Castro. Povertà e malattie segnarono gli ultimi 30 anni della sua vita. Edmundo Amorós nacque il 30 gennaio del 1930, a Pueblo Nuevo nel distretto di Matanzas, a 50 miglia ad est dell'Avana. Questa città è conosciuta per la cultura afro-cubana. Molte persone della zona sono chiamati "Congos" - che, come dice l’autore Roberto González Echevarría, è "un comune (se di cattivo gusto) modo di riferirsi a qualcuno che è molto nero. Gli stessi cubani neri lo applicano gli uni agli altri. . . . I congos hanno fama di essere piccoli, ma duri". Amorós, uno dei tanti giocatori di baseball afro-cubani di Matanzas, era alto 163 cm e pesava 77 chili e aveva una sorprendente potenza da home-run. Lo scout che lo fece firmare per i Dodgers, Al Campanis, lo chiamava "Miracle Wrists" (Polsi Miracolosi). Edmundo era il più giovane dei sei figli nati da Guillermo Amorós e Carida Isasi. Guillermo, che lavorava nei campi di canna da zucchero, morì quando il suo bambino aveva solo 3 anni. Carida sosteneva la sua famiglia lavorando in una fabbrica tessile. Edmundo frequentò la scuola per otto anni, ma iniziò a lavorare in fabbrica all'età di 14 anni. Il giovane, piccolo ma veloce, aveva giocato a baseball fin dalla tenera età, e aveva già abbastanza talento per tenere testa ai giocatori di Matanzas. Nel 1947, quando aveva 17 anni, trasse ispirazione anche dal suo futuro compagno di squadra ai Dodgers. Brooklyn aveva tenuto quell'anno lo spring training all'Avana, e Amorós poi sottolineò: "Quando vedo giocare Jackie Robinson nel mio paese, mi dico che se lo può fare lui, posso farlo anch'io". Nella struttura del baseball a Cuba prima di Castro, il punto di passaggio nella divisione Juveniles erano i 20 anni. Nel 1949, a 19 anni, Amorós vinse il titolo nazionale di battuta a questo livello. Ciò è significativo perché quando iniziò la sua carriera nella big league, i giornali e le figurine di baseball Topps indicavano che era nato nel 1932. Eppure nel 1951, Edmundo era diventato un professionista a casa sua. Chiaramente il prospetto tagliò un paio di anni della sua età per i suoi scopi negli Stati Uniti. Nei primi mesi del 1950, il giovane outfielder acquisì visibilità internazionale. Dal 25 febbraio fino al 12 marzo, si svolse a Guatemala City il sesto Central American and Caribbean Games. Cuba vinse tutte e sette le partite del torneo a otto squadre di baseball - guidata da Amoros, che colpì .370 con sei homers e 14 RBI. Lo scrittore Peter Bjarkman descrisse Amorós e il lanciatore Justiniano Garay come "due neri che contrassegnarono l’iniziale svolta del roster di Cuba e come lentamente e silenziosamente l'integrazione razziale era arrivata ​​dentro i circoli amatoriali del baseball cubano". L’Amateur League a Cuba, che era un baluardo dei club sociali privati di soli bianchi, in realtà rimase segregata fino al 1959 (La segregazione è riconducibile alla fine del secolo scorso, quando il disaccordo tra i giocatori per quanto riguardava la professionalizzazione del gioco portò ad una scissione. Il gioco amatoriale è stato l'origine della segregazione ed è rimasto uno sport giocato tra gli esclusivi centri sociali e operai. L'appartenenza a questi clubs furono limitati ai bianchi, quindi i neri erano esclusi dal baseball amatoriale e dovettero giocare per le squadre semiprofessionali o nel circuito dei zuccherifici e quindi erano ineleggibili per le competizioni amatoriali internazionali. E’ difficile da determinare se la segregazione sia stata una diretta conseguenza dell’influenza americana sulla borghesia cubana o se era un retaggio del periodo coloniale). Però, Amorós e Garay divennero eleggibili nel 1950. A loro si unì Ángel Scull, un altro outfielder nero di Matanzas, che giocò nove stagioni in triplo-A, ma che non arrivò mai alle major. Edmundo poi giocò con i New York Cubans, gestiti dall’impresario cubano Alex Pompez, nella Negro American League. Giocò in prima base, oltre che all’esterno, battendo .338 (una statistica unica e probabilmente incompleta), con almeno un notevole homer al Polo Grounds. Il pitcher Sam Williams aveva promesso prima della partita di colpire Amorós, e gli lanciò una fastball pericolosamente vicino alla testa. Sandy poi in risposta allo scambio pre-partita picchiò fuori la palla nel secondo anello dello stadio. Quell'inverno, 24 giornalisti sportivi cubani votarono all'unanimità Amorós "Rookie of the Year" della Cuban League. (Le statistiche mostrano che giocò in 41 partite, ma con soli 42 at-bat, perchè probabilmente incomplete). Egli aveva aiutato l'Avana Rojos (Reds) al loro primo di tre consecutivi titoli cubani sotto il manager Mike González. Poi, a Caracas, in Venezuela, Amorós andò 5 su 15 nella terza Caribbean Series, vinta dal Porto Rico. I New York Cubans cessarono di esistere dopo la stagione 1950. Durante l'estate del 1951, Amorós giocò nella Repubblica Dominicana, dove il baseball pro aveva ripreso quell'anno (la League chiuse i battenti nell'inverno del 1955). Con il club delle Estrellas Orientales a San Pedro de Macoris, Edmundo ottenne un record di 31 su 79 (.392), segnando 20 punti e 19 RBI. Nell'inverno del 1951-52, Amorós ottenne i seguenti numeri .333-3-27 per L'Avana e fu nominato All-Star della League. Egli attirò anche l'attenzione del coach dei Brooklyn Dodgers Billy Herman, che allenava il team di Cienfuegos. Herman, a sua volta passò la notizia a Al Campanis, che lo fece firmare per un bonus di 1000 $. Dopo che si concluse la stagione cubana, i Reds continuarono a giocare la quarta Caribbean Series, che si svolse a Panama City. Cuba vinse tutte e cinque le sue partite, ed Edmundo fu leader di tutti i battitori andando 9 su 20 (.450). Il 21 febbraio, una di queste valide permise a Cuba di vincere facendo segnare l’unico punto contro il Venezuela mentre il pitcher Tommy Fine ottenne una no-hitter - un risultato unico nella storia della serie. Quella primavera, Amorós fece il suo secondo debutto nella minor league con i St. Paul Saints, una delle due affiliate dei Brooklyn in triplo-A. In quel periodo prese il suo soprannome, Sandy, dal veterano compagno di squadra Bert Haas, compagno di squadra anche a l'Avana. La somiglianza con il campione dei piuma Saddler era solo di passaggio, ma il nomignolo gli rimase per sempre, anche se molti articoli contemporanei ancora lo chiamavano Edmundo. Negli Stati Uniti, però, non parlando lo spagnolo accentuavano tipicamente la prima sillaba del suo cognome. In 129 partite con i Saints, Amorós colpì duramente (.337-19-78). Quel luglio, Andy High, capo scout dei Dodgers, disse che era degno di un bonus di 150000 dollari, dato che i giovani liceali americani quello ricevevano. Circa un mese dopo, il 21 agosto del 1952, i Dodgers annunciarono che avrebbero mandato nelle minor il lanciatore Chris Van Cuyk e avrebbero chiamato Amorós - propagandato come "un altro Willie Mays" – per aiutarli in questo tratto di stagione. Sandy fece il suo debutto il giorno dopo, nella prima partita di un doubleheader al Forbes Field di Pittsburgh. Nel suo primo at-bat, come pinch-hitter al nono inning, colpì un singolo contro Woody Main e cominciò a girare le basi perchè la palla intanto era passata attraversato le gambe dell’esterno centro Brandy Davis. A quanto pare Amorós era proprio dietro a Gil Hodges mentre attraversava il piatto. Sandy battè .250 in 44 at-bat nel resto della stagione - "change-ups fooled Miracle Wrists" (Miracle Wrists ingannato dai cambi), spiegò il cronista dei Dodgers Roger Kahn. Tuttavia, rimase nella rosa dei Brooklyn per le World Series, apparendo brevemente come un pinch-runner in gara sei. Amorós ancora una volta fu protagonista a Cuba nell'inverno. Con 3 homers e 38 RBI, vinse il titolo della battuta con un record di .373 - il più alto della league in più di 30 anni. Eppure, nonostante avessero giocato in casa, l'Avana finì dietro Santurce di Puerto Rico nella Caribbean Series; Edmundo andò solo 4 su 24. Per varie ragioni, Sandy trascorse l'intera stagione del 1953 con Montreal, l’altra squadra di triplo-A di Brooklyn. Vinse la corona di battuta dell’International League, con .353, 23 homers e 100 RBI. Don Thompson giocò la maggior parte delle tempo all’esterno sinistro per Brooklyn; tuttavia, Jackie Robinson giocò bene anche nello stesso ruolo nel 1953. Il front office cercò di tenere ancora per un po’ Sandy nelle minor, per il suo inglese che era ancora molto limitato - "Hokay" e "steak" erano le sue parole chiave del vocabolario. Un altro fattore è però degno di nota: il 7 aprile del 1953, il New York Times osservava: "a causa di un ritardo di tempo all'Avana dovuto al McCarran Act, Amorós non ha indossato questa primavera l'uniforme dei Brooklyn. Ha lavorato fin dal suo arrivo a Vero Beach". Il McCarran Internal Security Act del 1950 era una controversa legge volta ai "sovversivi", passata nonostante il veto del Presidente Truman, mentre il Senato era nella morsa del MacCartismo. Anche se il comunismo era ancora a molti anni di distanza da Cuba, gli stranieri in tutto il mondo furono messi di fronte agli stretti cordoli di ammissione per entrare negli Stati Uniti, soprattutto dopo che fu approvato il McCarran-Walter Act nel 1952. Erano anche visibili sgradevoli implicazioni razziali. Nei giorni in cui Don Newcombe lanciava, il lineup dei Dodgers aveva potenzialmente il maggior numero di giocatori di colore (Robinson in terza al posto di Billy Cox, Campanella, e il rookie seconda base Jim Gilliam, così come Sandy). Brooklyn era stata una organizzazione rivoluzionaria, ma a quel punto, Branch Rickey non c'era più. Roger Kahn aveva osservato che "In realtà, da questo momento i Dodgers sono dei crociati estremamente prudenti". Sandy ebbe un altro eccellente inverno a Cuba (.322-9-39), e poi una forte primavera con i Dodgers nel 1954. Ciò spinse ulteriormente la "licenza poetica", con la pronuncia del suo cognome quando lo scrittore Dan Parker del New York Mirror fece la parodia della canzone "That’s Amore". Amorós iniziò la stagione del 1954 a Brooklyn, ma i Dodgers lo mandarono a Montreal a metà maggio, quando venne il momento di rispettare i limiti dei roster. Anche se la direzione dei Dodgers aveva negato, era ritornato a galla il possibile movente razziale, quando il giornalista John Lardner discusse nella sua storia del 10 maggio su Newsweek: "Il 50 per cento della Color Line". Bill Roeder del New York World-Telegram & Sun (che aveva separatamente rimarcato l'abitudine di Sandy di dimenare i polsi alla piastra), scrisse anche di "una corrente sotterranea di sospetto". Quando Amorós ritornò nel mese di luglio, tuttavia, la maggioranza nera nel lineup scese in campo il 17 luglio al Milwaukee County Stadium, per la prima volta nella storia della Major League. Jackie Robinson giocò in terza base, anche se spesso in platoon con Sandy al sinistro. Sei giorni dopo, Edmundo colpì il suo primo fuoricampo in major contro Vic Raschi dei Cardinals. La stagione 1954 fu notevole anche per una polemica che si sviluppò in seguito – il contenzioso di Roberto Clemente, che dichiarò che i Dodgers lo "tennero in panchina" a Montreal. L’autore Stew Thornley riesaminò questa credenza generalmente accettata nell'edizione annuale del 2006 di SABR, The National Pastime. Citò lo storico di baseball canadese Neil Raymond: "Quello che appare evidente attraverso i quotidiani di Montreal (La Presse, The Gazette, The Star) è che questa squadra non è stata percepita come un esercizio di sviluppo dei giocatori", affermò Raymond, "Loro pretendevano di vincere. Traduzione: Le apparizioni al piatto di Sandy Amorós erano considerate molto più preziose", infatti, Edmundo aveva una mazza calda prima del suo richiamo (.352-14-50). La sua produzione per Brooklyn, in gran parte contro lanciatori destri, fu buona (.274-9-34). Subito dopo Natale del 1954, Amorós sposò Migdalia Castro, il suo amore d'infanzia di Matanzas, da cui nacque la figlia Eloisa. A seguito di una buona quinta stagione consecutiva a l'Avana (.307-5-37), Sandy divenne infine il titolare esterno sinistro per Brooklyn nel 1955. Giocò il più alto numero di partite in carriera (119) con 388 at-bat. I numeri non furono eccezionali (.247-10-51), ma la sua azione nelle World Series si rivelò essere speciale. Amorós era 4 su 12 dopo cinque partite, e quando entrò in Gara 7 al sesto inning (con Jim Gilliam spostato dal sinistro in seconda), il suo momento di eccellenza era a portata di mano. Billy Martin come leadoff, nella parte bassa del sesto, ottenne una base su ball, e Gil McDougald mise giù un bunt valido. Quando il commentatore degli Yankees Mel Allen annunciò l’arrivo al piatto del pericoloso Yogi Berra: "Johnny Podres sul monte. Dodgers avanti 2 a 0. . . . Gli outfield si spostano verso destra. Sandy Amorós sta giocando verso il centro. Berra è fondamentalmente un battitore che tira la palla. Ecco il lancio. Berra sventola e colpisce la palla in campo opposto, lungo la linea sinistra del campo ...... Sandy Amoros scatta velocissimo verso la linea di foul ..... e lui correndo fa una sensazionale presa con una sola mano! Si gira, ruota, spara la palla a Pee Wee Reese. Reese la spara a Gil Hodges in prima base in tempo per eliminare in doppio gioco McDougald. E la rimonta degli Yankees è ostacolata!". Quando gli chiesero come avesse fatto la giocata, Sandy riassunse semplicemente: "Non lo so ..... ho corso a gambe levate". Oltre alla sua grandissima velocità, Amorós era anche mancino; il destro Jim Gilliam disse che non avrebbe raggiunto il line tagliato in backhand. Eppure, secondo il lanciatore vincente Podres: "La grande cosa a questo proposito, però, più che la presa, è stato come ha tirato la palla a Reese". Johnny aggiunse che Don Zimmer la prese scherzosamente e si attribuì il merito per il corso degli eventi, perché il manager Walt Alston lo aveva tolto per un pinch-hitter e inserito Amorós in difesa. La rivista Life pubblicò una splendida foto di Sandy con un sorriso smagliante e un sigaro cubano mentre celebrava la vittoria. La stampa cubana si divertì ancora di più. "Amorós, eroe dell'anno", proclamò Carteles. Boemia pubblicò a piena pagina la fotografia di Amorós con sopra la didascalia: "La sua performance nelle World Series ha prodotto intensa gioia nella nostra nazione". Le sue gesta significano un "trionfo e conferma per la qualità del nostro sport" e "gli assicurano un posto d’onore nella storia del pastime di Cuba". Sandy trascorse il suo ultimo inverno con gli Avana Reds nel 1955-56, scendendo sotto .300 (.262-8-34). Fu felice per la sua migliore stagione in major nel 1956, colpendo però 16 homers e 58 RBI per Brooklyn in soli 292 at-bat. Nelle World Series, invece, fu piuttosto freddo, andando solo 1 su 19 in sei partite - con una cruciale near-miss (poco ci mancava). Nel quinto inning del perfect game di Don Larsen, Amorós agganciò un lancio che finì appena fuori del palo di foul di destra. Prima della stagione invernale 1956-57, l'Avana scambiò Edmundo a Almendares per quattro giocatori: l’infielder Héctor Rodríguez, gli outfielders Román Mejías e Óscar Sardiñas e il lanciatore Raúl Sánchez. Con gli Alacranes (Scorpions), soffrì una mediocre stagione, colpendo solo .194 con 4 homers e 24 RBI. Sandy non avrebbe mai potuto raggiungere un livello superiore a Brooklyn. Dal punto di vista linguistico, non aveva fatto grandi progressi, contando sul sostegno dei compagni di squadra di lingua spagnola tra cui Joe Black, Gilliam e Campanella (Roy lo lasciò vivere sul suo yacht). Un fan dei Brooklyn, Pete Trunk ricorda che da ragazzo: "la mia banda di amici ed io abbiamo sempre odiato quando Sandy partecipava al programma televisivo 'Knothole Gang' di Happy Felton. Non riuscivamo a capire una sola parola di quello che stava dicendo!". Eppure, Amorós rimase un utile giocatore di ruolo nel 1957, in platoon con Gino Cimoli all’esterno sinistro (.277-7-26). La sua percentuale di arrivi in base (OBP) fu la più alta in carriera. Una delle abilità di Sandy meno notate era la sua capacità di ottenere basi su ball; battendo leggermente accovacciato riduceva la sua già scarsa zona di strike. Amorós realizzò in carriera un .361 di OBP nelle major, proprio in linea con Jim Gilliam (.360), di solito il leadoff dei Dodgers. Tuttavia, mentre Sandy avrebbe potuto essere un buon table-setter, si tendeva a farlo battere più basso nell'ordine. Basi su ball individuali / hit by pitch totali non erano facilmente quantificabili a Cuba, ma è giusto immaginare che l’OBP di Sandy fosse tra il suo record in major league e il suo record eccellente nelle minor (.420). Amorós si riprese un po' con Almendares nell'inverno del 1957-58 (.247-7-29). Da allora, però, rimase poco tempo nelle major. Nel marzo del 1958, i Dodgers - da allora a Los Angeles - lo misero sui waivers. Gli autori Larry Moffi e Jonathan Kronstadt descrissero la situazione come "un’amara disputa salariale", notando anche che "il giornalista sportivo Bill Nunn Jr., del Pittsburgh Courier affermò che i Dodgers avevano influenzato le altre squadre a 'tenere le mani lontane da Amorós' per punirlo di aver rifiutato di firmare per lo stesso stipendio, 10500 $, che aveva avuto l'anno prima". Passando attraverso i waivers non reclamati, Sandy tornò a Montreal. Non si sa se abbia mai imparato abbastanza il francese, anche se avrebbe dovuto essere più facile per lui. Giocò bene in triplo-A in entrambe le stagioni 1958 (.260-16-62) e 1959 (.301-26-79), più due inverni abbastanza buoni per gli Scorpions, evidenziati da un ritorno alle Caribbean Series nel 1959 (7 su 21). Los Angeles alla fine lo fece rientrare per cinque partite nel mese di settembre alla fine della stagione '59. Purtroppo, Amorós non era nel roster di postseason. Sandy effettivamente fece parte del roster dei Dodgersi nello spring training del 1960, ma con un compito molto limitato. Il 7 maggio, Los Angeles lo cedette ai Detroit Tigers per Gail Harris. Rimase con i Tigers come riserva e raramente venne utilizzato per il resto dell'anno. Il 31 maggio, il suo pinch-hit homer contro Dick Hall - l'ultimo dei suoi 43 nelle major league - diede a Detroit il loro unico punto in una sconfitta per 2 a 1. La League professionale cubana giocò la sua ultima stagione nell'inverno del 1960-61, e Sandy era lì fino alla fine con Almendares, realizzando una rispettabile media di .288. I suoi totali vita in 11 stagioni a Cuba, soggetti però ad una certa incertezza, furono 49 homers, 312 RBI, e una media di .281 in 2305 at-bat. Amorós trascorse poi il 1961 a Denver nell'American Association (.259-10-58). Il 18 marzo del 1962, l'organizzazione dei Tigers vendette lui e l’infielder Ossie Álvarez ai Red Devils di Mexico City. Sandy giocò bene (.305-13-71) - ma i suoi giorni sul campo erano finiti, quando colpì un nuovo ostacolo. L’autore Nicholas Dawidoff (forse più noto per il suo libro su Moe Berg, The Catcher Was a Spy) fornì molti approfondimenti sulla vita di Sandy in un articolo che scrisse per Sports Illustrated nel luglio 1989. Descrisse come le cose precipitarono a causa di un battibecco con El Líder Maximo, Fidel Castro: "Castro aveva deciso di organizzare un intero campionato professionale estivo a Cuba. Aveva chiesto a Amorós, che, come al solito, stava trascorrendo la sua offseason a Cuba, di rimanere a casa e dirigere una delle squadre invece di tornare in Messico quell'estate. 'Dissi a Castro, che non sapevo come dirigere', disse Amorós, 'Potevo giocare, perché dovevo allenare?' Privatamente, Amorós aveva delle remore a lavorare per il governo. Castro non prese alla leggera il rifiuto di Amorós. Gli tolse il suo ranch, l’auto, tutti i suoi beni e il denaro". Sandy lavorò come meccanico, riparatore, o qualsiasi altra cosa riusciva a trovare. Le ristrettezze portarono altri problemi, osservò Roberto González Echevarría: "Per molti giocatori, il crollo della Cuban League ha avuto conseguenze tragiche. La diaspora iniziò. Amorós, per esempio ..... non potè allontanarsi per molti anni, durante i quali diventò un alcolizzato e, infine, un diabetico. Quando lui ritornò negli USA, i Dodgers lo misero sulla loro lista per i pochi giorni di cui aveva bisogno per la sua pensione". Era maggio del 1967. John McHale, poi assistente del Commissioner Spike Eckert, fu il coordinatore dell'atto benevolo. Quando il futuro esecutivo dei Montreal Expos scoprì che Sandy aveva sette brevi giorni per la qualificazione, ne parlarono con il general manager dei Dodgers, Buzzie Bavasi, che lo riportò a sua volta al proprietario della squadra Walter O'Malley. C'è una foto di Sandy - "senza un soldo, calvo e 30 chili in meno rispetto a quando aveva giocato per Brooklyn" - che consegna il line-up a casa base durante quel periodo al Dodger Stadium. Sandy era riuscito a fuggire da Cuba alla fine, grazie ai buoni servizi di Armando Vásquez, il suo vecchio compagno e le Negro League. La Catholic Charities di Brooklyn sponsorizzò il suo visto, e Amorós ottenne un lavoro come coach in una squadra giovanile dell’Organizzazione Cattolica a New York. Ma dopo che la famiglia arrivò negli Stati Uniti e i Dodgers prestarono il loro sostegno, seguì una triste sequenza di eventi, come ripotò Nicholas Dawidoff: "Nel dicembre del 1967, Migdalia divorziò, prendendo Eloisa con se. Dopo tre anni, bruciò il negozio in cui lavorava [un negozio di TV nel South Bronx]. Per sei mesi Amorós rimase disoccupato, fino a quando un amico al New York Post, che aveva collegamenti con l'ufficio del sindaco di New York, John Lindsay, lo aiutò a trovare un lavoro con il dipartimento dei parchi nel Bronx. Quando finì il mandato di Lindsay finì anche il lavoro di Amorós. Seguirono due anni di disoccupazione". Nel 1977, Amorós rivendicò la pensione dalla major league baseball e si trasferì a Tampa, dove visse solo con il denaro guadagnato da una varietà di lavori umili e dalla sua pensione. A quel punto, Sandy era gravemente dolorante alle gambe a causa di una cattiva circolazione dovuta al diabete. I medici amputarono, nel settembre del 1987, parte della gamba sinistra. Roberto González Echevarría offrì un'altra commovente descrizione di Sandy "che non era formalmente in condizione di essere intervistato": "Non dimenticherò mai sbirciando da una finestra dell'appartamento di Edmundo Amorós a Tampa, con Agapito Mayor [un lanciatore cubano], per vedere se il vecchio eroe delle World Series del 1955 era sveglio. Ogni giorno, Mayor lo portava a mangiare in un ristorante nelle vicinanze con servizio di take-out e ripuliva l'appartamento per lui. Sono stato profondamente colpito dalla bontà di Mayor, che ha mostrato senza problemi, come stesse eseguendo la maggior parte delle faccende di routine. Una volta all'interno c'era una figura secca, senza una gamba dal ginocchio verso il basso (diabete), e con il colore cinereo di chi è in cattiva salute. Parlava dolcemente di lasciare Cuba, di ottenere un’offerta per giocare in qualche independent league in Canada, perché ancora ricordavano le sue giornate con i Montreal Royals. Ma lui diceva che sapeva che aveva finito. La sua gamba artificiale era appoggiata contro il muro. Un piccolo televisore emetteva squilli da alcuni film d'avventura. Mayor se ne occupava, raccogliendo le cose, mettendo in ordine. Ha seguito Amorós in ospedale diverse volte....". Questo era in realtà un passo avanti rispetto alle peggiori condizioni che Sandy aveva affrontato. Dopo l’operazione, i compagni cubani e il Brooklyn Dodger Chico Fernández ottennero il Baseball Assistance Team (BAT) per integrare la magra pensione mensile di 495 dollari con un supplemento di 400 $ al mese. Amorós era però ancora capace di fare qualche viaggio e aveva ancora molti altri amici che lo tenevano nelle loro menti e nei loro cuori. Nel febbraio del 1990, andò a Miami per una riunione. La Federation of Professional Cuban Baseball Players in Exile lo ospitò proprio in concomitanza con la Caribbean Series di Baseball. La sala era piena di storia del baseball. Grandi cubani come Tony Oliva, José Tartabull e Sandy Amorós si erano riuniti per parlare di ieri e di oggi". Nel 1991, Sandy viveva ancora a Tampa. Nel suo ultimo anno di vita, però, si trasferì a Miami per vivere con la figlia e i suoi quattro nipoti. Il New York Times scrisse un altro articolo di approfondimento su di lui nel giugno del 1992, poco prima di recarsi di nuovo a Brooklyn come ospite d'onore al Coney Island Sports Festival. Memorabilia, firme autografe e cimeli vennero messi all’asta, e la parte del leone dei proventi furono destinati a suo vantaggio. Il 20 giugno era in programma il Sandy Amorós Day a Brooklyn. Ahimè, Sandy non ritornò mai più a nord. Fu colpito dalla polmonite il 16 giugno ed entrò al Miami Jackson Memorial Hospital. Anche se sembrava che si fosse ripreso dopo avergli applicato un respiratore, Sandy lo rifiutò e alla fine morì il 27 giugno. Fu sepolto nel cimitero di Woodlawn Park North Cemetery and Mausoleum di Miami. Più di 50 anni dopo la sua più grande impresa, Edmundo Amorós è ancora ricordato negli Stati Uniti e celebrato come un eroe a Cuba. Eppure, al di là del campo, nella buona e nella cattiva sorte, c'è stata sempre una costante in questo uomo orgoglioso ma modesto. Ha detto il suo avvocato, Rafael Sánchez: "Dai giorni in cui ha giocato fino ad ora, ha sempre avuto quel sorriso meraviglioso. Potevi guardarlo e ammirare solo quel sorriso".

(*) "Wait’till next year!"(Aspetta ancora il prossimo anno!)
Dopo gli anni senza risultati del 1920 e 1930, i Dodgers furono ricostruiti in un club concorrente, prima dal general manager Larry MacPhail e poi dal mitico Branch Rickey. Guidati da Pee Wee Reese, Jackie Robinson e Gil Hodges in campo interno, Duke Snider all’esterno centro, Carl Furillo all’esterno destro, Roy Campanella dietro al piatto e Don Newcombe sul monte, i Dodgers vinsero il pennant nel 1941, 1947, 1949, 1952, e 1953, per poi cadere contro i New York Yankees in tutte e cinque le successive World Series. L’annuale mantra rituale, che mise fine alla delusione, diventò un modello comune per i pazienti tifosi, e "Wait’til next year!" fu uno slogan non ufficiale dei Dodgers fino al 1955 quando si trasformò in "This year is next year!".

La foto di Amoros sulla copertina di Life dopo la vittoria nelle WS del 1955

Sandy Amoros e Duke Snider nel 1954

La storica presa di Amoros in gara 7 delle World Series del 1955

 

Jim Thorpe

James Francis Thorpe

Nato: 28 Maggio 1887 a Prague, OK
Morto: 28 Marzo 1953 a Lomita, CA
Debutto: 14 Aprile 1913
Batte:
Destro / Tira: Destro

Jim Thorpe è stato il più grande atleta a tutto tondo della Deadball Era. Oltre a giocare nella major league per sei stagioni, Thorpe, che era alto185 cm e pesava 84 Kg, fu un campione olimpico nel pentathlon e decathlon e il più grande giocatore di football americano della storia secondo un sondaggio della rivista Sport del 1977. Un giornalista sportivo lo definì la "più meravigliosa creazione dalle forme umane che abbia mai abitato la terra", ma altri lo descrissero come un ingenuo, pigro, avverso all’allenamento e incapace di tenere l’alcool. La carriera di Thorpe nel baseball fu deludente - giocò in 289 partite della National League e colpì solo .252 con sette fuoricampo e 29 basi rubate - dimostrando quello che gli atleti multi-sport come Michael Jordan hanno poi scoperto: e cioè che il semplice possesso di eccellenti strumenti naturali non garantisce il successo sul diamante. "Non riesco a colpire le curve", ammise Jim, "Credo che altrimenti avrei potuto colpire .300". Nipote del famoso guerriero Chippewa, Black Hawk, James Francis Thorpe nacque il 28 maggio 1887, nella riserva indiana Sac e Fox vicino a Prague, nel territorio di Oklahoma. Suo padre, Hiram, era un fabbro che sposò almeno cinque donne native americane e padre di più di 20 bambini. A causa della sua precoce abilità atletica, Jim ricevette il nome indiano Wa-tho-Huck (Percorso illuminato da un fulmine) dalla madre, Charlotte, ma divenne un problema disciplinare dopo che il fratello gemello, Charles, morì all'età di nove anni. Alla fine le assenze ingiustificate di Jim fecero molto arrabbiare il padre, tanto che lo mandò al Carlisle Indian School in Pennsylvania nel 1904. Un istituto professionale gestito dal governo federale per insegnare le tecniche industriali indiane e per integrarli nella società. Carlisle era, secondo uno dei suoi ex atleti, "nient'altro che un ottavo grado della scuola, ma lo chiamavano college". Nell'autunno del 1907, il leggendario coach di Carlisle Glenn "Pop" Warner convinse Thorpe a provare per la squadra di football. Jim eccelse come halfback, punter e kicker, ma nel 1909 si allontanò da Carlisle (una delle tante volte che lasciò l'istituto) e andò a lavorare in una fattoria nel North Carolina. Durante le estati del 1910-11 accettò 60 dollari al mese per giocare a baseball per Rocky Mount e Fayetteville dell’Eastern Carolina League. Incoraggiato da Warner - e con un occhio verso le Olimpiadi del 1912 - Thorpe tornò a Carlisle nel 1911-12. Fu sensazionale sul campo contro i grandi nemici del college, e Walter Camp lo selezionò per  squadra di football de l'All-America in entrambi gli anni. Con i suoi trionfi alle Olimpiadi di Stoccolma nel 1912, la fama di Jim Thorpe si diffuse in tutto il mondo. "Signore, tu sei il più grande atleta del mondo", dichiarò il re svedese Gustav. Dopo i Giochi, invece, Thorpe fu costretto a restituire le sue medaglie e i trofei quando l'Amateur Athletic Union scoprì che aveva giocato a baseball nelle minor league. Fu un colpo devastante che Jim non riuscì mai a superare. "Io non gioco per i soldi", scrisse in una lettera al presidente dell’AAU, "Non sono stato molto saggio per come mi sono comportato e non ho capito che questo era sbagliato. Spero di essere in parte giustificato dal fatto che io ero semplicemente un ragazzo della Indian School e non sapevo che stavo facendo del male perché facevo quello che molti altri uomini del college avevano fatto, tranne che loro non hanno mai utilizzato il proprio nome". Spogliato del suo status di dilettante, Thorpe firmò un contratto triennale a febbraio del 1913 per la somma sbalorditiva di 6000 dollari a stagione - la più alta cifra mai pagata per un rookie nella major league - per giocare a baseball con i New York Giants, che avevano battuto sul filo di lana altri cinque club nell’aggiudicarsi la firma della "meraviglia dalla pelle rossa". L'accordo prevedeva un bonus di firma di 500 $, e Warner ne ricevette 2500 $ per aver guidato Jim ai Giants. "Non si può negare che lui è un grande prospetto", scrisse un osservatore, "e molti critici non sarebbero sorpresi se, sotto la guida attenta di [John] McGraw, diventasse un altro Ty Cobb". Alla cerimonia della firma, però, il manager dei Giants ammise che non aveva mai visto Thorpe in azione, non sapeva in quale posizione avesse giocato o anche se batteva a destra o a sinistra (Thorpe era destro). Allo spring training a Marlin Springs, nel Texas, Thorpe ebbe un inizio difficile, mostrando i suoi limiti in una partita dimostrativa. Fu utilizzato in parte in prima base e come esterno, e divenne ben presto evidente che aveva difficoltà con i lanci che rompevano. Durante la stagione Thorpe venne utilizzato soprattutto come pinch hitter e pinch runner, apparendo solo 35 volte in battuta in 19 partite e colpendo .143 con due basi rubate. "Mi sentivo come una gallina che covava, non un giocatore di baseball", disse Jim. Non fu un periodo felice. Il suo compagno di stanza, Chief Meyers, ricordava una notte in cui Jim arrivò in ritardo e lo svegliò: "Piangeva, e le lacrime stavano rotolando sulle guance",  Meyers racconta, "Tu sai, Chief, il Re di Svezia mi ha dato quei trofei, li diede a me. Ma loro me li hanno tolti, anche se il ragazzo che è arrivato secondo si rifiutò di prenderli". Nel World Tour del 1913-1914, Thorpe portò con sé la prima moglie (alla fine ne ebbe tre), ma McGraw visto il suo comportamento inadatto per un uomo sposato lo mise in guardia sui pericoli del bere e di giocare a carte. Dopo aver giocato gran parte della stagione del 1914 nell’American Association con Milwaukee, trascorse la maggior parte del 1915 nella Eastern League, colpendo una combinazione di .303 con 22 basi rubate per Harrisburg e Jersey City. Mentre era con quest'ultimo club venne denunciato per il suo coinvolgimento in una rissa in un saloon, e lo tagliarono perché aveva un "influenza perturbatrice sulla squadra". Thorpe tornò a Milwaukee nel 1916. Con la stampa, McGraw insistette che sebbene Jim fosse ancora grezzo, era uno studente veloce con eccellenti istinti e sarebbe diventato in futuro una star. In privato, tuttavia, Mac stava cominciando ad avere dei dubbi. Nel 1917, McGraw prestò Thorpe ai Cincinnati Reds, allenati poi da Christy Mathewson. "Jim faceva solo due passi per i miei tre", disse il compagno di squadra Edd Roush, "Correvo così forte al massimo che potevo, e lui teneva il passo con me solo trotterellando". Richiamato dai Reds il 1° agosto, Thorpe apparve in 26 partite per i Giants e concluse la sua unica grande stagione in major league giocando in oltre 100 partite con una media composita di .237. Ma nel 1918 apparve in solo 58 partite per tutto l'anno, e la stagione seguente, a partire dal 21 maggio, apparve in due sole. Dopo che Jim si lamentò del suo ridotto utilizzo, i Giants lo cedettero ai Boston Braves per il consumato lanciatore Pat Ragan. Thorpe colpì .327 in 60 partite per i Braves, di gran lunga la sua migliore prestazione in major league, ma il 1919 si rivelò la sua ultima stagione nelle majors. Nei successivi tre anni Jim Thorpe giocò a baseball per diversi club di minor league, mettendo su statistiche rispettabili, ma concentrando la maggior parte delle sue energie sul football professionistico, che aveva giocato durante le off-season da quando aveva fondato il famoso Canton Bulldogs nel 1915. Jim ebbe problemi di adeguamento alla vita dopo la sua carriera negli sport professionistici. Nel 1928 stava giocando a baseball semipro a casa sua nella riserva in Oklahoma quando cercò senza successo un lavoro con Waterbury della Eastern League. Due anni dopo, Jim si recò nella California del Sud come maestro di cerimonie per la C.C. Pyle cross-country marathon. Egli vi si stabilì, e lavorò come scavatore di fossi per un progetto della WPA e come comparsa nei film (tra cui il classico di James Cagney "White Heat"). Anche se era oltre l'età di arruolamento, Thorpe si arruolò nella marina mercantile nel 1945 e servì su una nave munizioni. Burt Lancaster lavorò con lui nel film del 1951 "Thorpe, All-American". Nei primi anni del 1950, cercò di lanciare un night club. Dopo aver subito un intervento al labbro per un cancro nel novembre del 1951, i giornali riferirono che era senza un soldo. Jim Thorpe aveva 65 anni quando morì per un attacco cardiaco nella sua casa roulotte a Lomita, in California, il 28 marzo 1953. Se fosse stato operativo un tribunale nelle vicinanze, il suo certificato di morte avrebbe riportato semplicemente che la sua occupazione era "Atleta". La terza moglie di Jim volle che il suo corpo fosse sepolto a Shawnee, Oklahoma, prima che lei si trasferisse a Tulsa. Nel 1957 il corpo venne riesumato e trasferito a Mauch Chunk e East Mauch Chunk, Pennsylvania. Nella speranza di trasformarsi in un centro turistico, le città si unirono e furono ribattezzate Jim Thorpe, in suo onore. Nel 1953 la Associated Press scelse Thorpe come il più grande atleta americano della prima metà del 20° secolo. Venne eletto nella Pro Football, College Football e National Track and Field Halls of Fame. Dopo una lunga campagna condotta da Grazia, figlia di Thorpe, il Comitato Olimpico Internazionale nel 1983 cambiò la sua decisione sulla eleggibilità del 1912 di Thorpe, restituendo le sue medaglie d'oro e aggiungendo il suo nome alla lista di campioni olimpici.

Alcune immagini di Jim Thorpe in azione

 

Ping Bodie

Frank Stephen Bodie

nato Francesco Stefano Pezzolo

Nickname : "Ping"

Nato: 8 Ottobre 1887 a San Francisco, CA
Morto: 17 Dicembre 1961 a
San Francisco, CA
Debutto: 22 Aprile 1911
Batte:
Destro / Tira: Destro

Il suo nome era Francesco Stefano (anglicizzato in Frank Stephen) Pezzolo, ma la gente del baseball lo chiamava Ping Bodie - Ping per il modo in cui la palla suonava quando veniva colpita dalla sua mazza di 52 once (1.47 kg), Bodie per la città della California dove aveva vissuto. Per confondere ulteriormente le cose, il fratello di Ping, Dave, scrisse al direttore di Sporting Life il 17 febbraio del 1912, spiegando che il nome di suo fratello in italiano era Franceto Sanguenitta Pizzola. Dave aggiunse inoltre che Ping prese il nome di Bodie dal loro zio che era un giocatore di baseball, perché sentiva che altrimenti sarebbe stato ridicolizzato. Bodie, una volta fiorente città mineraria famosa per il periodo della corsa all’oro e zona ricca anche d'argento con saloons ovunque e sparatorie a bizzeffe, è oggi una città fantasma. Ora le erbacce rotolano silenziosamente e misteriosamente attraverso le sue strade polverose non asfaltate. Ping Bodie è stato uno dei primi giocatori di baseball italiani ad arrivare nelle major. Ed Abbaticchio, probabilmente il primo grande major leaguer di discendenza italo-americana, e Bodie contribuirono a spianare la strada ai fratelli Di Maggio e ad altri come Frankie Crosetti, Tony Lazzeri e Phil Rizzuto. Sempre ottimista, Bodie aveva una grande visione della vita e l'ha vissuta al meglio. Si vantò molto, ma differentemente dai molti millantatori che erano molto popolari tra i suoi compagni di squadra e i tifosi. C'era qualcosa di simpatico nel suo temperamento, un luccichio negli occhi, e una personalità espansiva piena di presenza scenica. A Ping piaceva ridere e di solito era al centro dell'attenzione. Egli fu compagno di stanza di Babe Ruth quando era con gli Yankees. Alla domanda su come era abitare con il Bambino, Bodie rispose: "Era come stare in stanza con una valigia". Spesso diceva: "Hai visto il mio modo di sbattere la vecchia cipolla in giro?". Bodie è spesso accreditato (insieme a molti altri giocatori, tra cui Ed Walsh) di essere il modello del giocatore di baseball delle storie You Know Me Al di Ring Lardner (Nel 1916 Lardner pubblicò il suo primo libro di successo, You Know Me Al, scritto in forma di lettere inviate da un giocatore di baseball, il testardo ma ingenuo Jack Keefe che viveva i vari alti e bassi della sua carriera sportiva e della sua vita privata, di una lega di scarso livello ad un amico rimasto a casa al paese. Venne inizialmente pubblicato, come sei racconti separati ma interconnessi tra loro, sul The Saturday Evening Post, il che spinse alcuni a classificare il libro come una raccolta di racconti, mentre altri l'avevano giudicato un romanzo. Come la maggior parte delle storie di Lardner, You Know Me Al usa la satira per mettere alla berlina la stupidità e l'avidità di un certo tipo di atleti), ma possedeva una conoscenza di sé estranea al Jack Keefe di Lardner. Anche Bodie dei suoi fallimenti se ne faceva una risata. Bugs Baer, ​​giornalista sportivo per la Hearst Publications, una volta descrisse il tentativo di Ping di rubare una base: "C'era il furto nel suo cuore, ma i suoi piedi erano onesti". Mai modesto, Ping affermò nel corso di un periodo di gioco a Philadelphia sotto Connie Mack: "Io e Liberty Bell siamo le sole attrazioni a Filadelfia". Dal momento che stava giocando in una delle peggiori squadre di sempre probabilmente aveva ragione. Le bravate di Ping occasionalmente coinvolsero degli animali. Quando gli Yankees erano allo spring training a Macon, Georgia, molti dei lanciatori dello staff degli Yankees andarono a un carnevale e, con la loro grande precisione nel colpire le bottiglie, vinsero i primi premi che consistevano in anatre vive. Ogni lanciatore aveva ricevuto due anatre. La domanda successiva era cosa avrebbero fatto con le anatre? Bob Shawkey ebbe un'idea. Telefonò a Ping Bodie e gli disse di prendere Izzy Kaplan, un fotografo che seguiva la squadra, e di portarlo fuori al cinema. Ping, sempre desideroso di fare uno scherzo, andò con Izzy a vedere il film. Quando Ping scoppiò in una risata durante una scena seria, Izzy nel suo accento mitteleuropeo guardò perplesso Ping e disse: "Qual è il problema?". Ping rispose: "Stavo pensando a qualcosa di divertente che è accaduto a San Francisco". Ping scoppiò a ridere di nuovo. Questo fece scendere il responsabile della sala, che prontamente li gettò fuori entrambi. Izzy quando tornò nella sua stanza e accese le luci, corse nella hall gridando: "Ci sono i fantasmi nella mia stanza". Questo catturò l'attenzione di molte persone nella hall. Il direttore dell'albergo e diversi Yankees andarono in camera a vedere. Trovarono le anatre che nuotavano in una vasca piena e diverse che volavano in giro per la stanza. Izzy volle una spiegazione. Damon Runyon chiese a Izzy se avesse lasciato la finestra aperta, e lui rispose di sì. Runyon disse: "Forse sono alcune anatre selvatiche in volo" Izzy, ancora adirato, rispose: "E hanno anche aperto i rubinetti, eh!".  Il 3 aprile del 1919, a Jacksonville, in Florida, Ping arrivò testa a testa con un austriaco di nome Percy in una gara a chi mangiava più pasta. Dopo l’undicesimo piatto Percy riusciva a malapena ad avvicinarsi al piatto e aveva gli occhi iniettati di sangue e la pancia gonfia. Sembrava sul punto di esplodere. Uomini e donne adulti si allontanarono dallo spettacolo. Percy guardò il dodicesimo piatto e svenne in ginocchio. Ping, intuendo la vittoria, prese il suo piatto di spaghetti e lo posò. Percy non si riprese mai e Ping fu il vincitore. Il verdetto ufficiale fu un ko tecnico quando Percy non potè sentire la campana del dodicesimo piatto. Il giornalista sportivo Wood Ballard descrisse l'aspetto fisico di Ping Bodie come un antropoide con ampie spalle ricurve e lunghe braccia penzoloni che sembravano pendere ancora più in basso quando trotterellava da e verso la sua posizione all’esterno. Non si poteva non notarlo. Giocava per la tribuna, Ping esibì la maggior parte di questi attributi e ai tifosi piacque moltissimo. Ping era molto fiducioso della sua battuta e si vantava di poter "hemstitch the spheroid" (orlare a giorno gli sferoidi). Nessuno sapeva cosa volesse dire, ma suonava bene. Ping aveva anche suo figlio di sette anni, che cantava le sue lodi sfilando per le tribune e gridando: "Mio padre può colpire valido qualsiasi uomo nel baseball". Nato a San Francisco, l'8 ottobre 1887, Ping era la prima generazione italo-americana, un ragazzino presuntuoso del quartiere di Cow Hollow. Suo padre, Joseph Pezzolo, era nato in Italia ed era stato un minatore a Bodie, in California. Sua madre, Rose Marie Pezzolo (nata De Martini), era nata pure lei nata in Italia. W.O. (Bill) McGeehan, un famoso giornalista sportivo di San Francisco, disse che Ping aveva acquisito la sua forza facendo rotolare giù le rocce da Telegraph Hill. McGeehan gli affibbiò un epiteto, chiamandolo quello che fa rotolare le rocce da Telegraph Hill: "Mantengono il loro territorio libero dagli invasori estraendo rocce dalla sommità e facendole rotolare giù per le strade". Ping iniziò la sua carriera professionale di baseball nel 1906 nella California League. Aveva giocato in tutti i ruoli esterni ed interni e addirittura lanciò un po’ prima di stabilirsi definitivamente in campo esterno, dove rimase, con alcune presenze in prima base, per il resto della sua carriera. Giocò con i San Francisco Seals nel 1908, battè 30 homers nel 1910 e venne chiamato dai Chicago White Sox nel 1911. In un primo momento Bodie rimase in panchina. Charles Comiskey era infelice per la mancanza di battuta della squadra e lo disse pubblicamente. Ping, approfittando di questo, andò da Comiskey e gli disse: "Tu vuoi più battute, mettimi nel lineup". Comiskey disse al manager  Jimmy Callahan di farlo, e Ping diventò un titolare per quattro anni con i "Pale Hose", battendo .289 (con 97 RBI), .294, .265 e .229. Dopo la sua magra stagione e alcuni scontri con il manager Jimmy Callahan nel 1914, fu rivenduto ai San Francisco Seals. Nel 1917 Ping tornò in major league con gli A’s di Philadelphia, battendo .291 in 148 partite. L'anno successivo fu ceduto agli Yankees per il prima base George Burns. Ping fu il primo degli italiani di San Francisco a giocare con gli Yankees. Tony Lazzeri, Frankie Crosetti e Joe DiMaggio seguirono Ping agli Yankees. Tutti avevano giocato sui sandlots di San Francisco. Con gli Yankees, Bodie battè .256, .278 e .295 in tre stagioni complete. Rimase con gli Yankees fino all'agosto del 1921, quando fu ceduto ai Red Sox. Quell'anno, New York continuò vincendo il pennant. Ping chiese una quota della metà dei soldi delle World Series, e gli Yankees rifiutarono. Dopo che la stagione finì, Ping si rifiutò di tornare ai Red Sox e tornò a casa. Ping passò le successive sette stagioni nelle minor a giocare con Vernon e San Francisco nella Pacific Coast League, Des Moines nella Western League e Wichita Falls e San Antonio nella Texas League. I totali in  carriera di Ping nella major league furono una media battuta di .275, 1011 valide, 43 homers, 516 RBI, e 393 punti segnati in 1050 partite. Il suo totale nelle minor league fu molto più impressionante: .310 di media battuta, 1973 valide, 203 homers, 581 RBI (i numeri sono incompleti) e 990 punti in 1787 partite. Nel 1925, Bodie divorziò dalla prima moglie, Anna, che aveva sposato nel 1908, affermando che lei aveva fatto circolare voci che era un contrabbandiere di alcolici e un volgare ubriaco. Ma la sua principale lamentela era che lei aveva inviato dichiarazioni sprezzanti al Commissioner Landis e al manager Huggins, attaccando il suo carattere e la condotta e chiamandolo pazzo. Ping e sua moglie non vivevano più insieme dal 1923. Avevano due figli, Frank e Frances Ann. Dopo il suo ritiro dal baseball Bodie lavorò come elettricista per 32 anni in molti film di Hollywood e un po' come attore, soprattutto con gli Universal Studios. Estroverso e popolare, fece amicizia con molti attori e attrici come Charles Boyer e Carole Lombard. Ken Smith, un reporter del New York Daily Mirror, andò a fare un articolo su Ping su un set cinematografico. Entrato sul set, che vedeva Lon Chaney Jr. uscire dalla giungla attraverso il fogliame e trasformato in un gorilla, il regista gridò "Stop!", e improvvisamente apparve Ping con un cappellino degli Yankees che tirava il cavo del sound track tra il fogliame. Ping era molto brioso, mentre esercitava le sue funzioni di elettricista. Sempre ottimista, gli fu chiesto, quando aveva 73 anni, se poteva battere ancora. Fece una delle sue solite sparate: "Dammi la mazza e spedisco io la zucca nella gola di Whitey Ford". Avrebbe detto a chiunque volesse ascoltare in modo colorito come descriveva i suoi fuoricampo: "I crashed the old apple" (Schianto la mela antica), "I wailed the onion" (Sbatto la cipolla), "I really hemstitched the spheroid" (Faccio l'orlo a giorno agli sferoidi) e "I rammycackled the old persimmon" (Strapazzo? il vecchio caco). Ping trovò anche il tempo per dirigere una stazione di servizio di auto di sua proprietà nei pressi del campo da baseball dei Seals. Pezzolo, Pizzola, Ping - fu una personalità dentro e fuori dal campo. La sua gioia di vivere e la sua ricerca di divertirsi era genuina e si fece molti amici sia nel baseball che a Hollywood. Non c'era malizia nella sua vita. Aveva un sorriso per tutti, e se gli piaceva qualcuno, avrebbe escogitato un’innocua bravata su di lui. Ping Bodie, mori a 74 anni di cancro ai polmoni al Notre Dame Hospital di San Francisco il 17 dicembre 1961. Il giornalista  Ken Smith del Daily Mirror di New York chiamò Bodie: "Uno dei più famosi distruttori di spaghetti di New York, dei suoi giorni". In quello che potrebbe essere considerato inappropriato nell'attuale clima politicamente corretto, era un complimento affettuoso. Ping Bodie non sarà mai nella Hall of Fame. Era un ragazzino colorito di San Francisco che amava il gioco del baseball e che a sua volta era amato. Non solo Bodie è stato uno dei primi italo-americani del baseball, è stato uno dei primi giocatori coi fiocchi del gioco.

Ping Bodie con la casacca degli Yankees

Ping Bodie e Babe Ruth

La figurina di Ping Bodie con la casacca degli White Sox, edita da Max Stein Co. & U.S. Publishing House

 

Moe Berg

Morris Berg

Nato: 2 Marzo 1902 a New York , NY
Morto: 29 Maggio 1972 a
Belleville, NJ
Debutto: 27 Giugno 1923
Batte:
Destro / Tira: Destro

Casey Stengel, uomo eccentrico egli stesso, chiamava Moe Berg "l'uomo più strano che avesse mai giocato a baseball". Scuro, bello, colto, fluente in molte lingue, affascinante e ombroso, ma chi era quest'uomo che fu un giocatore professionista di baseball e una cosiddetta grande spia? Chi era il vero Moe Berg? Egli incarna la frustrazione per qualsiasi biografo. Moe Berg era destinato a non essere un uccisore di draghi, ma un cane sciolto che andò oltre i confini della vita ordinaria. Berg aveva una nervosa vitalità. I suoi movimenti erano animaleschi. Sembrava fosse una persona fuori sincrono e fuori simpatia con il suo ambiente. Moe Berg era in un mondo tutto suo, appassionato di conoscenza per se stesso. Era anche pronto a condividere questa conoscenza con chiunque si fosse curato di ascoltarlo. In sostanza egli era uno spirito libero. John Kieran, ex columnist sportivo per il New York Times, chiamava Moe "L'atleta più scientifico che io abbia mai conosciuto". Quale fu il vero mistero di Moe Berg? Era davvero una spia? Era un essere umano complesso? Nessuna rivelazione può toccare i suoi segreti più intimi. Un uomo complesso ma semplice. Si dice che avesse chiesto alcuni minuti prima di morire: "Come sono andati oggi i Mets?". Morris Berg, presumibilmente maestro in 12 lingue, nacque in un caseggiato sulla East 121st Street a Manhattan il 2 marzo 1902, da genitori immigrati ebrei russi, Bernard Berg e Rose Tashker. Bernard Berg arrivò a New York dall'Ucraina nel 1894 e trovò lavoro in una lavanderia. Rose arrivò due anni dopo, quando il marito aveva risparmiato abbastanza soldi e aveva anche messo da parte abbastanza per aprire una sua lavanderia sulla Lower East Side. Aveva ambizioni più alte, però, e frequentò la scuola serale alla Columbia College of Pharmacy. Quando Moe nacque, unendosi ai fratelli maggiori Samuel e Ethel, Bernard era diventato un farmacista. A nove mesi Moe si trasferì con la famiglia a Roseville nella periferia di Newark, New Jersey, dove Bernard Berg aprì la sua farmacia. Il passatempo di Berg era il baseball, e lo giocò sulla strada fino a quando non entrò in una vera squadra al liceo. Berg fu votato "Brightest Boy" alla Barringer High School, una scuola privata dove era praticamente l'unico ebreo. Non aveva molta esperienza di antisemitismo, ma quando entrò a giocare  in terza base nella squadra della Methodist Episcopal Church di Roseville, usò lo pseudonimo Wolfe Runt e  trovò facile fingere di essere qualcun altro. Suo padre lavorò per trent’anni, in modo che i figli potessero avere l’istruzione del college. Samuel divenne medico e Ethel un insegnante. La famiglia ritenne che Moe dovesse diventare avvocato. Berg si laureò a Barringer alla tenera età di sedici anni e un anno dopo andò alla New York University. Dopo due semestri si trasferì alla Princeton University. Berg giocava nella squadra universitaria e durante il suo ultimo anno divenne capitano ed era un interbase stellare. Quella squadra fu la migliore mai avuta a Princeton, vincendo 18 partite di fila e al lanciatore Ownie Carroll fu consegnata la Holy Cross. A Princeton, Berg studiò le lingue classiche e romanze: greco, latino, francese, spagnolo e italiano. Studiò inoltre il tedesco e anche il sanscrito. Si laureò con lode nel 1923, 24° in una classe di 211. Dopo la laurea, gli fu offerto un posto di insegnante a Princeton, ma scelse di giocare per i Brooklyn Robins. Ricevette un bonus di firma di 5000 dollari per far parte della squadra. Con i Brooklyn giocò come interbase e battè un fragile .186. Dopo la prima stagione andò a studiare alla Sorbona di Parigi, seguendo corsi di storia, linguistica e letteratura francese e italiana. Era fondamentalmente un solitario e fu una delle ragioni per cui fu in grado di realizzare così tanto. Socializzava ma mantenne un alone di mistero e non condivideva informazioni personali con gli amici. Al suo ritorno da Parigi, Berg fu ceduto ai Minneapolis Millers, dell’American Association, dove giocava terza base e interbase, con una media di .264. Nel 1925 era con i Reading dell’International League, battendo .311. Aveva già costruito una doppia identità di se stesso, e dopo la stagione 1925 iniziò a programmare la sua vita dopo il baseball iscrivendosi alla Columbia Law School. Fu ceduto ai Chicago White Sox e saltò lo spring training in modo di poter finire di studiare. Giocò 41 partite con i Sox, battendo .221. Ciò non lo rese simpatico agli allenatori, ma quando il suo professore scoprì che lui era il Berg che aveva giocato a baseball a Princeton, organizzò le lezioni in modo che potesse combaciare il suo lavoro con i suoi studi. La maggior parte degli studenti che frequentavano Princeton erano protestanti provenienti da famiglie benestanti. Moe, ebraico e non abbiente, si sentiva alla periferia di quella società chiusa. Era un solitario e forse questo contribuì molti anni dopo al suo essere misterioso. Poichè ebreo, Moe si imbatté in alcuni momenti difficili a Princeton. Un incidente avvenne quando uno dei suoi compagni di squadra venne nominato membro di uno dei club più prestigiosi di Princeton. Il compagno di squadra accettò le condizioni solo se Moe Berg fosse diventato anche lui membro. Il club accolse questi desideri, a condizione che Berg non tentasse di portare altri ebrei nel club. Moe Berg si rifiutò e anche il suo compagno di squadra rifiutò di aderire. Questa storia di Princeton lo lasciò con l'amaro in bocca, e mai più Berg fece parte di qualsiasi aggregazione di classe. Nel 1930, finalmente ottenne la sua laurea in legge alla Columbia Law School. A questo punto della vita incontrò Dutch Carter, un eminente avvocato che gli consigliò di continuare a giocare a baseball professionistico. Carter avrebbe voluto pure lui una carriera nel baseball, ma la sua famiglia lo aveva convinto a seguire legge, ed era ancora pentito. Disse a Berg che avrebbe avuto tutto il tempo per la pratica legale dopo che la sua carriera nel baseball fosse finita. Berg seguì il suo consiglio. Fu nel 1927 con gli White Sox che inavvertitamente divenne un catcher. Ray Schalk, manager dei Sox e catcher di riserva, era fuori con un pollice rotto e anche l’altro sostituto Buck Crouse si ferì. Poi, in una partita a Boston Harry McCurdy uscì con la mano tagliata accidentalmente da un battitore dei Boston. Schalk era in preda al panico. Guardando su e giù per la panchina, disse: "Chi di voi compagni riceve?" Moe disse di aver pensato che avrebbe potuto e Schalk gli chiese chi aveva detto che non poteva. "Il mio coach di high school" disse Moe e Schalk gli assicurò che l’avrebbe tenuto se avesse potuto smentire il suo allenatore del liceo. Moe si mise i cosiddetti "strumenti dell’ignoranza" e dimostrò che in effetti avrebbe potuto ricevere. Schalk fu così entusiasta di Berg dopo la partita che lo abbracciò e lo baciò. Non si poteva più tornare indietro. Il più brillante uomo del baseball era sposato agli "strumenti dell’ignoranza". Berg fu un ottimo catcher. In possesso di un braccio forte, avrebbe potuto sparare al più rapido ladro di basi. La sua battuta lasciava qualcosa a desiderare. Berg battè in carriera solo .243 con sei fuoricampo. Ma grazie al suo acume nelle chiamate e alla sua conoscenza dei battitori diventò un giocatore molto richiesto in tutta la League. Moe continuò a giocare per Cleveland, Washington e Boston nell’American League fino al suo ritiro dopo la stagione 1939. In tutto trascorse quindici stagioni nelle majors soprattutto a causa delle sue abilità difensive e alla sua conoscenza del baseball. Quando Ted Williams era al suo secondo anno con i Red Sox, chiese a Moe Berg un consiglio. Williams voleva sapere quello che aveva reso grandi battitori come Lou Gehrig e Babe Ruth. Berg rispose: "Gehrig avrebbe aspettato e aspettato e aspettato fino a quando non colpiva il lancio quasi fuori dal guanto del ricevitore. Per quanto riguarda Ruth non aveva punti deboli, aveva un buon occhio e colpiva lanci fuori dalla zona di strike". " Ted", disse Moe, "per la maggior parte assomigli a un battitore come Shoeless Joe Jackson. Ma tu sei meglio di tutti loro. Quando si tratta di polsi tu sei il migliore". Dire se in questa fase iniziale della carriera di Williams, Moe fosse stato onesto o se solo avesse cercato di pompare la fiducia di Ted è discutibile, ma ciò che Williams continuò a fare non lo è. Nel 1934 la carriera di Berg prese la svolta che lo rese leggendario. Un giorno come membro del team di All-Star che faceva un tour dimostrativo in Giappone entrò nell'ospedale di St. Luke, vestito con un kimono nero lungo, per portare un mazzo di fiori alla figlia (la signora Cecil Burton) dell’ambasciatore Joseph Grew, che aveva da poco dato alla luce una bambina. Si presentò come un amico della signora Burton, ma invece di andare nella sua stanza salì sul tetto e con una telecamera cinematografica filmò l'orizzonte e altre parti importanti di Tokyo. Non andò mai a far visita alla signora Burton. Nel 1942, il generale dell’aviazione Jimmy Doolittle guardò le foto di Berg prima della loro famosa incursione su Tokyo nel mese di aprile 1942. Tuttavia, le immagini erano troppo vecchie per essere utilizzate dai piloti. Nell'agosto del 1943, Moe Berg venne reclutato dall’Office of Strategic Services (OSS), diventato poi la CIA, dal generale William (Wild Bill) Donovan, ex comandante del Fighting Sixty-Ninth Regiment nella prima guerra mondiale. Berg aveva appena terminato il suo tour dei paesi sudamericani per assicurare la cooperazione tra questi e gli Stati Uniti nella guerra contro l'Asse. Uno dei primi incarichi di Berg fu quello di paracadutarsi in Jugoslavia per indagare sui punti di forza del gruppo Cetnico fedele al re Pietro, che era guidato da Draza Mihajlovic, e dei partigiani comunisti guidati da Josip Broz (Tito) nella loro lotta contro i tedeschi. Parlando con gli uomini e analizzando i loro punti di forza, Berg ritenne che i partigiani sotto Tito erano superiori e avevano il sostegno del popolo jugoslavo. Così l'aiuto maggiore andò a Tito. In un'altra missione Berg si fece passare per un uomo d'affari tedesco in Svizzera. La sua missione era quella di uccidere Werner Heisenberg, lo scienziato sospettato di lavorare sulla bomba atomica. Heisenberg collaborò rivelando che non avevano ancora nulla. Berg, che era pronto a sparargli sul posto e poi prendere il cianuro per sfuggire alla cattura, concluse che i tedeschi non erano per nulla vicini alla costruzione della bomba atomica. Heisenberg e Berg avrebbero vissuto altri giorni. Generalmente serio, Berg aveva anche un lato più leggero. Mentre giocava con gli Washington Senators, il suo compagno di stanza era un tizio di nome Dave Harris, un suddista dai lenti movimenti che una volta era stato incaricato come sceriffo di rintracciare alcuni uomini che avevano rubato un mulo. Un giorno Harris si sentiva un po' malaticcio e disse al suo compagno di stanza Moe che "Stava male". Moe gli disse: "Tira fuori la lingua" Harris eseguì e Moe gli disse: "Dave, tu soffri un po' di intestinal fortitude (mancanza di coraggio)". Il giorno successivo Harris informò i giornalisti che si era scrollato di dosso quel po' di "intestinal fortitude". Ma Harris si prese la sua rivincita e disse: "Moe, io posso battere più punti a casa in un mese che le volte che voi ragazzi intelligenti passerete sul piatto in tutta la stagione". Un giorno a Philadelphia la temperatura raggiunse i 37 gradi circa. Moe doverosamente si mise l’attrezzatura e stoicamente uscì per ricevere, con il sudore che usciva abbondantemente dal suo corpo. Berg doveva ricevere Earl Whitehill, un mancino veloce ma quel giorno ingestibile. Nel settimo inning andò a battere Doc Cramer e iniziò una battaglia con Whitehill su chi avrebbe avuto la meglio. Nel frattempo, Berg si accovacciava ogni volta per dare un segnale e si alzava mentre i due si fissavano l'un l'altro. La cosa andò avanti per un bel po' di tempo con Moe che andava su e giù come uno yo-yo. Berg disgustato si sfilò protezione dal petto, parastinchi e maschera e li pose ordinatamente sul piatto di casa base. Poi si rivolse a Bill McGowan, arbitro di casa base, e disse: "tornerò quando i due ragazzi decidono di giocare a baseball. In questo momento sto andando a fare una doccia". Una delle tante eccentricità di Berg coinvolgevano i giornali. Non permetteva a nessuno di toccare i suoi giornali fino a quando non li avesse letti. Se qualcuno li toccava, Berg li considerava morti e andava a comprarne di nuovi. Anche con una tempesta di neve Berg sarebbe andato a comprare giornali se qualcuno li avesse toccati prima di lui. Moe era un uomo orgoglioso. Gli fu chiesto di scrivere la sua biografia, ma rifiutò con rabbia quando il suo co-autore erroneamente pensò che fosse Moe dei Three Stooges (The Three Stooges: letteralmente traducibile le tre spalle - in Italia furono conosciuti come: I tre marmittoni - Era un trio comico, composto dai personaggi Larry, Moe e Curly, che girarono il primo film nel 1930, "Soup to Nuts" e fino al 1970 recitarono in tv una "slapstick comedy" - farse piuttosto grossolane - nonché in parodie di altri generi). Berg presumibilmente rifiutò la medaglia al merito quando gli fu detto che non avrebbe potuto spiegare agli amici perché l'avesse meritata. Sua sorella l’accettò dopo la sua morte. Nonostante avesse vissuto in condizioni modeste, tutta la famiglia Berg era di apprendimento intelligente e ricercata. I geni dell'intelligenza e dell'apprendimento erano in Moe. Quindi, cos’è che spinse Moe a cercare una vita di baseball e spionaggio? Perché non si sposò mai? Perché aveva l'abilità di apparire improvvisamente e poi scomparire in un momento? Sappiamo che quando aveva frequentato Princeton era ai margini di quella società di ricchi studenti protestanti e non fu mai pienamente accettato nel loro mondo. La sua esperienza a Princeton ebbe nulla a che fare con il suo essere ai margini della società nella sua vita quotidiana? Se la sua esperienza a Princeton fosse stata di accettazione, avrebbe cambiato il suo temperamento e la misura della sua partecipazione nella società più ampia? I solitari sono spesso considerati come persone pericolose. Ma Moe era affascinante e interessante. Era un solitario ma ricercato come compagno. Come si spiega questo paradosso? Ormai abbiamo su Berg solamente per lo più domande e soltanto mere supposizioni. Il matrimonio sembrò essere fuori questione. Il momento più vicino al matrimonio per Berg fu il suo coinvolgimento con Estella Huni, il cui padre possedeva la New Haven School of Music. Alta, bella e sofisticata, fu un match intellettuale per Moe. Loro avevano molto in comune - opera, arte, libri e conversazione arguta. All'inizio del 1944 Moe fu inviato in Europa, e la sua corrispondenza con Estella fu scarsa. Lo sfidò per un po', ma poi le sue lettere smisero del tutto, e lei rinunciò al sogno di sposarlo. Si sposò poi con un ufficiale di marina. L’intera famiglia Berg, specialmente suo fratello Sam e sua sorella Ethel, era un po' enigmatica. Il Dr. Sam, come amava essere chiamato, non si sposò mai e poteva essere crudele. Ethel aspirava a diventare attrice, ma fu stabilito che dovesse diventare una maestra di scuola e non si sposò mai. Ethel divenne un’eccellente maestra d’asilo e le fu data la responsabilità di istruire insegnanti di altre scuole materne. Era nota perchè pattinava con i pattini a rotelle per i corridoi della scuola. Il dottor Sam e Ethel si detestavano a vicenda e non si parlavano da 30 anni. Suo padre Bernard aveva scelto di non vivere nella sezione ebraica di Newark e preferì vivere in mezzo a una popolazione non ebraica. Di conseguenza, Moe visse in giovane età ai margini della società e continuò così facendo a Princeton. I Bergs inoltre si sentivano superiori ai loro parenti e li guardavano dall’alto in basso. Alle riunioni di famiglia tendevano a distinguersi dagli altri membri, che vivevano ai margini della loro famiglia estesa. Tutto questo fu determinante per Moe? Sembrerebbe di si. Bernard Berg non approvava la carriera di baseball di Moe. Non andò mai a vedere una partita di baseball, per non parlare di quelle in cui stava giocando su figlio. Era fortemente contrario allo sport perché reputava fosse una distrazione nella vita. Provò senza riuscirci a scoraggiare le tendenze atletiche di suo figlio. Alla domanda se si sentiva di aver sprecato la sua vita, Moe rispose sempre: "Preferisco essere un giocatore di baseball che un giudice della Corte Suprema". Rose, invece, esultava dei successi di suo figlio. Quando Moe giocava a Princeton, lui e suo padre ebbero uno scambio di lettere astiose sulla sua attività sportiva. Nel frattempo, il dottor Sam aveva sempre pensato che era quello più trascurato in famiglia ed era geloso delle attenzioni riversate a Moe. Ethel, presa nel mezzo di tutto questo, fu probabilmente la più trascurata. Moe appariva dal nulla e altrettanto improvvisamente scompariva. Era la sua natura. Voleva essere libero da obblighi quali le relazioni profonde con altre persone. Certo, lui era affascinante e spiritoso, ma si nascose sempre. Era l'uomo perfetto per essere una spia, perché rivelò poco di se stesso. I suoi sentimenti più intimi erano accuratamente riservati come la sua attività di spia. Suo fratello Samuel, con cui visse per un po', disse che dopo la guerra Moe divenne un po' lunatico e permaloso. Moe sembrava un'anima perduta. Egli sembrava senza direzione, e viveva solo per i suoi libri. Andava a vedre le partite dei Mets, di solito seduto da solo in tribuna sul lato destro, indossando il suo consueto abito nero e portava un ombrello nero. Dopo quasi 17 anni di convivenza con lui e con le sue carte e i libri che si erano accumulati al punto che lo stavano facendo impazzire, Sam chiese a Moe di andarsene. Moe non si mosse. Il dottor Sam dovette sfrattarlo per via legale per rimpossessarsi della casa. Moe andò a vivere in casa di sua sorella Ethel a Belleville, New Jersey. Le cose non furono sempre serene nemmeno lì. Una volta, quando un parente venne a visitare Moe, si offrì di portarla a vedere la scrittrice Anita Loos. Ethel sentendo questo si precipitò fuori di casa e cominciò a strappare le erbacce dal giardino e disse: "Quel figlio di una cagna non mi chiede di andare con lui a incontrare Anita Loos e ora lo chiede a te". Ogni volta che qualcuno gli faceva qualsiasi domanda per cui si sentiva a disagio, metteva un dito sulle labbra e pronunciava "Shhh". Questa modo di zittire era uno scudo non solo per la sua attività di spia, ma anche per i suoi sentimenti più intimi. Ad aggiungersi a tutto questo Moe perse tutto in una società su cui aveva investito 4000 $. L'azienda, che produceva cancelleria, aveva fatto bene, e aveva realizzato profitti pari a circa 250000 dollari. Tuttavia quando si espanse, i profitti furono reinvestiti in azienda. Purtroppo, l'espansione non funzionò e l'azienda fallì e Moe non realizzò mai i suoi profitti. Moe, sembra, non si fosse mai lamentato con nessuno di questa perdita finanziaria, e si preoccupò di più per tutte le persone che avevano perso il lavoro quando l'azienda fallì. C'erano dei debiti da pagare, e Moe con l'aiuto di alcuni amici li pagò. La sua reazione fu quella di immergersi più profondamente nel suo mondo di libri e di studio. Moe Berg non era uomo del suo tempo. Forse egli si considerava più vicino al secolo cavalleresco, dove la lealtà, l'onestà e la cortesia erano apprezzate. Forse fu il cavaliere errante che coraggiosamente combatteva quando sapeva che era condannato o il cowboy solitario che girava in città, ad eliminare i cattivi e a cavalcare verso il tramonto. Gli abitanti gli sarebbero stati grati, ma non lo avrebbero mai fatto sceriffo. In ogni caso, visse la sua vita senza avere un solido rapporto con nessuno. Come fece a durare così a lungo nella major, continuamente dal 1926 al 1939, quando non era più che un giocatore mediocre? Egli può essere stato un buon catcher, ma era un battitore debole in un'epoca di forti battitori, quando i battitori deboli non duravano a lungo. I suoi contemporanei nell’American League includevano Gehrig, Gehringer, Grove, Lyons, Cochrane, Dickey, e gli altri giocatori simili. Rimase nel roster della major league per volere del governo per la sua abilità sotto copertura? Forse, ma l'episodio di Tokyo, in cui presumibilmente si spacciò per giapponese, ha dell’incredibile come un romanzo di spionaggio o un film. Forse aveva una vita di fantasia troppo romanzata e fu un maestro della truffa; il dito premuto sulle labbra è un tocco magistrale. Era intelligente, certo, ma era anche possibile che fosse semplicemente squilibrato o volesse apparire più importante di quello che era. Durante l'ultima parte della sua vita, Berg dipese completamente dagli amici. Alla gente piaceva averlo intorno, ed era un narratore molto divertente. Approfittava della loro ospitalità e spesso rimaneva per settimane. Passava ore a leggere, e non era raro vederlo al campo da baseball a guardare una partita. Nel 1963 iniziò a vestirsi molto sciatto, e a causa di un'ernia ombelicale di grandi dimensioni, non si comportò più come un atleta. Si rifiutò di curarla e solo dopo quattro anni fece l'intervento, in seguito all'incontro con un chirurgo pediatrico in una partita delle World Series di cui si fidò. Soffrì anche della sindrome "da tramonto", e nel maggio del 1972, quando era ospite a casa di sua sorella, cadde dal letto durante la notte e colpì il comodino. Dopo quattro giorni finalmente acconsentì di andare in ospedale e gli fu diagnosticato un aneurisma dell'aorta addominale. Moe Berg morì il 29 maggio 1972, a Belleville, New Jersey. Le sue ceneri furono sepolte da qualche parte sul Monte Scopus al di fuori di Gerusalemme, ma il sito esatto non è conosciuto. Nella sua biografia,The Catcher Was a Spy: The Mysterious Life of Moe Berg, Nicholas Dawidoff ha scritto che "l'ultimo mistero della vita imperscrutabile di Moe Berg è che nessuno sa dove si trova".

Moe Berg ricevitore

Berg (a destra) con il colonnello Howard Dix, che dirigeva la Sezione Tecnica OSS

 

Lenn Sakata

Lenn Haruki Sakata

Nato: 8 Giugno 1954 a Honolulu, HI
Debutto: 21 Luglio 1977
Batte:
Destro / Tira: Destro

Il piccolo hawaiano con grandi occhiali tondi aveva buone mani e copriva bene il campo, oltre a quel tanto di esplosivo della sua mazza per giocare 11 stagioni della major league. Il seconda base Lenn Sakata giocò anche un bel po' di azioni all'interbase. Nel maggio 1982, fu l'ultimo Baltimora Orioles a giocare nella posizione prima di Cal Ripken Jr. che poi fu spostato in terza base per la maggior parte della sua carriera di Iron Man. Lenn Haruki Sakata nacque a Honolulu l'8 giugno del 1954. Era americano di quarta generazione da parte di suo padre. Haruki "Melvin" Sakata (1924-1977) che aveva combattuto nella seconda guerra mondiale con il 442nd Infantry Regiment. La pluridecorata unità "Go for Broke", come furono etichettati gli stessi membri, era composta da americani di origine giapponese provenienti dalle Hawaii e dalla terraferma. Il veterano più famoso del reggimento fu il senatore statunitense Daniel Inouye, che perse il braccio nelle imprese che gli valsero una Medal of Honor. Il "Private First Class" Sakata servì con la batteria C del 522nd Field Artillery Battalion - gli uomini che liberarono il campo di concentramento di Dachau, tra gli altri atti eroici. Nel loro tempo libero, gli artiglieri organizzarono anche un forte squadra di baseball. La madre di Lenn, Margaret Daishi Sakata, era una Nisei: sua madre era nata a Niigata, in Giappone. Il ragazzo divenne ben presto appassionato di baseball tifando per il marito della zia materna Lillian, Jack Ladra, che giocò nella Three-I League (Classe B) nel 1956-57. Jack poi divenne uno dei primi americani a giocare in Giappone come esterno con i Flyers Toei dal 1958 al 1964. Le Hawaii avevano da tempo una fiorente cultura del baseball. Nonostante tutto, solo tre uomini del 50° stato giocarono nelle major league dal 1914 al 1966. L'ultimo di loro fu Hank Oana, che terminò di giocare nel 1945. Quando Lenn era ragazzino, un buon numero di pro hawaiani, oltre a Jack Ladra, stavano giocando in Giappone. Erano guidati dal pioniere, Wally Yonamine. Poi, nel settembre del 1967, subito dopo che Sakata iniziò a frequentare la Kalani High School, Mike Lum iniziò a giocare con gli Atlanta Braves. Un altro nativo di Honolulu, John Matias, giocò con i Chicago White Sox nel 1970. Quell'anno, Kalani vinse il campionato statale con Lenn interbase e Ryan Kurosaki nel pitching staff. Kurosaki, due anni più vecchio di Lenn, lanciò in sette partite per i St. Louis Cardinals nel 1975. Dopo il diploma di scuola superiore nel 1971, Sakata andò al Treasure Valley Community College in Ontario, Oregon. Nel giugno del 1972, i San Francisco Giants lo scelsero nel 14° round, ma decise di rimanere a scuola. Si trasferì alla Gonzaga University di Spokane, Washington. La scuola dei Gesuiti è meglio conosciuta negli ambienti sportivi per il basket, soprattutto come l’alma mater del più grande playmaker di tutti i tempi dell’NBA John Stockton, ma sfornò anche una manciata di giocatori della big league nel corso degli anni. Il più notevole fu Jason Bay, ma due dei compagni di squadra di Sakata raggiunsero le major, il catcher Rick Sweet e l’outfielder Casey Parsons. Lenn realizzò una serie di record di squadra, tra cui quello dei fuoricampo. Giocò nella seconda squadra All-American nel 1974, e portò i Bulldogs alla Big Sky Conference championship durante il suo anno junior con una linea di battuta di .379-11-67. Ryan Kurosaki, che aveva lavorato con il suo amico negli inverni, disse che "Lenny era un buon atleta, un giocatore eccezionale, ma quando andò al college, divenne più forte e più veloce. Non potevo credere quanto. L'etica del lavoro e la competizione elevarono veramente il suo gioco". Dal 1971 al 1974, Sakata giocò anche con una istituzione giapponese-hawaiana, la squadra Asahi. Jack Ladra lo portò in squadra, che fu originariamente costituita nel 1905. Lenn quando era in squadra, praticava la strategia offensiva "small ball", e disse "mi ha ricordato come giocare la partita". Gli scout pro rimasero colpiti da Sakata. I San Diego Padres lo selezionarono nel quinto round del draft del giugno 1974, e di nuovo Lenn non firmò. Quindi, nella secondaria fase del draft del gennaio del 1975, i Milwaukee Brewers decisero di fare dell'interno il loro numero uno nella scelta (10° assoluto). Questa volta Lenn divenne professionista - tra qualche polemica. Il coach di Gonzaga Larry Koentopp dichiarò che due scout dei Brewers, Dick Bogard e Roland Leblanc, insieme al direttore delle farm Tony Siegle, fecero pressione a Sakata in un incontro all'aeroporto il 19 gennaio. "Ero molto dispiaciuto di come Milwaukee si era comportata con lui .... Era stato incenerito". Koentopp disse che Sakata aveva chiesto a Milwaukee di liberarlo dal suo contratto, ma loro rifiutarono. Disse che era stato deciso che ci sarebbe voluto troppo tempo per passare attraverso i tribunali e cercare di ripristinare Sakata come giocatore di college. Fu interessante notare la diversa impostazione dei giornali locali nel descrivere l’accaduto. Considerando che l’Idaho State Journal, che seguiva lo sport di Gonzaga, aveva dato solo la versione della storia del coach Koentopp, il giornale di Wisconsin fornì alcune o tutte le confutazione di Tony Siegle. Ad esempio: "Abbiamo fatto tutto in regola e l'allenatore, ovviamente, era sconvolto per averlo perso, e ha versato un po' di cherosene sul fuoco". In ogni caso, Lenn prese 10000 $ per la firma e fu assegnato ai Thetford Mines, nel Quebec, dell’Eastern League. (Il suo contratto precisava che avrebbe iniziato a livello di doppio-A). La città di circa 20000 abitanti, la cui economia nel 1980 era basata sull’amianto, è nella regione rurale di Chaudière-Appalaches tra il Québec e il nord-ovest del Maine. In realtà non era pronto neanche per il doppio A, come spiega nel suo libro "Beating the Bushes" del 1982 Frank Dolson. Ma nonostante avesse giocato davanti ad un pubblico di casa con una media di 200-300 persone, Sakata divenne nel 1975 il seconda base All-Star dell’Eastern League. La sua battuta non fu notevole (.257, con 9 homers e 43 RBI), ma fece una forte impressione a tutto tondo. Lenn arrivò fino al triplo-A nel '76 - ritornando a Spokane. Frank Howard era il manager professionista quell’anno. Il gigantesco "Hondo" che era il Mark McGwire del suo tempo, definì così Sakata: "il giocatore più forte nel nostro sistema". Realizzò una buona linea di battuta (.280-10-70), ma il giocatore-coach degli Indians Tommie Reynolds aggiunse: "Ha fatto alcune giocate incredibili ... Lenny ha fatto la differenza". Dopo una partenza ancora più forte a Spokane nel 1977 (.304-4-73) - stimolato dal passaggio del padre a vederlo nello spring training - Sakata fece il suo debutto a luglio nella major league. Andò 154 volte alla battuta per i fabbricanti di birra nella seconda metà della stagione. Il rookie - che portava ancora l'apparecchio per i denti - impressionò per le sue abilità attorno alla base e le sue giocate spettacolari. Battè solo .162-2-12, anche se, dovette vedersela con un paio di problemi: "[Il manager Alex] Grammas considerava Sakata uno showboat che tendeva a tenere il broncio e ad oziare, e uno stiramento al muscolo inguinale ostacolò ulteriormente Sakata, quando si unì ai Brewers". Tuttavia, Lenn non lasciò che gli insulti etnici dei fan ignoranti lo ferissero (tranne una volta quando fece il dito ai fans di Baltimora). George Bamberger sostituì Grammas nel '78, e a Lenn fu assegnato la seconda base dopo lo spring training. Ma ben presto si trovò a fare la spola tra Milwaukee (.192-0-3) e Spokane (.269-0-20). "Quello che successe, naturalmente, fu la storia di Robin Yount e Paul Molitor. Yount si prese il primo mese della stagione per prendere la decisione della sua carriera - diventare un giocatore di golf professionista o continuare con il baseball - e Molitor, un rookie, iniziò all’interbase. Ma quando Yount tornò, Molitor stava colpendo più di .300 e qualcosa gli si doveva dare". Sakata giocò solo 30 partite in major nel 1978 e solo 4 nel 1979 (mentre andò .300-6-64 in triplo-A a Vancouver). Oltre a Molitor, si ritrovò alle spalle la potenza in battuta del veterano utilityman Don Money e del futuro seconda base dei Milwaukee, Jim Gantner. Il manager di Spokane, John Felske, (che, come Gantner, era stato anche a Thetford Mines) disse di Lenn: "Ha la tendenza a deprimersi .... Egli si aspetta la perfezione, e non ha imparato che non può essere perfetto in ogni momento". Lenn cercò una trade, e gli fu concessa, con gli Orioles che lo scambiarono nel dicembre 1979 per il marginale lanciatore John Flinn. Sakata non fece parte del big team nel 1980, e in un primo momento esitò ad andare a Rochester in triplo-A. Dopo essere stato richiamato a fine maggio, l'infielder non giocò molto con Baltimore (.193-1-9 in 43 partite). Eppure, lentamente cominciò a guadagnasi la fiducia di Earl Weaver. Sakata aveva anche lavorato sulla sua responsabilità percepita, un punto debole. "Io lo chiamo Mighty Mouse", disse il trainer Ralph Salvon, "Lenny ha i più grandi bicipiti della squadra, tranne forse per Ken Singleton". Daniel Okrent, che mise sotto il microscopio nel suo libro Nine Innings una partita del 1982 tra Milwaukee e Baltimora, lo descrisse ironicamente: "Sakata è stato uno dei giocatori più bassi nelle majors, la sua altezza nella guida pubblicitaria dei Baltimora risulta essere di 175 cm, ma sicuramente è più basso di almeno un pollice. Era anche famoso per essere uno dei major leaguers che utilizzava la macchina Nautilus come generatore di forza, in piedi accanto a un compagno di squadra più alto, come il longilineo Jim Palmer, il petto sovrasviluppato di Sakata e le spalle gli davano l'aspetto di un lottatore nano".  Lenn fece del suo meglio contro il suo vecchio club. Colpì il suo primo e unico fuoricampo da tre punti contro i Brewers il 20 settembre 1981, e nella partita analizzata da Okrent (10 giugno 1982), ne colpì uno da un punto come leadoff. "Ho un piccolo incentivo in più contro Milwaukee. Non sento odio, ma mi piace dimostrare che posso giocare e guadagnare il loro rispetto. Hanno detto che non ho avuto l’abilità di giocare per la loro squadra. Sentivo di non aver avuto la possibilità" disse Lenn. Non si sentì mai del tutto a suo agio fuori dalla sua posizione naturale, ma Sakata si concentrò sullo sviluppo del suo gioco di gambe e sulla forza del braccio. Gli Orioles avevano comprato Cal Ripken dandogli il tempo di acclimatarsi. La stagione del 1982 fu la migliore di Lenn, ottenendo le medie più alte in carriera in quasi tutte le categorie principali (.259-6-31). Fu utilizzato come riserva nel 1983 (.254-3-12), e il 24 agosto giocò come ricevitore di emergenza in una partita. I Toronto Blue Jays pensavano di avere libero sfogo sulle basi, ma il rilievo degli Orioles Tippy Martinez colse fuori tre corridori di seguito in prima nella parte alta del 10° inning, poi Sakata - che non aveva mai più ricevuto dopo la Little League – vinse la partita con un fuoricampo da tre nella parte bassa. Anche se Lenn non giocò nei playoff dell’AL contro gli White Sox, fece un’apparizione in una partita delle World Series contro i Phillies - le ultime World Series vinte dagli Orioles fino ad oggi. E fu la prima apparizione di un giocatore hawaiano nelle Series. Durante il 1984 e il 1985, Sakata continuò come riserva del seconda base Rich Dauer. Dopo la stagione del 1984, gli Orioles andarono in tour in Giappone. A guardare ogni partita in tv c’era un quindicenne giapponese di nome So Taguchi, che trasse ispirazione da Lenn e che continuò la sua lunga carriera sia in patria che nelle majors. Gli Orioles retrocessero Lenn a Rochester nell '85, qualcosa che il veterano non volle accettare. Decise di andarsene, e quando gli Orioles non gli offrono un contratto per l’anno successivo, firmò con Oakland. Lenn trascorse la maggior parte dell'anno in triplo-A a Tacoma, giocando 17 partite con gli A’s a stagione finita. Neanche gli A’s lo riconfermarono e Sakata agganciò gli Yankees come riserva. La sua carriera nelle major league si concluse il 28 giugno 1987, quando si strappò i legamenti di una caviglia scivolando indietro in seconda su un gioco di pickoff. Dopo la guarigione, Lenn giocò brevemente per Columbus nella fase di riabilitazione. Gli Yankees lo ripristinarono nel roster attivo a settembre, ma non giocò mai e fu rilasciato nel mese di novembre. Sakata iniziò così la seconda fase della sua vita nel baseball come coach e manager. Ritornò nell'organizzazione degli A’s nel 1988, vincendo gli onori di Manager of the Year della Northwest League con i Southern Oregon Timberjacks. Rimase nella franchigia di Oakland fino al 1990. A giugno del 1989, Lenn allenò Modesto nella California League, ma quando la squadra stava lottando, fu riassegnato ad un posto di istruttore itinerante degli infield. In autunno e nell'inverno del 1990, Sakata giocò per San Bernardino Pride della Senior Professional Baseball Association. Giocò in 15 delle 25 partite della squadra (.327-2-10), ma la lega poi chiuse i battenti. Lenn poi passò ai California Angels, dove trascorse quattro estati con le loro minor league, diventando il coach di Edmonton, nel 1991-1992, e di Vancouver nel 1993-94. Fu qui che incontrò la sua seconda moglie, Shane, nata a Vancouver e che lavorava nel front office del club. Lenn e Shane si sposarono nel 1995. L'hawaiano accolse inoltre con favore l'opportunità di promuovere il gioco tornando nelle isole. Quando l'Hawaii Winter League ( (HWL) cominciò ad operare nel 1993, divenne il manager della squadra della sua città natale, Honolulu Sharks. Nel 1995, tuttavia, Sakata ricevette "un'offerta che non potevo rifiutare" ad allenare in Giappone, alle dipendenze di Bobby Valentine con i Chiba Lotte Marines. Vi rimase quattro anni, come manager delle minor league dei Marines nella sua prima stagione, come coach nel team della big league per i successivi due, e nuovamente manager nelle minor nell’ultimo anno. Lenn ricorda: "Avevo terminato i miei ultimi due anni e decisero che non mi volevano. Fui licenziato perché finalmente mi ero lamentato troppo". Anche se aveva apprezzato l'esperienza nel suo complesso, Lenn contestò la rigidità della vecchia guardia, compresa la loro resistenza al training con i pesi. Non ebbe nemmeno la possibilità di imparare il giapponese, e gli venne assegnato un interprete. Al suo ritorno dal Giappone nel 1999, Sakata collaborò con i San Francisco Giants, scegliendoli sui Brewers e Seattle Mariners, su raccomandazione del presidente della HWL Duane Kurisu. Lenn divenne il manager dei San José Giants nella classe A, portandoli in finale della California League championship. Fu poi trasferito alla Classe A di altri club, ai Bakersfield Blaze, per la stagione 2000. "La filosofia dei Giants è quella di spostare le persone in giro", aveva osservato il GM dei Blaze Jack Patton, aggiungendo che "Lenn è un tranquillo signore, che ovviamente ha capacità manageriali". Sakata ritornò nella South Bay a dirigere i San José di nuovo nel 2001. Successivamente a quella stagione, Les Murakami, da molto tempo baseball coach presso l’University of Hawaii, diede le dimissioni. Nella ricerca del suo sostituto, Murakami disse: "Non ho mai fatto parte del comitato di selezione, ma il ragazzo perfetto è Lenn Sakata. Ma, purtroppo, non ha una laurea di college. Credo davvero che fosse la prima scelta tra tutti". Invece, nel gennaio 2002, Lenn entrò nei ranghi del triplo-A, con i Giants che lo scelsero per gestire il loro top farm club, i Fresno Grizzlies della Pacific Coast League. La squadra però terminò con un record di 57-87, e l'organizzazione lo utilizzò come istruttore itinerante. Dopo il 2003, Sakata ritornò come skipper ai San José per altri quattro anni. Divenne il manager più vincente nella storia della California League. Sakata continuò a ritornare alla sua comunità di baseball originale. Nel 2006, quando le Hawaii Winter Baseball ripresero, dopo nove anni di assenza, divenne il manager di Waikiki BeachBoys. Quell'estate, l’ex major leaguer Chad Santos di Honolulu espresse la sua gratitudine a Lenn, che "torna al suo stato nativo ogni inverno e spende molto del suo tempo insegnando ai liceali e ad altri giovani giocatori su un campo confinante la città di Kahala". Sakata e altri dissero che il sistema avrebbe dovuto avere maggiore considerazione e assegnargli dei compiti più importanti. Nonostante tutto, per la maggior parte di questo tempo, ebbe un atteggiamento filosofico circa il suo incarico ai livelli più bassi. Nel luglio 2007, così  commentò: "Penso che tutti i posti di lavoro nelle minor league siano movimenti trasversali. Non c'è un marchio nell’essere un allenatore di singolo-A in contrasto con il triplo-A perché il gioco è cambiato. Non c'è una naturale progressione. La gente riceve un posto di lavoro in major league senza alcuna esperienza di coaching, direttamente dalla cabina di trasmissione. Non guardatemi come se questa carriera sia stata per me sminuente. E' una di quelle situazioni in cui questo è dove posso avere il miglior impatto. I giocatori sono impazienti e più impressionabili. Mi sento soddisfatto di questo livello, anche se forse sì, sono stato a questo livello troppo a lungo". Alla fine, però, Lenn decise che era tempo per una mossa. Nel novembre del 2007, accettò di riunirsi ai Chiba Lotte e dirigere le loro farm team (ni-gun in giapponese), ancora una volta. La mossa lo riunì a Bobby Valentine, che era diventato un eroe con i Marines come manager vincente delle Japan Series del 2005. Sakata disse: "E' una cosa difficile da lasciar andare, ma sentivo che il mio tempo era venuto. Non avevo intenzione di andare più in alto. Ero e sarò sempre un minor leaguer. Almeno avrei voluto essere chiamato o essere considerato per un lavoro in major league". Tuttavia, Lenn fu orgoglioso della promozione di un altro manager giapponese-americano, Don Wakamatsu. Quando Wakamatsu ottenne il lavoro con i Seattle Mariners nel novembre del 2008, Sakata - eroe d'infanzia di Don - disse: "Questa è una pietra miliare - una rottura della barriera, se volete. Penso agli americani di origine asiatica, che probabilmente sono in piedi e possono essere molto orgogliosi del fatto che qualcuno finalmente è in quella posizione nel baseball". Sakata non volle tornare né ai Marines dopo la stagione 2009, e nemmeno saperne di Valentine. Nel 2007, però, Bobby Valentine aveva detto ottime cose sulla carriera di Sakata: "Lenn Sakata, nella mia mente, è sempre stato uno dei ragazzi del grande baseball. Ha dedicato la sua vita dove ha giocato, ha imparato, e può insegnare. E' esattamente quello di cui la mia organizzazione ha bisogno: Avere qualcuno con le sue credenziali, entusiasmo e conoscenza del gioco".

Lenn Sakata "Manager of the Year California League del 2005"

Lenn Sakata manager delle farm di Chiba Lotte Marines

 

Cito Gaston

Clarence Edwin Gaston

Nickname : "Cito"

Nato: 17 Marzo 1944 a San Antonio, TX
Debutto: 14 Settembre 1967
Batte:
Destro / Tira: Destro

Clarence "Cito" Gaston fu un outfielder della National League dal 1967 al 1978. Nel suo momento migliore, entrò nell’All-Star team del 1970. Fece anche una grandissima impressione tra i tifosi del Venezuela, dove vinse due titoli di battuta nella winter league. Tuttavia, Gaston conseguì una maggiore fama e rispetto come manager. Egli divenne il primo skipper afro-americano a condurre la sua squadra ai playoff - e poi a vincere una World Series. I suoi Toronto Blue Jays vinsero back-to-back due World Series nel 1992 e 1993. "Cerebrale, dignitoso e tollerante" descrivono le migliori qualità di questo imponente uomo come leader. Clarence Edwin Gaston nasce il 17 marzo 1944. I suoi genitori erano Sammy Gaston e Gertrude Coley. Alcuni dettagli del suo background familiare sono ancora un po' confusi. Gaston trascorse i suoi primi anni di vita nella piccola città di Seguin, a circa 36 km a nord est di San Antonio almeno alcuni racconti affermano che fosse nato lì, piuttosto che a San Antonio, generalmente accettato come luogo di nascita. Inoltre, Clarence aveva cinque sorelle, ma potrebbe essere stata una famiglia mista. Johnny Cardona Sr., amico di Cito da quasi cinque decenni, osservò che Gertrude si risposò con un uomo di nome Collins quando suo figlio era giovane. Cardona ricorda che Sammy si trasferì a Oklahoma. E' possibile che Gaston avesse ereditato alcune delle sue capacità dal padre. La leggenda della Negro League Ted "Double Duty" Radcliffe - da Mobile, Alabama, che aveva una lunga storia come scopritore di talenti del baseball nero - aveva sottolineato nella sua biografia: "Tu sai chi altro ha vissuto nel nostro quartiere? Il papà di Cito Gaston. Eravamo abituati a chiamarlo 'Big Boy' perché era un tizio grande e corpulento - Poteva colpire!". Il collaboratore di Duty, l'autore Kyle McNary, constatò in un altro suo libro che il padre di Gaston era un Negro Leaguer. Però, i riferimenti ai "major" della Negro Leagues non indicano che ci sia stato un Gaston o un Collins nella storia. Qualunque fosse l'uomo avrebbe potuto essere un giocatore di un circuito locale della South Texas Negro League. Il padre di Cito - anche se forse era il suo patrigno, il signor Collins - era un camionista. Gertrude era una casalinga e, a volte, faceva la cameriera. "La religione fu una parte importante della vita della famiglia di Gaston. Suo nonno era un pastore battista e i Gastons spesso frequentavano la chiesa due volte la domenica".  Il giovane Clarence aveva ambizioni di diventare un camionista o un cantante o un giocatore della major league. "Alcuni ricordano Gaston come un predicatore da cortile, poiché il ragazzo saliva sempre sul pulpito quando i bambini del vicinato si riunivano per giocare alla chiesa. Altri lo ricordano come un netturbino, che avrebbe scambiato i suoi guanti da lavoro per una palla da baseball". Ad un certo punto della sua adolescenza, Gaston prese il soprannome da un amico del quartiere di San Antonio. Nel maggio del 2002 durante una chat online con i tifosi di Toronto, raccontò che glielo diedero quando aveva 14 anni, ma le storie precedenti suggeriscono che fu pochi anni dopo, quando iniziò a giocare a baseball amatoriale. In ogni caso, l'uomo responsabile fu Carlos Thompson, che in seguito divenne un detective della polizia di San Antonio. Pensava che Gaston assomigliasse a un lottatore messicano il cui nome d'arte era Cito. Ci sono alcuni che affermano che potrebbe essere anche l'abbreviazione di "Papacito", o Sugar Daddy, ma questo è discutibile. Gaston crebbe sia a San Antonio che a Corpus Christi. Frequentò la Wheatley High School a San Antonio per un anno. Dopodichè andò alla Holy Cross High a San Antonio e alla Solomon-Coles High a Corpus Christi, e le fonti sono divise dove effettivamente si diplomò. Quello che è certo è che fu una stella in tre sport: baseball, basket e football. A Solomon-Coles, giocò anche come lanciatore. "Dopo il diploma, tornò a San Antonio e andò a lavorare nel turno di notte nel parcheggio di un garage del centro". Nel 1961, il giovane giocò per la squadra dei Cardona Welders. L'uomo d'affari locale Johnny Cardona Sr. sponsorizzò questa squadra amatoriale dal 1954 al 1984. "C’erano alcuni anglosassoni, un paio di ragazzi neri, e il resto erano messicani", disse Cardona. Tra gli altri avversari, i Welders si scontrarono con squadre della South Texas Negro League come i San Antonio Black Sox, della East Side, l'area di tradizione afro-americana della città. "La prima volta che giocò per noi, era a piedi nudi", disse Cardona a Richard Oliver del San Antonio Express-News nel 2006. "Si presentò e nessuno gli prestò molta attenzione. Provò e colpì la palla fuori in profondità nel campo centrale. Gli comprai il suo primo paio di scarpe, e il resto è storia". Cardona aggiunge oggi, "L'accordo era: voi portate le vostre scarpe e il guanto, noi forniamo la divisa e tutto il resto. Ma Cito non ha aveva gli spikes. Gli dissi che avevo intenzione di fare un'eccezione e vado a chiamare il negozio di materiale sportivo. Il proprietario, Rudy, mi disse: Quando diavolo hai mai acquistato spikes per i ragazzi? Gli dissi: Basta questo, Rudy - non dirlo a nessuno!". Fu nel 1963 che Cito lavorò per il dipartimento dei servizi igienico-sanitari di San Antonio. "Non mi è dispiaciuto lavorare per nove mesi", disse sorridendo Gaston,"Il lavoro mette su muscoli". I Milwaukee Braves firmarono Gaston come amateur free agent il 22 marzo 1964. George Vecsey del New York Times raccontò la storia nel 1989, come aveva fatto Richard Oliver. La leggenda degli scouting, Al LaMacchia, poi con gli Atalanta Braves, si fermò all'Olmos Field di San Antonio per guardare una partita degli Welders. LaMacchia - che dopo fu collega di Cito per molti anni a Toronto - ricordava: "Grande corporatura, nerboruto e forte. La prima cosa che fece fu di inseguire una palla nella profondità dell’esterno centro, quindi sapevo che poteva prendere, poi sparò uno strike quindi sapevo che poteva tirare. Poi ha battuto una palla a terra, quindi sapevo che poteva correre. E poi colpì un home run, quindi sapevo che aveva potenza". Le storie continuano a raccontare come LaMacchia battè lo scout di Houston Andy Andrews, e alla fine fu Gertrude che disse: "Firma il contratto, Clarence". Il giovane outfielder fece il suo debutto professionista nel 1964 con i Binghamton Triplets della New York-Penn League (classe A). In 11 partite, andò 5 su 21 (0,238) con 1 fuoricampo e 4 RBI. Poi fu inviato ai Greenville Braves nella Western Carolinas League (anche questi in classe A), dove ottenne una linea di battuta .230-0-16. Nel 1965 arrivò nella Florida State League (ancora in classe A) con il West Palm Beach Braves. Gaston soffrì dei dolori della crescita in quell'anno realizzando .188-0-9 in 70 partite. Fu infastidito anche dalla rottura di una tibia durante la stagione del 1964. Nel 1966 entrò a far parte dei Batavia Trojans nella New York - Pennsylvania League (ancora a livello A). Gioì per l’ottima stagione, conducendo la league in homers (28) e RBI (104), mentre battè .330. Venne selezionato per l’All Star Team della league e vinse il trofeo Bob Stedler come giocatore della lega con il più brillante futuro professionistico. Inoltre guadagnò la promozione nel doppio-A, andando 3 su 10 in 4 partite con gli Austin Braves per poi aiutarli nella Texas League championship. Tornò a Austin nel 1967, dopo un periodo in cui giocò nella Arizona Instructional League, ed ebbe un buon anno (.305-10-70), con alcuni momenti super. Il 12 giugno, concluse un duello senza punti tra i due lanciatori Wally Wolf (El Paso) e Joe Cisterna (Austin) colpendo un fuoricampo da un punto nel nono inning. Il 28 agosto, Gaston battè un solo homer oltre il muro dell’esterno destro per rompere il pareggio, 2-2, con Amarillo. La buonissima stagione di Cito gli valse una tazza di caffè con gli Atlanta Braves nel mese di settembre. Entrò come pinch-runner per Tito Francona nel suo debutto il 14 settembre, e andò al volo nella sua prima apparizione alla battuta contro Rich Nye dei Chicago due giorni dopo. Realizzò un triplo contro Nelson Briles il 24 settembre per la sua prima hit nella big league. In nove partite, andò 3 su 25 (.120). Il giovane ebbe un tutor speciale come compagno di stanza: Hank Aaron, che gli insegnò "come essere un uomo: come stare da solo". Dopo la performance fu offerto a Gaston un contratto per giocare nella winter ball della Venezuelan League. Quindi si diresse a sud per giocare con i Cardenales de Lara nella stagione 1967-68. Nessuno ha mai scoperto se Cito Gaston ebbe difficoltà ad adattarsi alla città di Barquisimeto, se avesse nostalgia di casa o se il campionato era al di là delle sue capacità. Giocò in appena 31 partite, con una linea di battuta molto modesta di .254-0-3. Il general manager di Lara decise di tagliarlo. A metà degli anni 1980, Gaston ritornò ai Cardenales come istruttore di battuta. Egli aveva dichiarato al giornalista Rodolfo Mauriello che il management di Lara non gli diede una nuova chance dopo l’inverno del '67-68. Gaston iniziò nella primavera del 1968 con i Richmond Braves nell’International League (AAA). Però, dopo 21 partite (.239-2-8), fu fatto scendere nel doppio-A nella Texas League a Shreveport (.279-6-57 in 96 partite). In quell’inverno la carriera di Cito fece un grande passo in avanti, grazie a Rodolfo Mauriello. Il general manager di un'altra squadra venezuelana, Navegantes del Magallanes, parlò a Gaston per un contratto con la sua squadra. Gaston rispose che aveva avuto un momento difficile con Lara nella stagione precedente. Mauriello gli disse di non preoccuparsi di questo, perché ora aveva un anno in più di esperienza. Con Magallanes Gaston fu leader della league nella media battuta (.383) e RBI (64). Fu molto vicino alla Triple Crown, con i suoi 11 home run al secondo posto pari merito con Pat Kelly, dietro ai 17 di Brant Alyea. In Venezuela, molte persone ricordano ancora un week-end "a la Gaston". L'8 dicembre 1968 i Navigators giocavano con i Lions di Caracas. Cito vinse un’entusiasmante partita, durata 13 inning, con un homer sulle gradinate del centrocampo. Il giorno dopo, Magallanes giocò contro La Guaira Sharks alle ore 11. Ancora una volta la partita andò agli inning supplementari, quando Gaston pareggiò con un un singolo sopra la testa del suo futuro compagno di squadra a San Diego, Enzo Hernández. Poi vinse la partita all'11° con un singolo al centro. Il livello di talenti della league era molto alto, come dimostra il lungo elenco di major leaguers che presero parte a queste due sole partite. Rollie Fingers, Mike Epstein, Bo Belinskij, Walt Hriniak, e Pat Kelly erano alcuni degli americani, mentre le stelle del posto includevano César Tovar e Vic Davalillo. Il duo Gaston e Kelly aveva un significato particolare in Venezuela. "[Loro] divennero i primi membri dell’era del Poder Negro - Black Power - del team di Magallanes: giocatori di importazione afro-americana che colpivano di potenza. I giornalisti sportivi venezuelani avevano coniato il termine 'Poder Negro' dopo l'episodio alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968 quando Tommie Smith e John Carlos sollevarono il pugno guantato di nero". Carlos Tovar Bracho, un giornalista sportivo venezuelano, descrisse Gaston e Kelly come una versione nera di Batman e Robin. Gaston fu preso dai San Diego Padres nel progetto di espansione del 1968, l'ultimo delle 30 scelte. Nella primavera del 1969, Sports Illustrated scrisse che "Il loro giocatore più interessante poteva essere un rookie di nome Clarence Gaston, un centerfielder con velocità e potenza". Nella sua prima completa stagione in major league, Cito giocò in 129 partite e 391 at-bat. Però, colpì solo .230 con 2 fuoricampo e 28 RBI. Il rookie fu uno swinger molto libero, soprattutto per quei tempi, andando strikeout 117 volte. Gaston ritornò in Venezuela a ottobre per giocare con Magallanes nell'inverno del 1969-70, ma dovette lasciare la squadra il 20 dicembre a causa di un infortunio al ginocchio. Tuttavia, ebbe abbastanza apparizioni alla battuta (161 in 43 partite) per vincere il suo secondo titolo venezuelano di battuta, con una media di .360. Con i suoi 8 doppi, 3 tripli, 7 fuoricampo e 28 RBI, fu anche leader in slugging con .585. Solo altri tre uomini vinsero back-to-back le corone di battuta in Venezuela, due nativi e un altro americano. Vic Davalillo fu il primo (1962-63 e 1963-64), Al Bumbry (1973-74 e 1974-75) seguito da Cito. Luis Sojo lo vinse due volte (1989-90 e 1990-91, 1993-94 e 1994-95). Nel 1970 Cito giocò con i Padres la sua migliore stagione nella big league. Fece parte del team della National League nell’All-Star Game, andando 0 su 2 con una base su ball. In 146 partite, colpì 29 homers, 93 RBI, e realizzò una media battuta di .318. Oltre a Hank Aaron, Gaston fu riconoscente a diversi altri uomini per i suoi miglioramenti. Richie Allen fornì un sostegno morale, Billy Williams, gli consigliò di passare a una mazza più leggera, e l'allenatore di battuta di San Diego Bob Skinner rafforzò la sua fiducia e regolò il suo swing. Infine, il manager dei Padres, Preston Gómez, gli fu vicino nei fastidiosi infortuni e nei brutti momenti durante il suo anno da rookie. Gran parte del successo veniva da dentro, anche se Cito aveva imparato a conoscere i lanciatori e a rilassarsi. Gaston tornò a giocare 35 partite con Magallanes nell'inverno del 1970-71, ma senza avvicinarsi ai suoi migliori momenti (.260-3-27). Poi, purtroppo, non riuscì a ripetere la sua ottima prestazione con i Padres nel 1971. Apparve in 141 partite, ma con una media battuta di .228 in 518 at-bat. Il suoi numeri di potenza diminuirono a 17 homers (compresi due fuoricampo da un punto battuti il 4 maggio in una vittoria per 3-2 contro Atlanta) e 61 RBI. Un altro momento importante arrivò il 16 giugno, quando realizzò l'unica valida dei Padres contro Bill Stoneman al Jarry Park di Montreal. Stoneman disse a Baseball Digest nel 2005 che egli considerava questa partita come "Il gioco che non dimenticherò mai" - oltre anche ai suoi due no-hitters. Nel 1970, Cito aveva mostrato almeno un po' di pazienza al piatto, ricevendo il numero più alto in carriera di basi su ball, 41, con 142 K. Nel '71, però, andò in base 24 volte e andò strikeout 121 volte. Il 10 agosto dello stesso anno, San Diego prese il veloce esterno centro Johnny Jeter dai Pittsburgh, pronti a cedere Gaston in una trade. Tuttavia, i Padres non tagliarono Gaston quell'inverno, che ancora una volta trascorse con Magallanes (.299-1-16 in appena 25 partite). Durante la primavera del 1972, Jeter divenne l’esterno centro titolare, e Cito fu spostato a destra. Lui sarebbe rimasto un outfielder d'angolo per il resto della sua carriera, e raramente giocò di nuovo al centro. In 111 partite, mentre la sua media di battuta arrivò fino a .269, diminuì ulteriormente la sua potenza nel box con 7 homers e 44 RBI in 379 at-bat. Uno di questi homers, uscì il 15 settembre contro il fortissimo lancio di Don Gullett, segnando l’unico punto della partita per San Diego che sconfisse Cincinnati. Johnny Jeter fu un fallimento, e i Padres lo cedettero ai Chicago White Sox. A questo punto Johnny Grubb, la prima scelta del draft del 1971, era pronto a prendere in consegna il centro del campo nel 1973. Gaston - che, come riporta la sua baseball card nel 1973 era "stato afflitto dagli infortuni nelle ultime due stagioni" - rimase a destra. Godette di una stagione abbastanza decente (.250-16-57 in 133 partite). I Padres si mossero sul mercato ancora un po' durante l'inverno. Presero il veterano prima base Willie McCovey dai Giants, e cercarono di tenere la mazza di Nate Colbert all'esterno sinistro. Presero anche Bobby Tolan dal Reds, che giocò la maggior parte del tempo a destra. Più che altro, però, Dave Winfield sbocciò a tempo pieno, come esterno sinistro. Gaston diventò il quarto esterno (.213-6-33 in 106 partite). Quel novembre, San Diego trattò Cito di nuovo con l'organizzazione di Atlanta per il rilievo Danny Frisella. Nel 1975 apparve in 64 partite con i Braves (.241-6-15). Poi, nell'inverno del 1975-76, a 31 anni, riapparve in Venezuela per giocare con i Magallanes. Fu  un inverno pieno di successi (.296-5-31 in 60 partite). Gaston rimase con Atlanta nel 1976. Vi rimase come riserva, anche se sentiva che era ancora capace di dare un maggiore contributo. In 134 at-bat in 69 partite, realizzò la sua seconda miglior media battuta (.291) colpendo 4 fuoricampo e 25 RBI. Il 3 agosto, in una rara partenza in prima base, colpì due homers e realizzò 5 RBI (il massimo in carriera) contro Rich Folkers dei San Diego. Era la seconda volta che ne realizzava due in una partita. La stagione 1976-1977 fu l’ultima di Gaston in Venezuela. Con La Guaira apparve in 56 partite (.262-4-38). Fu preso come giocatore di rinforzo dai Magallanes per giocare nelle Caribbean Series del 1977. Gaston entrò in un lineup che già aveva Dave Parker e Mitchell Page, gli ultimi membri della tradizione del "Poder Negro". Realizzò una media di .300 con 4 RBI nelle Series (vinte dal team domenicano Licey Tigres). I totali della carriera venezuelana di Cito furono 31 homers, 207 RBI e una media di .307 in sette stagioni. Gaston rimase con i Braves nel 1977 (.271-3-21 in 56 partite) e la maggior parte del 1978 (.229-1-9 in 60 partite). Il 22 settembre 1978, i Pittsburgh Pirates acquistarono il suo contratto. Con i Pirates verso la fine di quella stagione, Cito andò 1 su 2 in due partite - che si rivelarono essere le sue ultime in major. L'11 ottobre, Pittsburgh si rifiutò di offrirgli un contratto per la stagione 1979. Cito dunque decise di giocare per Santo Domingo Azucareros nel campionato di breve durata della Inter-American League, che era caratterizzata dalla presenza di molti veterani big-leaguers. Prima che il campionato terminasse nel mese di giugno, prese parte a 40 partite (.324-1-14 in 148 at-bat). Poi partì per la Mexican League a giocare per i León Cachorros (Cubs). Giocò in 24 partite (.337-1-8). Nel 1980, ritornò con i León e giocò in 48 partite (.238-4-27). Gaston poi si ritirò definitivamente come giocatore. Nel 1981, Hank Aaron aiutò il suo amico a trovare un posto con i Braves come loro istruttore di battuta delle minor league. "Avevo finito di giocare e Hank mi ha fatto tornare nel baseball", disse Gaston, "Mi ha chiamato un paio di volte e mi ha chiesto di tornare come allenatore. Dissi di no. La terza volta che ha chiamato, ho detto sì". L'anno successivo, Bobby Cox - che divenne manager dei Toronto Blue Jays dopo che Ted Turner lo aveva licenziato - prese Gaston come suo batting coach. Nel quinto anno di espansione il club vinse per la prima volta la division dell’American League East, e Cito contribuì a sviluppare artisti del calibro di George Bell, Jesse Barfield, Lloyd Moseby, e Willie Upshaw. "Ha fatto una grande impressione ai giornalisti e alla gente del baseball come la roccia della clubhouse durante le due corse al pennant nel 1985 e nel 1987 sotto il manager Jimy Williams". Williams venne licenziato il 15 maggio 1989, e Gaston fu nominato manager ad interim - il quarto uomo nero a dirigere nelle major. L'organizzazione stava effettivamente prendendolo in considerazione per un ruolo superiore per più tempo: "Due primavere fa, sulla scia della torbida vicenda delle dichiarazioni di Al Campanis, il GM dei Blue Jays Pat Gillick avvicinò [Cito Gaston] e gli chiese se fosse interessato a diventare manager. Non ancora per i Blue Jays, ma nella winter ball. Sarebbe stato un apprendistato, e la convinzione dei Jays era che Gaston avrebbe potuto diventare un giorno un utile manager alla recente domanda di candidati di minoranza nel baseball. Non aveva importanza, perché Cito Gaston non era pronto ad accogliere l'idea. Suo padre era malato, il suo secondo matrimonio (con due figli in aggiunta ai suoi due) esigeva la sua presenza e la vita come coach non era affatto intollerabile. Così disse di no". Gillick sperava di assumere Lou Piniella, ma non era in grado di farlo. Dopo l'incoraggiamento dei suoi giocatori e di Sparky Anderson, Gaston acconsentì a diventare il manager dei Jays. Toronto era 12-24 quando assunse la direzione, ma andò 77-49 nel resto della stagione, vincendo la Eastern Division dell'AL (per poi perdere i playoff con Oakland). L'articolo di George Vecsey sulla fine della stagione di quell’anno conteneva alcune altre citazioni interessanti: "Non avrei mai pensato che sarei  diventato un manager. Ma una volta che è successo è più o meno quello che mi aspettavo. La parte peggiore sono le domande della stampa. Quando le partite iniziano mi rilasso". Per quello che riguardava essere un manager nero, osservò: "Non sono troppo emozionato per questo. Per me, non importa di che colore tu sia. Penso solo a quando voi ragazzi arriverete su". I Jays finirono secondi nell'AL East dietro a Boston nel 1990. Ripresero la division nel 1991, ma persero il pennant con i Minnesota. L'anno successivo, però, a metà stagione David Cone si unì ad una forte base di talenti tra cui Joe Carter e Roberto Alomar. Toronto era pronto a passare ad un livello superiore. I loro leader in campo si sentivano molto bene. George Vecsey osservò: "Gaston ha mostrato coraggio nel ritornare da un intervento chirurgico dopo il 1991, mostrando più energia e meno dolore. Raramente si lamentò o perse le staffe, diventando sempre più un ragazzo". Lo stesso articolo lo aveva paragonato ai tipi "forti e silenziosi" come Gil Hodges e la star del cinema Gary Cooper. I Blue Jays sconfissero Oakland nei playoff dell'AL nel 1992 e poi vinsero la loro prima World Series il 25 ottobre sconfiggendo Atlanta Braves in sei partite. Il punto vincente in gara sei, un entusiasmante 4-3 all'11°inning, fu battuto da Dave Winfield. Il veterano era alla sua 19a stagione, 18 anni dopo la sua comparsa a San Diego che aveva indotto alla trade di Gaston. George Vecsey osservò: "Gaston è stato infilzato da alcuni critici a Toronto, il che è normale in questi tempi duri ". "Non lo so, non sento alcun rancore nel mio cuore verso i media", disse Gaston. Ammise che era stato ferito da un manager imperscrutabile quando era un outfielder decente negli anni '70, e ha cercato di essere aperto con i suoi giocatori. "In questo gioco, si incontrano persone buone e si incontrano persone cattive", continò Gaston, "Credo e ho imparato che ognuno ha sentimenti". Nel 1993 Cito e i Blue Jays ancora una volta vinsero le World Series. L'home run memorabile di Joe Carter fece vincere i Jays sui Philadelphia Phillies in gara 6. Diventò il primo allenatore a vincere due consecutive Series da quando Sparky Anderson lo aveva fatto con i Cincinnati Reds nel 1975-1976. Cito continuò a dirigere Toronto fino alla stagione 1997. Purtroppo, non ottenne mai più un altro record vincente - fu criticato per non aver sviluppato buone relazioni con i giocatori più giovani come John Olerud e Shawn Green, e perse il supporto della stampa. I suoi accenni non troppo sottili che il razzismo fosse stato un fattore non aiutarono la sua causa (in seguito si scusò). Il record totale di Gaston come manager quando perse il suo lavoro era di 683-636. Nel luglio del 1999 diventò il quarto di nove uomini del Blue Jays Level of Excellence, e i suoi due titoli delle World Series gli guadagnarono l'ingresso nella Hall of Fame del baseball canadese nel 2002. Cito ritornò ai Jays come batting coach nelle stagioni del 2000 e 2001. Tuttavia, mentre altre squadre avevano pensato a lui come al loro manager, per oltre un decennio non accettò un altro incarico superiore. Il presidente e CEO dei Blue Jays Paul Godfrey disse di lui "Uno dei grandi misteri del baseball, è perché a questo elegante e rispettabile uomo non sia mai stato offerto un altro lavoro nel baseball". Dopo la stagione 1999, Gaston ebbe contatti con gli Indians e i Brewers; anche gli Angels si interessarono, ma si ritirò in considerazione delle ragioni di famiglia. Ci andò più vicino nel novembre del 2003, quando gli White Sox scelsero Ozzie Guillén. Negli ultimi anni, lavorò, insieme con l'ex pitcher dei Blue Jays, Pat Hentgen, come Club Ambassador e Special Assistant di Paul Godfrey. Fece inoltre delle apparizioni occasionali nello spring training come guest coach con i Jays. Il campo della franchigia è situato a Tampa nel sobborgo di Dunedin, in Florida. Cito vive vicino a Oldsmar con la sua terza moglie, Linda, che sposò nel 2003. Gaston pensava che la sua vita nel baseball fosse iniziata perché il suo primo matrimonio con Lena Green si era concluso nel divorzio. Questa unione aveva generato due figlie, Rochelle e Shawn. Alla fine degli anni '80, Cito sposò una donna canadese di nome Denise, e il matrimonio durò fino agli inizi del 2000. Gaston venne eletto nella San Antonio Sports Hall of Fame nel 2006. Sembrava fosse andato tranquillamente in pensione, dedito al golf e ai viaggi per il mondo. "In effetti, alla fine aveva iniziato a rifiutare i club che lo volevano contattare per posti di lavoro vacanti". Ma la vita cambiò per Cito Gaston il 20 giugno 2008. In mezzo a una crisi che aveva visto la squadra  vincere solo quattro delle 17 partite, il general manager dei Blue Jays, J.P. Ricciardi, licenziò il manager John Gibbons. "Sappiamo che abbiamo una squadra migliore di questa", disse Ricciardi, "In questo momento, abbiamo solo bisogno di qualcosa che ci dia la scossa, e penso che Cito sia la persona giusta per questo". Citò l'esperienza di Gaston, il rispetto e la credibilità. Cito osservò che non conosceva i battitori così bene come aveva fatto l'ultima volta che Toronto lo aveva contattato - ma nel complesso, disse: "Io non credo che il gioco sia cambiato". I Jays risposero con un record di 51-37 dopo il ritorno di Gaston, e alla fine della stagione 2008, Toronto gli ratificò la proroga di due anni del contratto. Forse la migliore espressione dell'approccio di questo equilibrato uomo al baseball e alla vita è quella di tornare ai suoi primi giorni come manager. Come disse a George Vecsey nel 1989: "Non mi importa se i ragazzi ridono dopo che abbiamo perso. Hanno modo di essere pronti il giorno dopo. Lo stesso quando si vince. E' divertimento, ma non lo puoi portare con te. Domani devi ricominciare".

Cito Gaston nel 1989 quando divenne manager ad interim dei Blue Jays

Cito Gaston dopo la vittoria delle World Series del 1992

Cito Gaston saluta la folla di casa durante la cerimonia della sua ultima partita come manager mercoledì 29 settembre 2010

L'omaggio dei fans a Cito Gaston

 

Smoky Joe Wood

Howard Ellsworth Wood

Nickname : "Smoky Joe"

Nato: 25 Ottobre 1889 a Kansas City, MO
Morto: 27 Giugno 1985 a
West Haven, CT
Debutto: 24 Agosto 1908
Batte:
Destro / Tira: Destro

Il regno di Joe Wood come uno dei lanciatori più dominanti nella storia del baseball durò appena due stagioni, ma lasciò un'impronta indelebile tra coloro che testimoniarono in prima persona la sua grandezza. "Senza dubbio", ricordò Ty Cobb in seguito, "Joe Wood era uno dei migliori lanciatori che io abbia mai affrontato nel corso della mia carriera". Nel 1911 e 1912, Smoky Joe Wood vinse 57 partite per i Boston Red Sox, tra cui una no-hitter contro i St. Louis Browns il 29 luglio 1911, e realizzò un record dell’American League eguagliando le 16 vittorie consecutive nella seconda metà della stagione del 1912. Egli non era affatto un uomo grande o travolgente, 1.81 m per 82 kg, ma nascosto nel suo corpo smilzo c’era una delle più prepotenti fastball della Deadball Era. "Ho visto un sacco di lanciatori veloci nel mio tempo", disse argutamente il catcher dei Red Sox Tubby Spencer nella primavera del 1909, "ma Joe Wood può far volare scintille meglio di chiunque altro io abbia mai visto lanciare una palla". Tre anni dopo, Walter Johnson non poteva che essere d'accordo. "Se posso io lanciare più duro di Joe Wood?", rispose a un giornalista, "Ascolta, mister, nessun uomo vivente può lanciare più duro di Smoky Joe Wood". Howard Ellsworth Wood nacque a Kansas City, Missouri, il 25 ottobre del 1889, secondo figlio di John e Rebecca Stevens Wood. Il soprannome con cui divenne noto per il resto della sua vita gli fu dato a Howard, da due pagliacci del circo di nome Petey e Joey. "I miei pensavano che fosse tutto abbastanza divertente, e dopo essere tornati a casa hanno cominciato a chiamare me e mio fratello Joey e Petey", così spiegò Wood in seguito. "Da allora, mio fratello e io rispondemmo a 'Pete' e 'Joe' Wood". Joe Wood non esagerava quando una volta disse a un intervistatore che, da ragazzo, la sua famiglia era "sempre in movimento". Per generazioni la famiglia di Joe era stata contenta di coltivare le terre coloniali della Pennsylvania dopo la fine della rivoluzione americana, ma per l’inquieto padre di Joe, la prospettiva di rimanere nella fattoria di famiglia per tutta la vita era impensabile. Dopo aver completato i suoi studi presso l'Università della Pennsylvania, John Wood si trasferì a Ness City, Kansas, dove creò la sua famiglia e poi si trasferì di nuovo a Kansas City, dove nacque Joe. Ma non appena Joe mosse i primi passi, suo padre sradicò di nuovo la famiglia nel 1890, spingendosi a nord, a Chicago, con la promessa di lavoro e di un rifugio sicuro da parte dello zio della moglie. A Chicago, John Wood divenne un avvocato di successo, accumulando un patrimonio che si avvicinava ad un quarto di milione di dollari. Ma per il padre di Joe, un abbondante reddito e una carriera legale di successo non erano semplicemente abbastanza. Spinto da un desiderio di cambiamento e dal profumo dell'oro in Alaska, nel marzo del 1898 mandò la famiglia in Pennsylvania e si avventurò nel Klondike. Dopo otto mesi di prospezione tornò, mezzo congelato e sofferente di mal di pancia, ma il suo sogno di una sensazionale ricchezza si era offuscato. Durante l'estate del 1900, caricò la sua famiglia e gli oggetti a bordo di un carro coperto e si diresse verso ovest, nel Colorado, e alla fine si trasferì nella piccola città mineraria di Ouray. Aprì il suo studio legale e cominciò a pubblicare un settimanale, l’Ouray Times. Tornò a Ness City, Kansas nel 1905, ma la famiglia cadde in disgrazia quando John Wood perse la sua sostanziosa fortuna su dei terreni nel Western Kansas. A causa di ciò, Joe  dovette lasciare la scuola, e passava il tempo facendo lavoretti e giocando a baseball con il club locale di Ness City. Quando la fine della stagione 1906 si avvicinò, gli appassionati di baseball a Ness City appesero dai manifesti sulle vetrine dei negozi della città per la partita della squadra di Ness City Nine che avrebbe fornteggiato un insolito avversario, le National Bloomer Girls di Kansas City. Esse stesse si pubblicizzavano come un squadra tutta al femminile, vestite con il popolare bloomers (il capo di abbigliamento femminile indossato a mo' di pantaloni) ma venivano rafforzate regolarmente con l’inserimento nel roster di alcuni giovani ragazzi, conosciuti come "toppers". Il sedicenne Joe scintillò quel pomeriggio travolgendo 23 a 2 i visitatori, e alla fine della partita il proprietario delle Bloomer, Logan Galbreath, gli offrì 21 dollari alla settimana per unirsi alla squadra per tutta la durata dell'estate. "Così chiesi a papà se potevo andare", Wood ricordava nel libro, "The Glory of Their Times" di Lawrence Ritter. "Pensava che fosse un modo insolito, ma non sollevò obiezioni. Credo che avesse fatto appello al suo senso dell'assurdo". Dopo aver chiuso l'estate con le Bloomers, Joe firmò come interno con i Cedar Rapids Rabbits nella Tre-I League, del manager Belden Hill, ex Baltimora Orioles. Poiché era "tutto pieno" di infielders, però, nella primavera del 1907 Hill senza tante cerimonie depennò Joe dal suo roster e consegnò il suo contratto, a titolo gratuito, al suo amico Jason "Doc" Andrews, manager degli Hutchinson White Sox della Western Association. Joe iniziò la stagione come infield, ma durante la stagione fu messo a lanciare. Con la fine di settembre la sua velocità inquietante catturò l'attenzione di numerosi osservatori, tra i quali George Tebeau, proprietario dei Kansas City Blues dell’American Association. Tebeau acquistò il contratto di Joe per 3500 $ ed egli esordì nell'Association Park a Kansas City nel marzo del 1908. Il record di Joe fu di 7-12, in 24 apparizioni, con i mediocri Blues, e anche se non c'era nulla da esultare riuscì a catturare il grande interesse della Big League con la sua straordinaria esibizione contro gli Washington Senators di Joe Cantillon nello spring training realizzando il suo perfetto no-hitter a Milwaukee il 21 maggio. Dopo un bel po' di dispute contrattuali, il contratto di Joe fu acquistato dai Boston Red Sox, e il 24 agosto 1908, a 18 anni, debuttò in major league al Huntington Avenue Grounds. Joe venne battuto da Doc White dei Chicago White Sox, 6-4. Il dolore di alcuni infortuni si ripercosse per gran parte della sua carriera. Nella primavera del 1909, Joe subì un infortunio al piede durante un incontro di lotta nella stanza d'albergo con il suo migliore amico, Tris Speaker, che lo mise fuori azione fino a metà giugno. Joe lanciò molto bene al suo ritorno, incassando 11 vittorie contro 7 sconfitte, e continuò il suo lavoro con forza fino alla prima metà del 1910. Ma, ancora una volta, intervenne un infortunio, questa volta per gentile concessione di un line drive di Harry Hooper alla caviglia durante il batting practice. L’intervento chirurgico per rimuovere un grumo di sangue sarebbe costato a Joe la fermata di un mese. Nel club erano diffuse le cricche e le lotte intestine, e Joe Wood fu duro quando arrivarono le critiche. "Parlò con l’angolo della bocca e usò un linguaggio che avrebbe fatto arrossire un fantino delle corse ad ostacoli", ricordò anni dopo Hugh Fullerton, "Sfidò tutti gli avversari e si dilungò sulle loro discendenze". Per il rendimento inferiore al previsto dei Red Sox nel 1910, e il rude comportamento di Joe fuori dal campo (per non parlare del suo deludente fine stagione con un record di 12-13) non ricevette nessun elogio tra i Red Sox. Esasperato dal finale deludente del suo club al 4° posto, alla fine dell'estate il proprietario dei Boston, John I. Taylor, annunciò di aver stilato una lista dei cosiddetti giocatori "scontenti", e il nome di Joe Wood stava senza tante cerimonie in cima alla sua lista. Settimane più tardi, le voci che giravano a Boston era che Taylor fosse sul punto di spedire Joe, insieme il suo compagno di batteria Bill Carrigan, in modo permanente. Taylor avrebbe scambiato Joe - e data la dubbia storia del proprietario dei Red Sox, non ci sono prove che suggeriscano che non fosse serio - ma da solo avrebbe privato Boston di una delle estati più elettrizzanti dei record del baseball. Dopo aver inanellato 23 vittorie nel 1911, nel 1912 Wood salì sulla sommità del gioco. Lanciando al Fenway Park, di recente apertura, ebbe un inizio modesto, 3-2 (due volte sconfitto dai Senators di Clark Griffith), ma prima della fine del mese di giugno il suo record era diventato 16-3, al secondo posto nell’AL dietro a Eddie Plank dei Philadelphia. Joe si avvicinò a Plank il 4 luglio, ma da lì fu letteralmente imbattibile. Il 28 agosto realizzò la sua 12a vittoria consecutiva, portandosi a 4 vittorie dal record stabilito da Walter Johnson. "Accidenti", aveva sottolineato il giornalista sportivo Paul Shannon del Boston Post, mentre guardava Joe un pomeriggio, "that boy throws smoke" (quel ragazzo lancia fumo). Era nato un soprannome del baseball. Con i Red Sox che avevano già vinto il pennant ai primi di settembre, la scena era pronta per uno dei momenti più leggendari della Deadball Era. "Fino a quel momento Johnson aveva ottenuto la sua sedicesima vittoria consecutiva e aveva perso la diciassettesima. Io ne avevo circa undici", ricorda Joe. "Bene, il vecchio Foxy Clark Griffith arriva e dice: 'Walter Johnson dovrebbe avere il diritto di difendere il suo record di 16 consecutive', così sfido Joe Wood ad incontrare Walter Johnson". Il 6 settembre una folla stimata in 35000 tifosi riempì ogni fessura del Fenway Park - riempiendo le tribune, l'esterno e persino il territorio in foul a destra e a sinistra - rallegrandosi selvaggiamente per ogni strike che Joe bruciava attraverso il piatto. Un ragazzo, colpito da una palla in foul dietro casa base, dovette essere portato fuori dal campo, un altro "svenne per l'emozione" e dovette essere soccorso. Alla fine, Joe prevalse 1 a 0, una vittoria resa possibile quando back-to-back le fly ball di Tris Speaker e Duffy Lewis (che sarebbero state giocabili in circostanze normali) caddero tra la folla e furono giudicate due doppi. Nove giorni più tardi, Joe eguagliò il record di Johnson con una vittoria per 2-1 contro St. Louis. Il 20 settembre a Detroit, un errore dell’interbase dei Red Sox Marty Krug (oltre alla mediocre performance di Wood) privò Joe della 17a vittoria consecutiva, ma si riprese e vinse le sue due ultime da partente per portare il suo record a 34-5, con una ERA di 1.91, il massimo di innings in carriera (344) e strikeouts (258). Continuò a vincere altre tre partite contro i New York Giants di John McGraw nelle World Series, chiudendo la sua straordinaria estate, il 16 ottobre, con una vittoria per 4-3, come rilievo di Hugh Bedient, in Gara 8. Si sposò con Laura O'Shea, nativa di Kansas City, Missouri, in bassa stagione, e nella primavera del 1913 Smoky Joe Wood era al top della Majors. "Ero il re del monte", ricordava Joe, "in cima al mucchio, giusto in linea con i migliori". Ma, ancora una volta, fu travolto dagli infortuni. Il primo incidente si verificò a Detroit il 18 luglio del 1913, quando Joe scivolando sull'erba bagnata mentre cercava di prendere un infield grounder di Bobby Veach lungo la linea di terza base, si ruppe il pollice e (fatta eccezione per un inning come rilievo nel mese di settembre) terminò la sua stagione. Joe era fiducioso di ritornare guarito nelle major nel 1914, ma alcuni giorni prima di partire per lo spring training, fu ricoverato per l’appendicite che lo tenne fuori altri due mesi. Wood rientrò e chiuse il 1914 con un rispettabile 9-3, e nel 1915 fu leader dell’AL con 1.49 di ERA, in soli 157.1 inning di lavoro. Per gli spettatori era ovvio che qualcosa non andava con l'ex fenomeno. "Joe Wood non è era più lo stesso da quando si operò all’appendicite", scrisse l’Washington Post, "A volte ... ha mostrato dei flash del suo ex-smoke, ma non è certo quello che lui può fare ..." Questi timori furono confermati ai primi di ottobre, quando Joe fu visto toccarsi la spalla dolorante nella sua ultima partenza nella stagione estiva, una sconfitta per 3-1 contro Walter Johnson. Lui non fece parte del pitching staff di Boston, due settimane dopo, che vinse le World Series per 4 partite a 1 sui Philadelphia. Rifiutò di accettare una riduzione di stipendio nel 1916, e rimase a casa a Twin Lakes, in Pennsylvania, lavorando nella palestra della New York University mentre cercava di recuperare il braccio sotto la cura del chiropratico di New York A.A. Crucius. Nel febbraio del 1917, il suo contratto fu venduto ai Cleveland per 15000 dollari. "Il mio braccio è buono come non lo è mai stato", aveva annunciato in campo un mese dopo la vendita, "Non mi aspetto affatto alcun problema, a condizione che non lavori troppo velocemente adesso". Wood non avrebbe potuto dire una cosa più sbagliata. Al suo debutto a Cleveland il 26 maggio, venne bombardato dagli Yankees in otto inning di lavoro, e tre settimane più tardi i cronisti sportivi rivelarono che, con ogni probabilità, era finito come lanciatore. "E' una meraviglia che tu abbia il braccio sinistro", lo rimproverò pubblicamente il suo medico, Dr. Robert Drury. Wood rifiutò l'offerta del proprietario degli Indians, Jim Dunn, di averlo in un ruolo di consulenza e rimosse se stesso dal libro paga del club all'inizio di luglio. La storia della Deadball Era è piena di vicende di lanciatori le cui carriere sono state stroncate dalle spalle ridotte a brandelli; raramente, quasi mai, questi uomini hanno fatto ritorno sul diamante. Cinque mesi dopo aver lasciato gli Indians, però, Joe fece il sorprendente annuncio che aveva intenzione di tentare un ritorno alle major convertendo se stesso da lanciatore in outfielder. Nell’estate devastata dalla guerra del 1918, entrò nel lineup di Cleveland, colpendo un rispettabile .296 in 119 presenze. Dal 1919 al 1921 fu platoon con Elmer Smith (la sua migliore stagione arrivò nel 1921, quando colpì .366 in 66 partite), e nel 1920 fece la sua seconda e ultima apparizione nelle World Series, giocando in quattro partite con i Cleveland che vinsero sui Brooklyn. Ebbe un'altra forte stagione con gli Indians nel 1922, raggiungendo la media di .296 in 142 partite, ma accampando degli obblighi familiari scelse di non tornare al baseball per la stagione del 1923. "Pochi giocatori negli ultimi dieci anni della Big Leagues, e ancora meno sono quelli che sono riusciti ad arrivare a tali altezze nella loro professione come Joe Wood", elogiò F.C. Lane verso la fine della carriera di Joe, "Joe Wood di fronte al compito più difficile a cui un giocatore può essere chiamato ad affrontare e contro tutti gli handicap apparentemente insormontabili ha fatto bene". Queste qualità servirono a lungo a Wood dopo aver lasciato il gioco. Attraverso il suo amico di tutta la vita Tris Speaker, nel 1923, Joe fu assunto dalla Yale University per allenare la squadra dei freshmen del 9° grado e, un anno dopo, fu promosso ad allenare l’università. Ci fu un momento in cui la carriera di Wood a Yale venne messa a serio rischio alla fine del 1926, quando, insieme a Cobb e Speaker, fu accusato di essere una delle tre figure centrali di un presunto gioco-scandalo risalente alla stagione 1919. Ma dopo una notte di sessione, il Consiglio di controllo di Yale dichiarò che non avevano "alcuna prova che screditasse l'onestà e l'integrità del suo passato". Joe sarebbe rimasto all'Università per altri 15 anni, accumulando un record di coaching di 283-228-1. Alla fine della sua carriera di allenatore, Wood allenò suo figlio, Joe Wood Jr., che continuò una breve carriera nelle Major League, lanciando tre partite per i Boston Red Sox nel corso della stagione 1944. Altri due figli, Stephen e Robert, giocarono a baseball con L’university di Colgate. Wood e sua moglie ebbero anche una figlia, Virginia. Citando "esigenze economiche causate dalle condizioni di guerra", nel marzo del 1942 l'Università licenziò Joe e due coach. Wood poi se ne andò dal New England per la California, dove aprì un campo di golf con suo fratello, Pete. "Ho fatto più soldi in questi sette anni che in tutto il tempo in cui ho giocato e allenato a baseball", ricordò Joe con una risatina. Ritornò nel New England e nel 1960 si ritirò in pensione al 90 Marvel Road di New Haven, nel Connecticut. Nel corso del successivo quarto di secolo, Joe guardò i suoi ex compagni di squadra e avversari, uno dopo l'altro, che venivano eletti nella Hall of Fame a Cooperstown. Probabilmente a causa dei suoi frequenti infortuni e per il fatto che il suo record non soddisfaceva i requisiti della Hall of Fame in cui la carriera di un giocatore deve essere "eccezionale per un lungo periodo di tempo", Wood non potè entrare nell’olimpo del baseball. Nel gennaio del 1985, il presidente A. Bartlett Giamatti dell'Università di Yale consegnò a Wood la laurea honoris causa in Lettere Umane. Nel corso della cerimonia, Joe pianse a dirotto. Sei mesi dopo, il 27 luglio 1985, Smoky Joe Wood morì all'età di 95. Fu sepolto nel terreno di famiglia a Shohola, in Pennsylvania. Nel 1984, Wood ricevette una standing ovation in occasione dell’Old Timers Day al Fenway Park di Boston, circa 72 anni dopo la sua memorabile stagione. A 94 anni, disse che era felice che Boston lo ricordasse come "Smoky". Nel 1981, Lawrence Ritter e Donald Honig lo inclusero nel loro libro “The 100 Greatest Baseball Players of All Time”. Spiegarono quella che chiamavano "the Smoky Joe Wood Syndrome" (la sindrome di Smoky Joe Wood), in cui un giocatore dal talento veramente eccezionale, ma con una carriera limitata dagli infortuni, avrebbe dovuto essere incluso nella lista dei 100 più grandi giocatori, nonostante non avesse la quantità di statistiche in carriera.

Joe Wood in riscaldamento

"All-Time Pitching Greats at Old-Timer's Game at Fenway", luglio del 1939. Da sinistra a destra: "Smokey" Joe Wood, Cy Young, Lefty Grove e Walter Johnson. Grove era ancora un lanciatore in attività con i Red Sox, al momento di questa foto. Wood era l'allenatore della squadra di baseball della Yale University 1922-1942