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Con questa pagina apro una nuova finestra per gli appassionati del gioco e per coloro che, mossi dalla curiosità, si avventureranno nel mio sito. L'intenzione è di raccogliere tutti quei romanzi, non tecnici, che parlino di baseball o dove il baseball sia un po' il motivo conduttore, una specie di metronomo, delle storie raccontate. L'idea ha preso corpo grazie anche all'uscita da parte della Minimun Fax della nuova edizione rivista e corretta - soprattutto nella traduzione e nella terminologia - de "IL MIGLIORE" che consiglio caldamente di leggere, come del resto tutti quei libri che troverete raccolti qui.

IL MIGLIORE

di

Bernard Malamud

Casa editrice MINIMUM FAX

Prezzo : € 10.50

Recensioni

di Luigi Sampietro

Il Sole 24 Ore - 2 aprile 2006

La pallina s'impenna. Scompare per un attimo in un tratto all'ombra e attraversa il cielo come una nave dei sogni fino alla tribuna opposta. Non tornerà più in campo e sarà custodita come una reliquia da uno spettatore fortunato. Farà forse felice un bambino. Questo è il baseball nei suoi momenti migliori, e per il baseball si può delirare. Bisogna però essere americani, cresciuti in America, perché il tifo è sì una malattia che può durare tutta la vita come il ricordo del primo amore, ma diventa cronico solo se lo si contrae da piccoli. Se il contagio ha luogo in età adulta, si risolve perlopiù in una passioncella occasionale e passeggera. In Europa e Sudamerica è noto come morbus pedatorius p malattia del pallone; negli Stati Uniti colpisce gli spettatori del football e, appunto, anche se in maniera più subdola e misteriosa, gli appassionati di baseball. In occasione del ventesimo anniversario della morte di Bernard Malamud (1914-1986) la casa editrice Minimum Fax ha acquistato i diritti di alcune sue opere. E' in uscita Il migliore (The Natural, 1952) con prefazione di Philp Roth e nella traduzione di Mario Biondi già apparsa da Mondadori (1984) e ora completamente rivista. Seguiranno Gli inquilini (The Tenants, 1971) con prefazione di Alexander Hemon; la raccolta di racconti Il barile magico (The Magic Barrel, 1958) con prefazione di Jhumpa Lahiri; e Una nuova vita (A New Life, 1961) con prefazione di Jonathan Lethem. The Natural, da cui fu tratto un film con Robert Redford e Glenn Close (1984), è l'unico libro di Malamud di argomento non ebraico. Romanzo d'esordio, racconta la storia di un giocatore di baseball, Roy Hobbs, costruito intrecciando vari fili e filoni, temi e allusioni, in una sorta di riscrittura della leggenda del Santo Graal. o, meglio, dei miti e dei riti di fecondità e rinascita che fanno da sfondo alla Waste Land di T.S. Eliot, impastati con fatti di cronaca e leggende metropolitane del piccolo grande mondo dello sport agonistico. The Natural è un'allegoria, un'incursione dell'epica arturiana nel quotidiano e una riflessione sulla figura dell'eroe. E' anche un libro a tratti comico. Ma non è cinico, non è satirico e non è distruttivo. Perché questa non è la cifra del talento di Malamud. Anche se - bisogna dire - il protagonista, che è appunto un "natural", un fenomeno che sa fare spontaneamente cose che gli altri possono solo imparare con fatica, se visto da un'altra angolatura risulta essere un sempliciotto di campagna (un "natural" nel senso medievale del termine) come peraltro la leggenda vuole che fosse anche Parsifal. Ma il gioco non finisce qui. Roy Hobbs ha letteralmente il nome in capo. Perché in quanto Roy (roi, in francese) diventa il Re Pescatore di cui parla Jessie Weston nel libro From Ritual to Romance (1929) che Eliot cita nelle proprie note; e in quanto Hobbs (hob, "zotico" nel teatro elisabettiano) è lo stupidotto che gli scaltri e i disonesti di città prendono di mira. L'argomento - il baseball - è un po' esotico ma non si spaventi il lettore. Non corre alcun rischio di perdersi. Per godersi questo romanzo tutto quello che è necessario sapere è che vincere è meglio (ma sì!); che il giocatore che lancia appartiene alla stessa squadra di quello che riceve accosciato con il guantone e la maschera di ferro; e che loro avversario è il giocatore che ruota la mazza per intercettare la pallina e spedirla il più lontano possibile. Ce ne sono altri in campo, che vanno e vengono, e qualche volta corrono di gran carriera attorno al perimetro a forma di diamante, ma le partite durano di solito così a lungo che c'è tutto il tempo, se si è allo stadio, di informarsi sulle regole. Ne l romanzo ci pensa lui, Malamud, a tenerci svegli e farsi capire. Roy Hobbs è un fenomeno dello sport ma il suo inizio è tardivo. Esordisce a 33 anni quando ormai è considerato troppo vecchio. La sua è in realtà una ripartenza perché a 19 anni, quando stava per sostenere un provino con i Chicago Cubs (i Cuccioli) era stato preso a pistolettate da una donna, Harriet Bird, simbolo, come ho letto, della forza distruttiva di non so quale archetipo femminile. Roy, seppure ferito, non muore. Ci mette anni a recuperare e alla fine si presenta sul campo con una mazza magica (l'equivalente della spada Excalibur nella leggenda arturiana) con la quale porta la squadra dei New York Knights (i Cavalieri) al successo. La mazza si chiama Wonderboy e fa miracoli in senso figurato e sportivo. Nelle mani dell'eroe, il grande batter negli annali del baseball, propizia il ritorno alla vita, attraverso la vittoria sopra forze che - sul piano mitico - sarebbero quelle della sterilità - della distruzione e del caos - nella terra desolata e riarsa; e che, sul terreno di gioco, hanno un correlativo oggettivo giallastro nell'erba che cresce. Wonderboy, la mazza nata da un ramo staccato dalla folgore e plasmato dallo stesso Roy, è - fin che dura - un simbolo di fecondità e successo. Un ovvio simbolo fallico. Ma poiché la natura è ciclica e tutto ciò che nasce poi muore, al Vecchio eroe corrotto dagli scommettitori subentra alla fine un Giovane eroe. E come Roy aveva a sua volta spodestato Whammer Wambold (come si sente dal nome che era uno che picchiava forte!), il nuovo arrivato, che si chiama Youngberry, prende il suo posto. Resta solo da aggiungere che, a metà tra cielo e terra e tra incantesimo e realtà quotidiana, c'è una storia d'amore e ci sono varie donne, tutte in qualche modo minacciose, che rendono difficile la vita del campione; c'è un bambino ricoverato in ospedale che gli chiede di essere salvato - fatto realmente accaduto ai tempi del mitico (anche lui!) Babe Ruth, negli anni Venti - e c'è un allenatore malato che comincia a guarire nel momento in cui la pioggia si abbatte sul campo. Più un'altra dozzina di episodi e avventure che il lettore potrà scoprire da sé, e con sicuro profitto, addentrandosi nella foresta di simboli e allusioni che Malamud ha fatto crescere attorno allo stadio. La carriera di Malamud - scrittore che, come il suo campione, esordì piuttosto tardi - prese, dopo questo primo romanzo, una strada diversa, come racconta anche la figlia, Janna Malamud Smith, in una recentissima biografia, My Father Is a Book (Houghton Mifflin, New York 2006). Una strada che lo portò a far parte, insieme a Saul Bellow e a Philip Roth, di quello che lo stesso Bellow chiamava "il triumvirato ebraico delle lettere americane", e che, tanto nei romanzi quanto nei racconti, ha fatto sì che Malamud consegnasse alla storia una galleria di personaggi che incarnano la figura eterna dell'homo patiens. L'uomo che soffre e che attraverso la sofferenza acquista una libertà dello spirito che gli permette di staccarsi da sé e di condividere il dolore altrui, foss'anche quello di una sola persona al mondo.

di Gian Paolo Serino
Kult - 24 febbraio 2006

Torna in libreria uno dei più grandi romanzi americani del dopoguerra, un "classico perenne": Il migliore di Bernard Malamud. Roy Hobbs è potenzialmente un eroe: ha un talento innato per il baseball e potrebbe diventare il più grande giocatore del momento. Ma il suo primo tentativo di entrare a far parte di una squadra della major league fallisce miseramente, a causa di una ragazza fuori di testa. Roy riesce a coronare il suo sogno di gloria soltanto quando ormai è avanti con gli anni, a un'età in cui molti giocatori sono vicini al ritiro: avrà pochissimo tempo per dimostrare a se stesso e all'America intera di essere, davvero, il migliore. Uno straordinario romanzo d'esordio, pubblicato per la prima volta nel 1952, dal quale è stato tratto il film omonimo con Robert Redford.

Il Grande Romanzo Americano

di

Philip Roth

Casa editrice: Editori Riuniti

Recensioni

di Marco Landi

Un capolavoro di uno dei maggiori autori americani contemporanei Philip Roth, Il Grande Romanzo Americano, Editori Riuniti, Roma, 1982.
Titolo originale: The Great American Novel, 1973.
Questa, lo anticipo, è una recensione molto particolare: è, in fondo, un appello. Non mi dilungherò tanto a presentare Philip Roth, perché si tratta di uno dei maggiori autori americani contemporanei, vincitore nel 1959 del National Book Award con Addio, Columbus e autore di alcune delle più incredibili pagine della letteratura statunitense del secolo scorso. Su di lui sono reperibili decine di biografie sia su stampa che su internet. Nel racconto, a parlarci in prima persona è Word Smith, giornalista sportivo e mago della parola giunto a scrivere i discorsi per ben quattro presidenti degli Stati Uniti. Amico di Hemingway (memorabile il racconto di una battuta di pesca d'altura dei due), è in costante disquisizione con lui su quale sia, quale possa essere e se mai verrà scritto il Grande Romanzo Americano. Smitty, ormai ultraottantenne e malato, non ha mai mollato il progetto di essere lui a scriverlo, il GRA. E se lo è dato come scopo degli ultimi momenti della sua vita. Ha già chiaro anche il soggetto, perché Smitty è consapevole di essere vittima di un complotto planetario: lui sembra essere l'unico a ricordarsi dell'esistenza della terza Lega professionistica di baseball americana, oltre all'American e alla National, la Patriot League, le cui tracce sono state tutte abilmente cancellate dalla storia e dalla realtà, ma non dalla sua memoria. Perfino a Cooperstown, nella sede della Hall of Fame, negano che sia mai esistita una Lega Patriota, e Smitty finisce sempre col fare la figura del vecchio pazzo in occasione della visita annuale organizzata dalla casa di riposo in cui è ospitato. Ma Smitty non molla, perché ha tutto ben impresso nella sua mente e proprio la storia dell'ultimo anno di vita della Lega Cancellata gli consentirà di scrivere il Grande Romanzo Americano. Comincia qui il "romanzo nel romanzo" nel quale Roth, attraverso Word Smith, pennella personaggi indimenticabili, crea gerghi, tradizioni, inventa un intero mondo che ruota attorno a una Lega pro, rende reali gli "umori delle folle", le personalità di città immaginarie. Nel 1943 tutti i campionati sono depauperati dei giovani migliori, che vanno in Europa a combattere Hitler e le tre leghe maggiori si devono arrangiare con il materiale umano a disposizione, ma la sorte più ingrata capita ai Ruppert Mundys della Lega Patriota, visto che i proprietari, con bieca manovra speculativa mascherata da sentimento patriottico, hanno concesso all'Esercito l'utilizzo dello stadio di Port Ruppert come base logistica per le truppe in procinto di imbarcarsi per il Vecchio continente. I Mundys non giocheranno che in trasferta, quest'anno, guidati dal mistico manager Mister Fairsmith, novello Mosè, da una parte all'altra dell'America in un esodo senza fine a testimoniare il nobile spirito di sacrificio del popolo americano. La squadra è quanto meno improbabile, composta da giocatori ritirati da tempo o appena quattordicenni, con svariati handicap fisici, il cui unico scopo diventa quello di mettersi in luce, in modo o in un altro, per essere acquistati da un'altra franchigia e poter finalmente "giocare in casa". La storia di questo campionato diventa l'impietosa, crudele metafora utilizzata da Roth per rappresentare la società americana con il suo bigottismo borghese, il suo razzismo più o meno latente, il suo mito del successo a qualunque costo. E lo fa con uno stile talmente efficace, grottesco, politically uncorrect da lasciare a bocca aperta. La sensazione che il romanzo dà al lettore è difficilmente descrivibile, come accade per tutti i capolavori: personalmente ritengo che il GRA sia per la letteratura americana quello che Tre Uomini in Barca è per quella inglese, The Blues Brothers per il musical o Pulp Fiction per il gangster movie e, se mi è concesso, Alan Ford per il fumetto italiano. Il Grande Romanzo Americano è una delle più esaltanti esperienze di lettura che il sottoscritto abbia mai fatto. Se non vi è mai capitato di scoppiare a ridere nel bel mezzo di una pagina, osservati con stupore da coloro che vi circondano, se amate il brivido sottile del girar pagina con la consapevolezza che con ogni probabilità l'autore riuscirà ancora una volta a sorprendervi, seguite il mio consiglio: impossessatevi di questo libro. Lui si impossesserà di voi.E qui vengo all'appello: impossessarsi del libro oggi pare non sia affatto facile. C'è una libreria a Bologna (studenti e appassionati la conoscono molto bene), che si può definire il tempio dell'usato e la stock house del libro, la Libreria delle Moline (051230869), ma anche qui pare non siano più disponibili le copie recuperate dai magazzini della Editori Riuniti, che ha messo il romanzo fuori catalogo. Il libraio (di quei cultori del libro "da romanzo", appunto) è convinto che, a seguito di un certo numero di richieste si potrebbe ottenere una ristampa. Che ne dite, ci proviamo? Se le mie parole vi hanno stimolato e incuriosito, vi invito a scrivermi una email di interessamento, io le raccoglierò e girerò alla casa editrice. Magari il mondo del baseball italiano potrà contribuire alla rinascita di una piccola, importante, perla di cultura. Fatelo, lo dico per voi!

La bambina che amava Tom Gordon

di

Stephen King

Casa editrice: Sperling & Kupfer

Prezzo € 16

Recensioni

da Wikipedia - L’enciclopedia Libera

La storia inizia con una gita di famiglia durante la quale il fratello e la mamma di Trisha discutono animatamente del suo divorzio, così come di altri argomenti. Trisha si allontana per non dover sentire la discussione e non riesce a ritrovarli dopo essere entrata nel bosco per bisogni fisici. Inizia a camminare nella direzione che crede giusta, ma fa una curva sbagliata e si perde, continuando ad addentrarsi nel cuore della foresta. Si ritrova con poca acqua, alcune brioche ed il suo walkman per poter sopravvivere. Ascolta di continuo la radio per tenere alto l'umore, per ascoltare notizie sulla sua ricerca o per seguire le partite di baseball del suo giocatore preferito, Tom Gordon. Mentre inizia la lotta per la sopravvivenza risparmiando il poco cibo che ha, raccogliendo bacche e così via, la madre ed il fratello tornano alla macchina senza di lei e chiamano la polizia per iniziare le ricerche. Naturalmente, cercano vicino al sentiero, ma ormai lei si è allontanata. La ragazza decide di seguire un torrente, immaginando che tutti i fiumi portano a qualche abitazione. Mentre i poliziotti interrompono la ricerca per la notte, si sdraia sotto un albero per riposare. Alla fine, una combinazione di paura, fame e sete le causano allucinazioni. Si immagina molte delle persone che conosce, incluso il suo eroe Tom Gordon, apparire dal nulla. King non specifica se i segni di un mostro notati sugli alberi siano anch'essi frutto delle allucinazioni. Bisogna notare che si trova nello stesso bosco descritto in Pet Sematary, alcuni addirittura ipotizzano che i segni visti da Trisha siano stati lasciati da Wendigo, uno spirito pellerossa che abita nelle foreste del Maine, lo stesso incontrato dal dottore quando venne a seppellire il figlio nel cimitero Micmac. Ore e giorni passano, mentre Trisha vaga nel bosco. Alla fine inizia a credere che viene accompagnata per un confronto con il Dio degli Sperduti, un mostro demoniaco con faccia di vespa, che la sta cacciando. Il viaggio diventa un test sulle capacità di una bambina di mantenere la salute mentale mentre vede avvicinarsi la morte. Raggiunge una strada, ma appena trova segni di civiltà, si trova ad affrontare un orso, che in quel momento viene riconosciuto come Dio degli Sperduti. Tenta di sconfiggerlo lanciandogli il walkman, e viene salvata da un cacciatore. "La bambina che amava Tom Gordon" esplora la teologia in tre forme: il Dio degli Sperduti, l'Onnipotente ed il Dio Tom Gordon. Il Dio degli Sperduti segue Trisha sotto forma di un grosso e violento orso con vespe al posto degli occhi. Appare anche con le altre due forme come uomo vestito con un mantello nero ed una faccia formata da vespe. L'Onnipotente viene menzionato all'inizio ed appare a Trisha con le sembianze del padre. Viene descritto come una forza che influenza gli eventi con il favore delle persone; ad esempio una bomba nucleare non è più stata usata dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il Dio Tom Gordon è un riferimento alla sua abitudine di indicare il cielo prima di una battuta. Così come l'immagine di Gordon che appare a Trisha, Dio non appare prima del nono inning. Le esperienze di Trisha possono anche essere fatte risalire alla "ricerca della visione", una pratica dei nativi americani che rappresentava il passaggio all'età adulta.

Il vecchio e il mare

di

Ernest Hemingway

Casa editrice: Mondadori - Oscar classici moderni

Trad. Fernanda Pivano

Prezzo € 7.40

Recensioni

Il vecchio e il mare fu (appropriatamente) pubblicato per la prima volta da Life nel 1952. Vinse il premio Pulitzer nel 1953 e aiutò Hemingway a vincere il Premio Nobel nel 1954 (i giudici parlarono della sua « maestria nel formare lo stile dell'arte della narrazione moderna»). È un libro scritto nella prosa pseudo-biblica che Pearl Buck usò in La buona terra, uno stile che sembra possedere un fascino maligno per persone di media cultura - anche Miss Buck ci ha ricavato un Premio Nobel. Ci sono soltanto due personaggi che non vengono individualizzati in quanto vorrebbero assurgere a significato universale. In effetti non vengono neppure chiamati per nome, sono semplicemente « il vecchio» e « il ragazzo » - penso sia stato un errore aver identificato il pesce in un marlin, se è vero che di solito lo si designa come « il grande pesce». Il dialogo è nello stesso tempo caratteristico (democrazia) e solenne (letteratura). «Dormi bene, vecchio» dice il ragazzo; oppure, alternativamente, «Svegliati, vecchio». È anche molto poetico, come quando parla il Ragazzo: («Ricordo la coda che sbatteva e rintronava [...] e il frastuono che facevi mentre lo prendevi a mazzate come quando si abbatte un albero e l'odore dolce del sangue che avevo addosso». (Anche il Vecchio resta colpito da questa cadenza. « Te lo ricordi davvero, o è perché te l'ho raccontato? » domanda.) Nei famosi dialoghi sul baseball abbiamo una fusione di Letteratura e Democrazia:

«Il grande DiMaggio ha ritrovato se stesso.»
«Ci sono altri uomini nella squadra.»
«Si capisce. Ma tutto dipende da lui. Nell'altra Lega, tra Brooklyn e Philadelphia sceglierei Brooklyn. Ma poi ripenso a Dick Sisler... Non è possibile che gli Yankees perdano.»
«Ma ho paura degli Indians di Cleveland.»
«Abbi fede negli Yankees, figlio mio. Pensa al grande DiMaggio.»

E questo da parte dell'uomo che in pratica inventò il dialogo realista. È deprimente mettere a confronto questa Storia con L'invitto, una storia di toreri che Hemingway scrisse negli Anni Venti quando, come direbbe lui, si stava vittoriosamente battendo con loro. Hanno entrambe lo stesso tema: un uomo del passato, oggetto di scherno e commiserazione, di fronte alla sua ultima chance: perde (il pesce viene mangiato dagli squali, il torero è trafitto dalla cornata del toro) ma la sua sconfitta è una vittoria morale, perché ha dimostrato che la sua volontà e il suo coraggio sono ancora intatti. Il contrasto inizia nei passi d'apertura:

Manuel Garcia salì le scale fino all'ufficio di Don Miguel Retana. Posò in terra la valigia e bussò alla porta. Nessuno rispose. Manuel, in piedi
sul pianerottolo, sentì tuttavia che nella stanza c'era qualcuno. Lo sentì attraverso la porta.

Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio era decisamente e definitivamente salao che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un'altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all'albero. La vela era rattoppata con sacchi da farina e quand'era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne.

Il contrasto continua disciplinato - affaristico understatement opposto al ronzio del pastiche della parabola, verboso e sentimentale (« la bandiera di una sconfitta perenne », quasi per darci di gomito e spingerci a simpatizzare). E tutti quegli « e ».
L'invitto è lungo poco più di un terzo di Il Vecchio e il mare; non soltanto vi accadono molte più cose ma si sente anche che accade più di quanto venga espresso, per così dire, mentre Il veccho e il mare dà l'impressione opposta. L'invitto ha quattro personaggi, ognuno con un nome e ciascuno definito attraverso le sue parole e le sue azioni; nel Vecchio non c'è nessuno, soltanto due tipi Eterni, Universali. Veramente per tre quarti ce n'è uno solo, poiché Il Ragazzo non segue il Vecchio nella pesca. Forse un Kafka sarebbe riuscito a tirarci fuori qualcosa, ma nello stile realistico di Hemingway il risultato è monotono. « Poi cominciò ad avere pena del grande pesce »: roba del genere, insomma. Qualche volta l'autore, piuttosto disperato, lo fa parlare ai pesci e agli uccelli. Parla anche alla sua mano: « Come va, mano? ». In L'invitto l'emozione sorge naturalmente dal dialogo e dall'azione, mentre nel Vecchio, dal momento che non c'è molto dell'uno e dell'altra, l'autore deve cavarla fuori a fatica. Qualche volta riporta le improbabili meditazioni del pescatore: È un pesce grosso e devo vincerlo, pensò. [...] Grazie a Dio non sono intelligenti come noi che li uccidiamo; anche se sono più nobili e più capaci». Qualche volta l'autore ci dà un'informazione riservata: «Era troppo semplice per domandarsi quando aveva raggiunto l'umiltà. Ma sapeva di averla raggiunta ». (Un umile che sa di avere raggiunto l'umiltà mi sembra una contraddizione in termini). Questo costante lavoro di commento redazionale - peccato elementare contro il quale ero solito mettere in guardia la mia classe di Creative Writing alla Northwestern University - contrasta in modo singolare col metodo asciutto, no-comment, che rese famoso il giovane Hemingway. «Sono uno strano vecchio », dice l'eroe al Ragazzo. Devi darcene la prova, vecchio, non parlarne soltanto.

di Dwight Macdonald
(tratto da "Against the American Grain" trad. it. "Controamerica", Rizzoli, Milano, 1969, a cura di Claudio Gorlier)

Un anno terribile

di

John Fante

Casa editrice: Fazi

Prezzo: € 7.75

Recensioni

Lo stordimento, la freschezza, il dolore, la pietà, la forza, lo stupore, la follia, la comicità, l'incanto, l'esagerazione, la tristezza, il desiderio, la vergogna, la sfrontatezza, l'amore, la paura, l'ossessione e la devozione della sua scrittura: ormoni , una straordinaria carica ormonale. Ecco il segreto della sua eterna giovinezza di romanziere; della giovinezza Fante è riuscito ad individuare il fungo magico, metabolizzandolo nella scrittura, ha saputo pilotare gli ormaoni nelle parole.
Ha disegnato un'America trasfigurata dalla causa della giovinezza, non dai suoi effetti: che cosa grandiosa".

Dalla prefazione di Sandro Veronesi.
***

l'inizio...

Era duro, l'inverno del l933. Quella sera, arrancando verso casa attraverso fiamme di gelo, con le dita dei piedi che mi bruciavano, le orecchie che andavano a fuoco, e la neve che mi turbinava intorno come un nugolo di suore furibonde, mi fermai di colpo. Era giunto il momento di tirare le somme. Con la pioggia o col sereno c'erano delle forze al mondo che cercavano di distruggermi. Dominic Molise, mi dissi, aspetta un attimo. Sta andando tutto secondo i tuoi piani? Esamina attentamente la tua condizione, considera obiettivamente il tuo stato. Che succede, Dom?
Vivevo a Roper, Colorado, e invecchiavo di momento in momento. Avrei compiuto diciotto anni di lì a sei mesi, e avrei preso la maturità. Ero alto un metro e sessantadue, e negli ultimi tre anni non ero cresciuto di un solo centimetro. Avevo le gambe arcuate, i piedi a papera, e le orecchie a sventola come quelle di Pinocchio. I miei denti erano storti e la faccia lentigginosa come un uovo di uccello. Ero figlio di un muratore disoccupato da cinque mesi. Non avendo un cappotto, mi mettevo tre golf, e mia madre aveva già cominciato una serie di novene per il vestito di cui avrei avuto bisogno a giugno per l'esame. Signore, dissi, perché in quei giorni ero un credente che parlava con franchezza con il suo Dio: Signore, che sta succedendo? E’ questo quello che vuoi? E’ per questo che mi hai messo sulla terra? Non ho chiesto io di nascere. Non c'entravo per niente, salvo che ora sono qui e ti sto facendo domande oneste, ti chiedo i motivi, per cui dimmi, mandami un segno: è questo il premio per cercare di essere un buon cristiano, per dodici anni di catechismo e quattro di latino? Ho mai messo in dubbio la Transustanziazione, la Trinità, o la Resurrezione? Quante messe ho perso la domenica e le feste comandate? Le puoi contare sulle dita, Signore. Stai giocando con me? Ti sono sfuggite le cose di mano? Hai perso il controllo? Lucifero ha riguadagnato potere? Sii onesto con me, perché sono sempre preoccupato. Dammi un segno. Vale la pena di vivere? Le cose si aggiusteranno o no? Vivevamo a Arapahoe Street, ai piedi della prima collina che poi cresceva a formare il lato est delle Montagne Rocciose. Si elevavano come grattacieli frastagliati, e fissavano la nostra città, una foschia azzurra e verde durante l’estate, bianca come lo zucchero in inverno, con guglie avvolte dalle nuvole. Ogni inverno c'era qualcuno che si perdeva lassù, rimanendo intrappolato in un burrone o seppellito da una slavina. In primavera la neve disciolta trasformava Roper Creek in un fiume selvaggio che portava via steccati e ponti, e che allagava le strade, ammassando fango su Pearl Street e inondando la cantina del tribunale. Un paese freddo, dal brutto carattere, il cui terreno era una lastra di ghiaccio per tutto aprile, con la neve la domenica di Pasqua, e a volte un'improvvisa tormenta a maggio: un paese pessimo per un giocatore di baseball, specialmente per un lanciatore che non toccava palla da ottobre. Ma Il Braccio mi dava la forza di andare avanti, il mio dolce braccio sinistro, quello più vicino al cuore. La neve non poteva fargli male e il vento non poteva ferirlo perché lo tenevo ricoperto di Balsamo Sloan, una bottiglietta che avevo sempre in tasca. Ero intriso di quel fetore, a volte venivo mandato fuori dalla classe per andarmi a lavar via quell'acuto odore di pino, ma io uscivo a testa alta, senza vergogna, ben conscio del mio destino, corazzato contro i sogghigni dei ragazzi e i nasi tappati delle ragazze. Avevo un'andatura grandiosa in quei giorni, il portamento di un pistolero, la scioltezza del mancino classico, con la spalla sinistra leggermente calata, Il Braccio mollemente dondolante, come un serpente - il mio braccio, il mio benedetto, Santo braccio che mi era stato dato da Dio, e se anche il Signore mi aveva creato figlio di un povero muratore, mi aveva però fatto un gran regalo quando aveva fissato sui cardini della clavicola quella centrifuga. Che nevicasse, allora! E che l'inverno fosse lungo e freddo, e la primavera restasse un sogno, perché quella dopotutto non era la fine di Dominic Molise, ma solo il suo inizio, e il sole estivo l'avrebbe trovato mentre faceva un lavoro divino con il suo sapiente braccio sinistro. Arapahoe Street spazzata dalla neve era un posto preciso, un punto di riferimento dove una volta aveva camminato in notti di disperazione, il suo luogo di nascita, questo sarebbe dovuto essere iscritto nella Hall of Fame. Una targa, se non vi dispiace, una targa di bronzo murata su un monumento all'angolo fra la Nona e Arapahoe Street: Quartiere d'Infanzia di Dominic Molise, il Mancino più Grande del Mondo.

***

frammenti...

Era giorno di paga alla fabbrica di ceramica, e l'Onyx era affollatissimo di clienti, stavano in due file davanti al bar e in quattro o cinque a ogni tavolo. Il pavimento era viscido e bagnato dalla neve pesticciata e dalla birra rovesciata, la musica country del juke box era assordante e tutti urlavano per sopraffarla. Riley, il barista, mi vide entrare e grido: - Non c'è, Don -, che non era il mio nome. Passai a fatica fra il bancone e i tavoli per andare alla sala da biliardo sul retro. Ma era silenziosissima, i biliardi erano deserti, c'era solo un gruppo di uomini ai due tavoli da poker in fondo. Mio padre non c'era. Mi avvicinai alla rastrelliera. Alle volte il mio vecchio andava fuori città a giocare e si portava dietro la stecca. Invece era lì, chiusa, con il suo nome impresso a fuoco sul manico. Lasciai la sala e ripassai attraverso la calca al bar, quando la mano di una donna mi arpionò la manica della giacca da uno dei tavoli. Era una mano grassottella e annerita dalla nicotina con due anelli d'oro alle dita. Era Rita Calabrese. Era sola al tavolo e sorseggiava del vino dolce. Quando parlava se ne sentiva l'odore.
- Sei il figlio di Mary Molise -.
Lei e mia madre si erano conosciute da ragazze quando erano a Denver. Suo marito Ralph Rockne era il proprietario della concessionaria Studebaker, e aveva un figlio che una volta aveva lottato contro Lewis lo Strangolatore a Greeley. Mia madre diceva che era una donna cattiva.
Le domandai se aveva visto mio padre.
- Siediti -, disse. Io adoro tua madre. E’ un angelo -.
Nel momento stesso in cui mi sedetti, Riley gridò, - Forza, Don, fuori -, e indicò con il pollice la porta. Io mi alzai per andarmene e Rita mi prese un'altra volta la manica.
- Conosci Edna Pruitt? -, domandò.
- Certo. Perché? -.
- Secondo te? -.
- Mio padre sta con lei? -.
- Io non ho detto niente -, fece un sorrisetto. - Ho solo detto che secondo me tua madre è un angelo -.
Bisognava non essere del posto per non sapere chi fosse Edna Pruitt. Era stata condannata per aver praticato aborti, anni prima, e c' era stato un processo, famosissimo, a seguito del quale era stata dichiarata innocente. Ma quella sinistra reputazione le era rimasta addosso, e ogni nuova generazione di ragazzetti di Roper dichiarava di aver trovato embrioni morti nel bidone della spazzatura dietro casa sua. Mi ero fermato molte volte, furtivo e impaurito, ad alzare il coperchio del bidone per sbirciarci dentro, disgustato, e aspettandomi di trovarci qualcosa di repellente. Ma ero sempre rimasto deluso.

Underworld

di

Don Delillo

Casa editrice : Einaudi

Prezzo : € 13,50

Recensioni

Il 3 ottobre 1951 al Polo Grounds di New York si gioca una leggendaria partita di baseball tra i Giants e i Dodgers. Della palla, con cui viene battuto l'altrettanto leggendario fuoricampo che assicura la vittoria del pennant della National League ai Giants, si impadronisce un ragazzino nero di Harlem Cotter, Martin. La ritroveremo cinquant'anni dopo in possesso di Nick Shay Costanza, un dirigente dell'industria dello smaltimento dei rifiuti che nel 1951 era a sua volta ragazzino un passo più in là, nel Bronx. Nel romanzo di De Lillo i passaggi di mano della mitica palla servono da pretesto per la costruzione di un gigantesco quadro dell'America dalla guerra fredda fino alla crisi di Cuba e al crollo dell'Unione Sovietica.

di Thomson, G. L'Indice del 1999, n. 04

Underworld, il nuovo romanzo di Don DeLillo che esce in Italia nella splendida traduzione di Delfina Vezzoli, inizia con una magistrale descrizione di una partita di baseball, un vero tour de force della messa in scena iperrealista che è sicuramente tra le "sequenze" più belle della letteratura americana di questo secolo. La partita in questione è quella, storica, giocata al Polo Grounds di New York nel 1951 tra le due squadre della città, i Giants e i Brooklyn Dodgers, vinta miracolosamente dai Giants grazie a un fuoricampo di Bobby Thomson, il cosiddetto "colpo che ha fatto il giro del mondo". Quasi simultaneamente il direttore dell’Fbi J. Edgar Hoover, presente allo stadio, riceve la notizia che i russi hanno fatto esplodere una bomba atomica. L’inizio della guerra fredda coincide con la fine della partita, due eventi collegati da un caso che diventa destino e che innesca, in un certo senso, il meccanismo della trama.
Ma, come DeLillo non si stanca di ripetere, le trame ci portano sempre verso la morte. E tra il pubblico inneggiante, immerso nell’intensità dell’evento, viene seminata la sua infausta presenza: una rappresentazione del quadro di Bruegel il Vecchio, Il Trionfo della Morte, strappato dalle pagine patinate della rivista "Life", vola letteralmente sulle gradinate dello stadio in una tempesta di carta, per poi finire proprio tra le mani di Hoover. Come tutti gli altri eventi della storia umana, scrive DeLillo, anche questa gioiosa partita "sta scivolando indelebilmente nel passato", sta perdendo la sua irripetibile molteplicità di prospettive, voci e sensazioni, frantumandosi tra le migliaia di spettatori che porteranno con loro i fantasmi del suo ricordo negli anni cupi dell’era
post-atomica. Tuttavia una "mezza speranza" ci rimane, quella che qualcosa riesca a evitare questa caduta nell’oblio, un piccolo pezzo del reale, per dirla con Lacan, che scivoli fuori dalla presa del passato per fuggire verso il futuro – la pallina del miracoloso fuoricampo.
Questo oggetto magico, che viene afferrato da Cotter Martin, un ragazzino afroamericano riuscito a entrare allo stadio senza biglietto, è il bulbo fecondo del romanzo. Saranno infatti proprio la pallina e le sue imprevedibili traiettorie e passaggi da un personaggio all’altro a fare da filo conduttore tra le costellazioni di volti, tempi, vicende e oggetti dispersi nel testo, delineando una struttura aperta e multiforme, una specie di assemblaggio alla Rauschenberg composto da detriti di storie ufficiali e private in cui i diversi elementi sono in collegamento tra loro ma al tempo stesso liberi di conversare attraverso il tempo e lo spazio creando zone mute di indeterminazione. Non è un caso che la maggior parte dei personaggi di Underworld siano, in un modo o nell’altro, coinvolti nel trattamento dei rifiuti. Nick Shay, la voce narrante principale del romanzo, che incontriamo per la prima volta nella seconda sezione del libro, ambientata nel 1992, nonché l’attuale possessore della pallina, è un waste manager: "Noi manipolavamo rifiuti, trattavamo rifiuti, eravamo i cosmologi dei rifiuti (...) I rifiuti sono una cosa religiosa. Noi seppelliamo rifiuti contaminati con un senso di reverenza e timore. È necessario rispettare quello che buttiamo via". Nel frattempo l’artista concettuale Klara Sax, con cui Nick ha avuto una breve relazione una quarantina di anni prima quando entrambi abitavano nel Bronx, lavora a una enorme installazione nel deserto americano utilizzando fusoliere di vecchi aeroplani da guerra B52. Nick è in viaggio di affari proprio in quella zona e decide di andare a cercarla. La trova intenta a spiegare ai giornalisti che i B52 rappresentano un’epoca in cui "il potere aveva un significato (...) Era una cosa stabile, focalizzata, tangibile (...) Si aveva una misura delle cose. Si poteva misurare la speranza e si poteva misurare la distruzione". Ma sia Nick sia Klara sanno che, dal potere ammaliante di queste reliquie, vi è un elemento che sfugge, che non può essere misurabile.
L’uomo che ha venduto la pallina a Nick è Marvin Lundy, un eccentrico collezionista di cimeli del baseball appassionato di teorie di cospirazione. Quando lo incontriamo, l’ossatura narrativa è arretrata di dieci anni. Lundy racconta a Brian Glassic, amico e collega di Nick, di come è riuscito a risalire al secondo possessore di questo oscuro oggetto del desiderio. Tuttavia gli manca il primo, quello più vicino all’evento. L’anello mancante è Manx Martin, il padre di Cotter, che dopo aver crudelmente rubato la pallina al figlio la vende per pochi dollari – in fondo Cotter era entrato allo stadio senza biglietto e Manx si ritrova senza alcuna prova ufficiale dell’autenticità della pallina. Non a caso l’elemento cruciale da cui scaturisce tutto appartiene alla storia segreta, non scritta, sotterranea. Lundy ha trascorso metà della sua esistenza a studiare minuziosamente le foto e i filmati della partita, nel tentativo di identificare le figure chiave coinvolte nella lotta per accaparrarsi la pallina: "Ogni immagine un formicolio di puntini cristallizzati. La grana, il composto alogeno, i piccoli grumi argentei nell’emulsione. Una volta entrati nel puntino, si accede all’informazione nascosta, si scivola all’interno dell’evento minimo".
In un certo senso questa è anche la grande ambizione lucreziana di Underworld. Una sorta di De Rerum Spazzatura che ci travolge in un turbine di microeventi, di testimonianze reali e immaginarie, momenti pubblici e privati che scavano i loro tunnel clandestini dentro la trama lineare della storia ufficiale, "la storia alla rovescia" che in fondo, più che una trama, è il trauma del reale che apre un varco all’interno della storiografia di questo secolo. La molteplicità dei piani del romanzo ci trasporta vorticosamente all’indietro nel tempo fino a ritornare all’anno della partita e del tragico incidente di Nick. In questo movimento a ritroso DeLillo ci guida in un tour carnevalesco della storia americana degli ultimi cinquant’anni, mescolando personaggi reali, da Lenny Bruce a Frank Sinatra, e inventati, i cui destini sono connessi in modi a loro incomprensibili poiché i sistemi che regolano il mondo di DeLillo sono talmente complessi e labirintici che tutte le cose possono essere collegate tra loro, in un modo o nell’altro.
L’incarnazione più estrema del trauma della storia è rappresentata dalle enormi discariche di rifiuti che aleggiano minacciosamente ai confini delle vite dei personaggi, montagne di fetidi detriti, scorie stratificate degli impulsi della società consumistica, con le loro storie mute, le loro vite segrete. Questi cimiteri della contemporaneità sono i sepolcri dei sogni della cultura popolare, dalle cucine ultramoderne agli aspirapolvere dell’era spaziale, che si sono evoluti parallelamente alla corsa agli armamenti. "La discarica gli mostrava senza mezzi termini come finiva il torrente dei rifiuti, dove sfociavano tutti gli appetiti e le brame, i grevi ripensamenti, le cose che si desideravano ardentemente e poi non si volevano più". Vi è, in Underworld, un personaggio che in un certo senso si oppone a questa cultura dell’accelerazione. È Albert Bronzini, l’ex marito di Klara Sax e maestro di scacchi del fratello di Nick, un uomo che si è rifiutato di scartare il proprio passato, quel mondo fatto di piccoli rituali, oggetti carichi di nostalgia, giochi, antichi mestieri che, per quanto ormai obsoleti, continuano a nutrire la sua percezione del mondo. Attraverso di lui DeLillo traccia una cartografia accurata del Bronx e della comunità italoamericana, della cui memoria Bronzini si fa guardiano.
"È impossibile vedere il mondo con chiarezza fino a quando non si capisce com’è organizzata la natura", dice Bronzini. "Abbiamo bisogno di numeri, lettere, mappe, grafici". Questo è il codice che Nick Shay ha seguito nella sua vita matura, fidandosi delle forze della conoscenza collettiva, del "solido e vantaggioso materiale della nostra esperienza (...), un’unica corrente narrativa, non diecimila rivoli di disinformazione". Ma alla fine del romanzo, mentre il figlio Jessie naviga su Internet attraversando immagini di visioni miracolose ed esplosioni atomiche, un universo in cui la conoscenza si è metastatizzata in dicerie e mezze verità a tal punto che il reale sembra completamente scomparso, troviamo Nick intento a osservare la pallina da baseball sugli scaffali della libreria, una aberrazione tra le infinite file di libri, e rimpiange l’energia informe della sua giovinezza: "Ho nostalgia dei giorni di disordine. Li rivoglio, i giorni in cui ero giovane sulla terra (...) quando camminavo per le strade vere e facevo gesti violenti ed ero pieno di rabbia e sempre pronto, un pericolo per gli altri e un mistero distante per me stesso". Underworld è una sorta di riconciliazione adorniana tra questo mondo informe e l’inesauribile forma del romanzo.

Una stagione di fede assoluta

di

Riccardo D'Anna

Casa editrice : Pequod

Prezzo: € 14.00

Recensioni

"Il confine fra un errore e una battuta valida è spesso sottilissimo - lo si impara compilando lo score". Lo score è un sistema di segni e simboli talmente preciso che permette di vedere una partita di baseball pur non avendola vista. Riccardo D'Anna scrive questo romanzo come compilando lo score della sua vita. Va alla ricerca delle "battute valide", i momenti felici, gli ideali e le certezze sopravvissute agli anni. E attraverso una scrittura finissima, una prosa pura e necessaria come poesia, traccia il confine che separa quelle "battute valide" dagli errori; gli strike mancati, le mancate prese al volo, cadere prima di raggiungere casa-base. I rimpianti. Il dolore. Gli addii. L'inning dell'infanzia, i buffi tentativi di diventare un Supereroe dei fumetti, la magia che ogni cosa sembrava possedere, sono seguiti dall'irrequieto dell'adolescenza, pieno di colpi di scena, di sfrenate passioni, dominato dalla sicurezza che ci siano delle risposte e un destino soltanto da scoprire. Questo spietato mettere nero su bianco non risparmia nemmeno quella stagione di fede assoluta, l'ultimo e fatidico inning che vede il sogno trasformarsi in realtà: il bambino che costruiva col cartone rudimentali guantoni, il ragazzino che si allenava contro il muro con palline da tennis sgonfie, diventa il lanciatore della squadra che vince il campionato. Bianco su nero compare anche la consapevolezza che non ci sarà un'altra stagione come quella, che quelle straordinarie trasferte in treno non torneranno più, che l'entusiasmo degli spogliatoi si spegnerà in nostalgia, che quei volti scompariranno, si invecchieranno, che tutto verrà dimenticato. Il sogno, uscito indenne dal trascorrere del tempo, aveva radici lontane, al di là dell'oceano, in una terra misteriosa e molte volte fantasticata: l'America. Patria di grandi giocatori, Lou Gehrig, il leggendario prima base degli Yankees, Babe Ruth, Joe di Maggio, ma anche di grande cinema, Robert Redford ne Il Migliore, Gary Cooper ne L'idolo delle folle. E, soprattutto, l'America della grande letteratura: Salinger, Fitzgerald, Capote, Fante...
"Scrivere del baseball dopo John Irving, Philip Roth, Don DeLillo, più che arduo è ridicolo". D'Anna non si confronta con i monumentali narratori americani, ma scrive di uno sport che in Italia è davvero per pochi, che non riempie stadi, che si deve accontentare di qualche scarno trafiletto nelle pagine sportive. Usa il baseball per raccontarci un altro gioco, altrettanto assurdo e meraviglioso, fatto anch'esso "di gesti essenziali quanto complessi nelle regole": la vita.

Fragili stagioni

di

Michael Bishop

Casa editrice : Fanucci

Recensioni

Romanzo davvero strano, questo di Bishop, in cui, in pratica, racconta, molto dettagliatamente, della carriera di un giocatore di baseball durante la seconda guerra mondiale, che avrebbe potuto arrivare alle serie maggiori, ma che un terribile incidente rende infermo.Detta così potrebbe sembrare che non sia affatto un romanzo di fantascienza, ma, nonostante, in effetti, il libro racconti proprio di ciò, Bishop vi racconta anche un'altra storia, quella, nientedimeno, di...Frankenstein...: "...uno scienziato il cui nome era diventato sinonimo per...bè, per l'amore di Hollywood per film d'orrore piuttosto a buon mercato." (pag.211), iniziando da dove finiva il romanzo della Mary Shelley.Il compagno di stanza del protagonista (che narra in prima persona), è un tipo grosso, molto forte, un pò strano...e, sì, si rivela essere proprio il mostro di Frankenstein, giunto fin là avendo attraversato infinite traversie, che ci vengono, brevemente, narrate attraverso i suoi diari, che il protagonista, divenuto suo amico, ha, unico, il permesso di leggere.Ma il romanzo potrebbe benissimo reggersi anche senza di questo, e l'elemento fantastico si inserisce solamente dopo ben 172 pagine: "Oh Dio, ma cosa stava accadendo a Jumbo?I suoi occhi divennero argentei, poi color rame, poi dorati.E poi color ambra, come quelli di un gatto spaventato.Il suo corpo sussultò, sussultò di nuovo, poi cominciò a contorcersi senza che i piedi si spostassero di un solo centimetro.Era come se fosse in preda alle convulsioni dalle ginocchia in su. Le sue braccia si irrigidirono e ricaddero, per irrigidirsi ancora una volta, come quelle di un condannato alla sedia elettrica...".Alcuni passi, mi hanno fatto pensare che questa sia un'opera un pò polemica, nei confronti dei soliti detrattori della Sf, una specie di dimostrazione del fatto di saper scrivere anche un buon romanzo mainstream, ma, al contempo, valorizzandolo, e valorizzando l'intero genere, trattando di uno dei suoi capolavori indiscussi.Dopo quel brano, brevi accenni ci fanno presagire la vera identità di Jumbo/Frankenstein; "Gli occhi gialli di Jumbo parvero penetrargli nel cranio, lasciando le orbite spaventosamente vuote....Se soltanto avessero avuto l'aria di essere i suoi, la loro ricomparsa mi avrebbe confortato.Ma non sembravano esserlo..." (pag.175-6); e,quando i due amici vanno a vedere, guardacaso, "Frankenstein", "La moglie di Frankenstein" e "Il figlio di Frankenstein", Danny, il protagonista/narratore, si accorge di qualcosa: "...avreste dovuto essere ciechi per non notare una somiglianza: la testa quadrata, i corpi massicci." (pag.182); fino a che questi non scopre, fra gli oggetti di quello strano amico, delle lettere altrettanto strane: "...era datata "11 dicembre 1798." (pag.204).Ma, quelle lettere, non sono niente al confronto del diario, in cui, assolutamente indubitabilmente, il suo amico descrive delle sue gesta incredibili...di più di un secolo addietro!!E capisce che: "...era davvero un mostro, il figlio adottivo, creato in laboratorio, di uno scienziato..." (pag.211).E lui glielo conferma: "...il mio burlesco tentativo quotidiano di impersonare un essere umano...io sono l'orco le cui origini ricevono un trattamento così ingiusto e perfino insultate nel primo film di Karloff." (pag.213), citando espressamente il romanzo della Shelley, che dice essere quell'epistolario, di Robert Wilson, romanzato: "...Mrs. Shelley, per quanto avesse apportato alla storia alcuni cambiamenti, che contribuirono a rendere più chiaro il suo svolgimento, non l'aveva ideata e neppure scritta." (pag.225); "...ristampato (la 2° edizione) tredici anni dopo con un'introduzione in cui reclamava la paternità dell'opera." (pag.270).Questo Jumbo è un'ottimo giocatore, ma anche un intellettuale che divora decine di libri in pochi giorni.Senza starvi a dire altro sulla trama, c'è senz'altro da notare che, basato com'è sul baseball, non tralascia, purtroppo, la descrizione di molte partite, cosa che, per la maggior parte di noi, credo, risulta completamente incomprensibile.La narrazione, poi, è molto lenta, attenta ai particolari, proprio come se Bishop avesse voluto ricalcare gli stilemi del romanzo mainstream, qui, di più, del romanzo sportivo, con tutto il solito contorno di storie d'amore, di agonismo, di odi e faide più o meno meschine.Vi si fà anche molta attenzione ai risvolti psicoanalitici; infatti, il protagonista/narratore ha una menomazione fisica che gli deriva da un episodio particolarmente traumatico dell'infanzia, causatogli dal padre, il tipico ubriacone violento.Forse avrebbe potuto, se un pò più breve, essere più digeribile, ma anche così non risulta una lettura eccessivamente pesante.Da ricordare, per finire, che con quest'opera Bishop ha conseguito il Premio Locus '95 per il miglior romanzo fantastico.

Altri contributi critici: "In libreria", di Franco Forte, "Urania" n.1282, ed.Mondadori, '96, pag.153

da "Intercom" n.148/149, '99

Il gioco di Henry

di

Robert Coover

Casa Editrice: Fanucci - Collezione immaginario

Prezzo: € 14,40

Henry Waugh è un impiegato contabile di 56 anni, single, moderatamente insoddisfatto del suo lavoro, con un problematico rapporto con il suo capo, i colleghi e, più in generale, con il mondo che circonda la sua vita, fatta del solito bar, delle solite compagnie e delle solite giornate tutte uguali.
C'è però una luce che illumina il grigio della sua esistenza: la sua UBA, Universal Baseball Association. Henry ha infatti scoperto molti anni addietro di avere una sola, allagante passione: il baseball, ma non quello reale, giocato negli stadi, bensì il baseball come concetto astratto, come schema generale perfettamente organizzato e precisamente descritto da simboli statistici. Procedendo a tentativi, continuamente perfezionando il metodo, Henry ha ordinato in tabelle tutti gli eventi che possono verificarsi su di un campo da baseball nel corso di una partita, assegnando ad ognuno un valore numerico proporzionale alla concreta possibilità di accadimento. Ogni lancio del pitcher corrisponde a un lancio di tre dadi e da qui, a seconda del totale, la giocata può concludersi o portare a nuove tabelle e a nuovi lanci di dadi relativi a eventi sempre più rari. Ma c'è molto di più. Nel corso di dieci, trenta, cinquanta e oltre campionati, Henry ha via via arricchito il suo gioco, creando squadre con i loro dirigenti, giocatori con le loro vite private, generazioni che si susseguono, giornalisti, articoli, stazioni televisive che si contendono i diritti. Nuovo demiurgo, ha inventato e fatto vivere un intero mondo, costruendo un passato e un presente, una precisa personalità per ciascuno dei personaggi che lo popolano, le cui vite dipendono da lui e da quell'unico elemento fatale che è l'incognita di un tiro di dadi. Il coinvolgimento nelle vicende del gioco assorbe sempre più l'attenzione e la vita di Henry, e va di pari passo con le sue difficoltà sul lavoro e nel rapporto con gli altri, in una concatenazione causa-effetto sempre più vorticosa che lo porta, come Alice nello specchio, a distaccarsi sempre più dalla vita reale, anzi a confonderla completamente con quella virtuale della sua UBA. Un evento impronosticabile, dettato da una serie improbabile di combinazioni di dadi, porterà Henry all'estremo passo: addomesticare un tiro di dadi può essere considerato un semplice "barare" in un gioco che condotto solo con se stessi, o è piuttosto la completa, perfetta sostituzione con Dio, dominatore ultimo di tutte le cose e di tutti i destini? È, ancora, estrapolare dal deludente sé un intero universo vivo e palpitante? Coover trascina il lettore nello stesso abisso in cui sprofonda Henry (o è piuttosto lo stesso volo siderale?), portando anch'esso a non poter più distinguere la realtà dalla fantasia, in un finale assolutamente destabilizzante. Ma destabilizzante lo è tutto il romanzo, in cui l'autore utilizza con grande maestria molteplici registri della letteratura, dal grottesco al colloquiale, dal comico al drammatico, espressi attraverso una ricchezza di linguaggio imprevedibile, che avvince il lettore nella stessa misura in cui lo fa il racconto, lungo viaggio a spirale nelle profondità della mente che potrebbe essere quella di ciascuno di noi, con la sua comunissima vita, fino al punto di rottura definitiva con la realtà, in un'immersione completa nel virtuale che anticipa di trent'anni la diffusione di internet e videogiochi. Anche per questo Coover, nato nell'Iowa nel 1932, è oggi considerato uno dei principali autori della letteratura americana contemporanea.

Innocente

di

John Grisham

Casa Editrice: Mondadori

Prezzo: € 18,60

In sintesi

Ron Williamson lascia il natio Oklahoma nel 1971, poco più di un ragazzo, inseguendo il sogno di diventare un campione di baseball. Dopo sei anni nel campionato minore un incidente mette fine alle sue speranze di gloria. Torna a casa, cerca un lavoro stabile, ma un crescente disagio psichico ne farà presto un malato di mente. Qualche anno dopo, la tranquilla cittadina di Ron è scossa da un terribile evento: la giovane Debbie Carter viene stuprata e uccisa in circostanze poco chiare che vedono Williamson tra i principali sospetti. Comincia per Ron un'odissea che lo vedrà dapprima incriminato del delitto e poi condannato a morte. Dodici anni nel braccio della morte in cui continua a dichiararsi innocente. Ma quando mancano ormai cinque giorni all'esecuzione, l'estrema speranza di salvezza è rappresentata da un esame del DNA che non arriva mai. Il caso di Ron Williamson ha ossessionato John Grisham per anni, da quando il maestro del legal thriller ha letto incidentalmente la sua vicenda su un giornale locale, decidendo di raccontare per la prima volta un fatto realmente accaduto. Il risultato è una storia pervasa da una forte tensione morale che arriva a mettere in discussione il sistema legale americano.

Descrizione

A volte la realtà supera la fantasia e una storia vera può sembrare persino inventata, come accade per quest’ultimo libro di John Grisham. Il mago del legal thriller non si smentisce e ci regala un romanzo pieno di tensione, colpi di scena, suspense finale, un romanzo che ha tutti gli ingredienti del giallo perfetto ma che in realtà è una storia vera. Tutto ha inizio quando Grisham legge per caso su un giornale locale l’incredibile vicenda di Ron Williamson, un fatto umano e giudiziario che l’ossessiona per anni e che infine decide di raccontare in un libro. Promettente giocatore di baseball, nel 1971 Ron lascia la piccola città in cui è nato, Ada nell’Oklahoma, per trasferirsi a Oakland, in California, come prima scelta della squadra professionistica locale. Sei anni dopo, i suoi sogni si infrangono per colpa di un infortunio al braccio. Rifugiatosi nell’alcol e nelle droghe, tornerà a casa da sconfitto, incapace di mantenere un lavoro o un qualsiasi rapporto stabile e mostrando progressivi segni di squilibrio mentale. Quando la polizia si convince che è lui l’assassino di Debbie Carter, brutalmente uccisa nel 1982, Williamson non ha modo di difendersi. Non ha denaro per pagarsi un avvocato decente, i suoi concittadini lo guardano con sospetto e la malattia mentale lo rende inabile ad affrontare un processo. Nonostante gridi la propria innocenza, Williamson verrà travolto da una spirale giudiziaria che lo porterà nel braccio della morte e a un passo dall’esecuzione. Con la precisione del legale e l’empatia del grande scrittore, Grisham ricostruisce passo dopo passo l’odissea dell’imputato: racconta le indagini degli inquirenti, non proprio limpide e impeccabili, le azioni degli avvocati dell’accusa, le iniziative della difesa, il susseguirsi dei testimoni che deposero pro e contro Williamson. Con dovizia di particolari ci conduce dentro le aule dei tribunali, nel cuore del dibattimento giudiziario, regalandoci non solo una lettura appassionante come un romanzo e pervasa di forte tensione morale, ma anche un’occasione di riflessione sulla situazione della giurisprudenza americana, che da buon avvocato penalista ben conosce e di cui non esita ad evidenziare le carenze e i lati oscuri.

La mitzvah segreta di Lucio Burke

di

Steven Hayward

Casa Editrice: Instar Libri (I Dirigibili n. 16)

Prezzo: Euro 16,00

Da qui in poi l’avventura di Lucio e Ruthie avrebbe potuto seguire i binari consueti su cui si muovono queste vicende. Un primo bacio, un secondo bacio, poi la solita storia. E ci è mancato poco che andasse proprio così. Se la settimana successiva Dubie Diamone non si fosse tranciato l’indice della mano destra, forse tutto sarebbe finito con un bel “vissero per sempre felici e contenti.

La mitzvah segreta di Lucio Burke: nelle tre parole del titolo è già racchiuso il nocciolo di questo romanzo dello scrittore canadese Steven Hayward. Perché “mitzvah” è una parola ebraica che significa “buona azione”, Lucio è chiaramente un nome italiano e Burke è un cognome irlandese: sono ebrei, italiani e irlandesi i protagonisti della storia ambientata a Toronto negli anni Trenta. Immigrati dal Vecchio Mondo in cerca di fortuna o per sfuggire a persecuzioni religiose o alla fame, ebrei, italiani e irlandesi formano delle comunità legate dal disprezzo di chi li circonda ed è nativo del posto - vengono chiamati kikes, wops, mangiapatate -, forniscono mano d’opera sottopagata, mantengono stili di vita, abitudini e tradizioni dei paesi che hanno lasciato. E così nel soggiorno della casa di Lucio troneggia una statua di S. Bonorio, venerato dalla nonna che crede ciecamente nei suoi miracoli, gli italiani mangiano pasta condita con aglio e olio, mentre Asher Diamond paga Lucio perché sia il suo “shabbes goy”, il ragazzo “gentile” che adempie tutti i piccoli compiti che gli ebrei hanno la proibizione di fare il sabato, come accendere la luce o preparare un caffè. C’è una cosa che questi immigrati hanno accettato del nuovo paese: il gioco del baseball. Ed è il baseball che serve da filo conduttore e da collante per le piccole vicende del romanzo, ad iniziare dalla straordinaria quanto casuale battuta di Lucio Burke (figlio di madre italiana e padre irlandese) che colpisce l’uccello che si era impadronito degli occhiali di Bloomberg, il ragazzo che aveva lanciato la sfida. Mentre nascono le più fantastiche dicerie sull’uccello abbattuto da Lucio, questi diventa all’improvviso un eroe, ricercato dalla bella Ruthie, rossa di capelli e di fede politica, amata anche dall’amico, l’ebreo Dubie Diamond. Per un certo verso La mitzvah segreta di Lucio Burke è un romanzo di formazione, la storia di un’amicizia tra tre ragazzi che - in uno di quei racconti che diventano leggenda dopo essere stati ripetuti centinaia di volte - sono nati, a distanza di poche ore, sullo stesso tavolo da cucina, sotto gli occhi curiosi della piccola Ruthie e di sua sorella, e che poi insieme scoprono l’amore e le pene dell’amore. Ma è anche l’affresco storico di un decennio di fermenti: volano gli insulti antisemiti, sventola sullo stadio la bandiera con una svastica gigantesca, l’ultima grande partita termina in uno scontro violento anticipatore di guerra, ronzano le macchine da cucire su cui si piegano le docili ragazze che la battagliera Ruthie invita a scioperare, Mussolini paga il viaggio di ritorno agli italiani che vogliono partecipare alla manifestazione fascista, la parola “comunismo” fa paura, si parla di Sacco e Vanzetti… C’è anche un epilogo del romanzo, un’occhiata sul futuro che aspetta i protagonisti: Ruthie morirà di tubercolosi, di Lucio resta una foto scattata il D-Day, Dubie Diamond è il nonno dello scrittore stesso: abbiamo letto una storia vera, insaporita dalla fantasia.

Di Marilia Picone

Prologo

Questa è una storia vera. Me l'ha raccontata mia nonna, e immagino che per lei fosse una specie di storia d'amore, la storia del primo incontro con mio nonno un pomeriggio d'agosto dopo una partita di base-ball. Era il 1933 e la partita si giocava a Toronto. Pochi secondi dopo l'ultimo lancio un gruppo di ragazzi mescolato tra gli spettatori aveva srotolato un’enorme bandiera con la svastica. Ne erano seguiti dei disordini, e nel bel mezzo dei disordini si erano conosciuti i miei nonni. Tutte le volte che mi raccontava di quel giorno, o meglio di quei giorni, mia nonna sembrava convinta che non ci fosse modo di spiegarmi. Com'era la vita allora, per questo inseriva nella sua narrazione una gran quantità di materiale estraneo: date da tempo dimenticate, storie di cucitrici, nomi e descrizioni fisiche di gente morta. E non c’è dubbio, a volte si sbagliava. Tra le cose su cui si sbagliava c’era il nome di una delle squadre di baseball.

— Non giocavano i Lizzies — le dissi una volta. — I St Peter’s sì, ma i Lizzies no, non c'erano. C'era la squadra dell'Harbord Street Playground.
— Aspetta di avere la mia età, — mi rispose — e capirai.

Nella maggior parte dei casi non ho cambiato una virgola; questa è la sua storia, e io la racconto come la raccontava lei, con tutto quello che si è inventata o immaginata. Prima di leggerla, però, dovete sapere che molte cose sono vere.È vero che per un breve periodo, nell'estate del 1933, si videro per le strade di Toronto giovani che sfoggiavano il simbolo della svastica. È vero che esisteva un circolo, chiamato Swastika Club, che si produsse in azioni pubbliche e ben pubblicizzate di violenza antisemita. È vero, infine, che durante una partita di baseball al campo di Christie Pits scoppiarono dei disordini che si estesero a tutta la città. Però nulla dimostra che a quell'evento abbiano presenziato mia nonna, Lucio Burke o mio nonno, che pure ha giurato e spergiurato fino alla morte che lui c'era, in qualità di allenatore di una squadra di baseball che, per quanto mi è dato sapere, quel giorno a Christie Pits non giocò. Forse, allora, sono proprio io il primo a non credere a questa stona. Ma vi dirò questo: finché non me ne ha parlato mia nonna, io non sapevo niente di quel giorno a Christie Pits. Sembrava impossibile che una vicenda del genere fosse successa a Toronto. Ero convinto che i nazisti, come i miracoli, esistessero solo altrove. Così credo di avere chiuso il cerchio. Se alla fine ho deciso che il racconto di mia nonna non è credibile, devo confessare che lo scetticismo mi accompagnava già dal’inizio, perché non pensavo che una cosa come i disordini di Christie Pits potesse accadere, potesse mai essere accaduta, nella mia placida, immancabilmente educata Toronto.

La formula del professore

di

Yoko Ogawa

Casa Editrice: IL SAGGIATORE

Prezzo: Euro 15,00

«Credevo che i numeri fossero stati inventati dagli uomini.»
«No, non è così. Se li avessimo inventati noi, i matematici non sarebbero necessari. Nessuno ha mai assistito alla nascita dei numeri. Quando qualcuno si è accorto di loro, esistevano già da tempo.»

Con La formula del professore Yoko Ogawa, considerata la più importante scrittrice giapponese contemporanea, aggiunge un altro tassello al suo mosaico di personaggi che si muovono in un mondo di sentimenti labirintico e complesso in cui la mente umana diventa un meraviglioso ma anche frequentemente indecifrabile enigma, comunque da indagare e da descrivere.
Dall'atmosfera rarefatta e onirica, oltre che inquietante, de L'anulare dove la memoria delle cose materiali trovava una collocazione in un misterioso laboratorio in cui giovani assistenti svanivano in una specie di simbiosi con gli oggetti, si passa a quella più familiare e apparentemente più decifrabile di un ambiente domestico in cui si muovono tre personaggi: un anziano professore che un incidente automobilistico ha privato della memoria, la sua governante e il figlio di lei, Ruto, - l'unico che nel romanzo ha un nome.
Il professore, un tempo docente universitario di Teoria dei numeri presso il Centro di ricerche di Matematica dell'Università, ha visto la sua carriera distrutta in seguito all'incidente che gli ha ridotto la sua capacità mnemonica a ottanta minuti giornalieri; è un genio e passa il suo tempo a dimostrare teoremi e ad inviarli a vari concorsi matematici; è incapace di badare a se stesso e, a prendersi cura dei suoi bisogni, vengono assunte delle governanti che durano brevi periodi, non riuscendo a sostenere le stranezze di quel tipo di lavoro.
La nuova governante è una giovane donna, madre single, che per problemi economici si adatta molto più di altre a lavori difficili e disagevoli; il professore le si presenta, la prima volta, sciatto e trascurato nell'abbigliamento e con appuntati, in varie parti della giacca e dei pantaloni, una serie di foglietti su ognuno dei quali è scritto qualcosa: sapendo di avere una memoria breve è questo l'accorgimento da lui trovato per non dimenticare le cose importanti; ma non è la sua sola stranezza; le prime domande che le rivolge riguardano il suo numero di scarpe, la sua data di nascita, il suo numero di telefono, meravigliandola con una serie di osservazioni su quei numeri e sulle loro proprietà: è il suo modo di entrare in relazione con gli altri e di superare la timidezza e l'imbarazzo.
Ma le doti del professore non si limitano alla sua grande abilità con i numeri, ne ha altre: una bizzarra è quella di volgere le parole nel loro contrario con la stessa velocità con cui l'interlocutore le pronuncia; un'altra è quella di individuare, prima di chiunque altro, la prima stella che si annuncia in cielo; la cosa che maggiormente colpisce la governante è scoprire la purezza dei sentimenti che il professore nutre per i bambini che per lui 'erano il nucleo vitale ed essenziale della vita degli adulti. Era convinto di essere lì, in quel momento, grazie all'esistenza dei bambini.' E un particolare affetto nascerà tra il professore e il figlio decenne di lei, Ruto, così soprannominato dallo stesso professore per via della testa dalla forma simile ad una radice quadrata - 'un simbolo molto generoso, che accoglie sotto di sé qualsiasi numero senza lamentarsi'. E' un sentimento di forte protezione, convinto com'è che i 'bambini si tormetassero con problemi molto più difficili di quelli degli adulti', percepito istantaneamente da Ruto che grazie ad esso acquisirà uno stabile senso del suo valore, della sua importanza e anche della sua forza.
I due, professore e bambino, scoprono di avere una passione in comune, il baseball, e per il matematico è di nuovo un'occasione per utilizzare le sue vastissime conoscenze e applicarle in previsioni, probabilità e statistiche sulle sorti del campionato della loro squadra preferita, riuscendo a trasmettere al ragazzo, anche in quell'occasione, una parte del suo amore per i numeri. Sarà però la donna, la governante, colei che più resterà affascinata dalla mente del professore e dalla sua capacità didattica di creare curiosità, di comunicare le meraviglie del mondo dei numeri. E' una donna timida e riservata, intelligente e sensibile, ma non di grande cultura, che riesce a entrare in sintonia con l'uomo, a percepirne le passioni, la gentilezza dell'animo, la sua profonda bontà nonché la sua umiltà e sincerità. Lo ascolterà come un'allieva desiderosa di apprendere quando lui con dolcezza e tatto risponderà alle sue domande e alle sue curiosità riuscendo a intuire nella bellezza delle dimostrazioni una parte della struttura misteriosa dell'universo, avvertendo in quell'ordine perfetto 'un senso di purezza nel trovare le soluzioni…come un frammento di cristallo estratto da una grotta nel deserto….
Yoko Ogawa con la sua scrittura pulita ed elegante ci coinvolge nell'incontro di tre personaggi dalle esistenze problematiche; nel racconto della nascita e della crescita della loro amicizia, particolarmente intensa, ci svela, con tenerezza e quasi con candore, la meraviglia e la profondità dei sentimenti che fra loro maturano, come le loro vite ne saranno reciprocamente influenzate, sia in quei momenti vissuti insieme che in quelli futuri, in cui di questo particolare legame rimarranno sempre le tracce, i segni e i ricordi importanti come memorie indelebili.
Il romanzo ha ricevuto nel 2004 il premio della Società dei Matematici per aver contribuito a far conoscere la bellezza di questa disciplina.

di Silvana Ferrari

Shoeless Joe

di

Kinsella William Patrick

Casa Editrice: 66th and 2nd

Prezzo: Euro 15,00

Ray ha una fattoria in Iowa, dove vive con la moglie Annie e la figlia Karin. Una sera sente una voce che gli dice: "Se lo costruisci, lui verrà". Ray capisce di essere chiamato a costruire un campo di baseball tra le piante di granturco per far tornare a giocare "lui", Shoeless Joe Jackson, il campione coinvolto nello scandalo dei Black Sox del 1919. Un altro messaggio misterioso condurrà Ray a intraprendere un viaggio verso l'East Coast per strappare il grande scrittore J.D. Salinger al suo isolamento volontario. Con Salinger, Ray continuerà la sua avventura, sospesa tra passato e presente, tra magia e realtà, per tornare infine a casa, al suo campo dei sogni. Durante il viaggio, Ray non lascerà indietro nessuno, neanche il lettore che, seguendo il ritmo dolce ma incalzante della storia, scoprirà se Shoeless Joe tornerà a giocare e Salinger a scrivere, se Ray riuscirà a salvare la fattoria e chi è quel giocatore che Ray attende di veder giocare nel suo campo. Con il baseball, autentico collante generazionale della cultura americana, come sottofondo, Shoeless Joe ci lancia una sfida: il campo dei sogni di Ray può diventare anche il nostro.

L'AUTORE

William Patrick Kinsella è nato nel 1935 a Edmonton, Canada. Ha trascorso l'infanzia in un'isolata fattoria del Nord e da giovane ha svolto i lavori più disparati: impiegato, assicuratore, ristoratore e tassista. Si è laureato in Arte solo nel 1974 e ha intrapreso la carriera universitaria. La sua prima opera è stata la raccolta di racconti Dance Me Outside (1977), seguita da numerosi romanzi. Buona parte della produzione letteraria di Kinsella è dedicata al baseball, la sua grande passione. È con il best seller Shoeless Joe (1982) che l'autore ha raggiunto il successo di critica e pubblico, amplificato dalla fortunata trasposizione cinematografica Field of Dreams con Kevin Costner (uscita in Italia con il titolo L'uomo dei sogni). Il romanzo ha venduto milioni di copie, ed è diventato un libro culto. Attualmente Kinsella vive a Yale, British Columbia, con la sua quarta moglie e collabora con alcuni giornali. Shoeless Joe viene pubblicato per la prima volta in una traduzione italiana.

La partita perfetta

di

Michael Shaara

Casa Editrice: 66th and 2nd

Prezzo: Euro 13,00

Il romanzo di Michael Shaara (nato da immigrati italiani), pubblicato postumo per volontà del figlio Jeff, racconta la storia del campione di baseball Billy Chapel che ha ispirato il film "Gioco d'amore" con Kevin Costner. 

Il libro racconta la storia del campione di baseball Billy Chapel che, a poche ore dall'inizio dell'ultima partita della stagione, scopre che la squadra in cui gioca da 17 anni ha deciso di venderlo e che la fidanzata ha scelto di sposare un altro uomo. In campo Billy rivive a ogni lancio i momenti decisivi della sua vita e prova a realizzare il sogno di ogni giocatore: lanciare la partita perfetta. Con una prosa immediata ed evocativa, in cinque agili capitoli e nel breve spazio di una notte e di un giorno, Michael Shaara alterna il flusso di pensieri a cui si abbandona Billy Chapel a dialoghi veloci e descrizioni in terza persona. Un testo che cattura i momenti cruciali della vita di Billy, quando il grande ma immaturo campione vuole e deve crescere per fare emergere l'uomo a tutto tondo: un personaggio indimenticabile nella narrativa sportiva. L'autore de "La partita perfetta", Michael Shaara, è nato nel 1928 nel New Jersey da immigrati italiani, e prima di dedicarsi alla scrittura lavorava come agente di polizia e si cimentava nella boxe. Comincia a scrivere racconti di fantascienza per diverse riviste, tra cui "The Saturday Evening Post", "Cosmopolitan" e "Redbook", e contemporaneamente insegnava inglese alla Florida State University. È il romanzo storico "The Killer Angels", incentrato sulla battaglia di Gettysburg della guerra di Secessione, a segnare la svolta nella sua carriera: uscito nel 1974 dopo anni di revisioni, gli vale nel 1975 il prestigioso premio Pulitzer. Colpito da infarto, Shaara muore nel 1988. La partita perfetta - dalla prosa che conferma il talento Pulitzer di Shaara - è stato pubblicato postumo per volontà del figlio Jeff, anche lui scrittore. «Mio padre aveva giocato come lanciatore ai tempi del college – scrive nella prefazione il figlio Jeff – ma l’ipotetica carriera era stata stroncata da un infortunio alla spalla. Questo non gli fece perdere il gusto di lanciarsi con il paracadute o di fare il pugile dilettante e soprattutto l’amore per il baseball». È questa grande passione a fargli raccontare la storia di Billy Chapel, un campione d’altri tempi, in cui i giocatori erano fedeli alla maglia e i contratti si firmavano con una stretta di mano, senza procuratori e badando poco ai soldi. Da quando aveva vent’anni e per diciassette anni consecutivi ha lanciato per la stessa squadra. Un rapido declino l’ha relegata nella bassa classifica, ma lui non ha nessuna intenzione di trasferirsi e fare cassa altrove. Solo quando viene a sapere che la società ha intenzione di cederlo e vede finire la storia d’amore con «l’incantevole Carol», capisce che è arrivato il momento di rimettersi in gioco, di capire cosa vuole davvero, di diventare adulto. E lo fa a modo suo: lanciando la partita perfetta contro gli Yankees nella loro New York. Sbaglierebbe, però, chi pensa che si tratti solo di un romanzo sportivo. C’è nella minuziosa cronaca dell’incontro – arricchita, per i non iniziati, da un vero e proprio “breviario del baseball”– tutta l’educazione sentimentale del protagonista. Mentre si concentra per eliminare un battitore dopo l’altro, ricorda i genitori scomparsi in un incidente e ripercorre la sua vita passo dopo passo: i primi lanci con il padre, l’amicizia con il vecchio proprietario della squadra, scomparso da poco, e la sua relazione con Carol. «Era un vagabondo che amava il baseball e gli aeroplani e che non si era mai sposato, anche se la cosa che amava di più, dopo il suo sport e il volo, erano le belle donne».
«Mio padre coglieva la purezza del baseball – ha detto Jeff Shaara – e poco importa quanto cambino le regole o quanti record vengano battuti, perché noi saremo sempre lì fra il pubblico, per amore del gioco».

Il mio nome è Jackie Robinson

di

Scott Simon

Casa Editrice: 66th and 2nd

Prezzo: Euro 14,00

Nel 1945, mentre le truppe americane si apprestano a rientrare in patria, un coraggioso dirigente dei Brooklyn Dodgers, Branch Rickey, decide di ingaggiare il ventiseienne giocatore nero Jackie Robinson. Fino a quel momento il grande baseball delle Major Leagues era segregato: soltanto i bianchi vi potevano giocare. Ma nel campionato del 1947 Robinson infrange la barriera del colore e diventa il primo afroamericano a giocare nelle Major Leagues. Il mio nome è Jackie Robinson ripercorre le tappe di questa prima esaltante stagione di Robinson nei Dodgers. E' il racconto di una pagina di storia che ha illuminato le contraddizioni dell'America del secondo dopoguerra, oltre che il toccante affresco di una Brooklyn d'epoca. Ma è soprattutto il ritratto di un grande atleta che ha dovuto affrontare insulti, discriminazioni e minacce di morte solo per poter giocare a uno sport in cui eccelleva. E' per questo - l'attesa dell'integrazione sui campi da gioco - che la figura di Robinson ha trasceso la dimensione dello sport per trasformarsi in un'icona della cultura americana. Non a caso il presidente Barack Obama lo include tra i tredici grandi personaggi che con il loro esempio hanno cambiato il corso della storia: "Jackie Robinson ci ha mostrato come trasformare la paura in rispetto".

Dal prologo de Il mio nome è Jackie Robinson

Recensioni

(The Washington Post Book World, Domenica 13 Ottobre 2002)

"L'anno da rookie di Koufax era la stagione in cui Jackie Robinson dei Dodgers finalmente vinse le World Series. In un nuovo libro, Jackie Robinson and the Integration of Baseball, Scott Simon riesamina la storia di Robinson. Non vi è alcuna necessità di una nuova cronaca dell’arrivo di Robinson nel baseball delle Major League, ammette Simon verso la fine di questo volumetto. Sì, ma forse nessuno ha mai raccontato la storia così bene come fa in questo esteso saggio. Con un orecchio per la frase incisiva, Simon riprende il dramma del general manager dei Brooklyn Dodgers Branch Rickey alla ricerca del giocatore Afro-Americano per rompere la linea del colore. Nel suo primo incontro con Robinson, Rickey tuonò alla ex star di quattro sport a UCLA, dicendogli che tipo di uomo voleva per questo compito: "Sto cercando un giocatore di baseball con il coraggio di non reagire". "Ho un’altra guancia", Robinson rassicurò Rickey, e l'affare fu concluso.

Due anni dopo, nel 1947, Robinson appare per la prima volta in Major League. Egli ha sopportato gli insulti, fischi, tiri alla testa, lanci brushback, spikes alti e colpi bassi e, infine, l'onere di provare a giocare a baseball, mentre era preoccupante che la storia potesse girare - o tornare indietro – per il fatto che lui potesse o meno colpire una curva. Robinson dimostrò di poter colpire una curva e ogni altra cosa un lanciatore avesse voluto lanciargli, aiutando i Dodgers per il pennant nel suo anno da rookie, vincendo il premio Most Valuable Player nel 1949 e, più importante, aprendo la porta a migliaia di altri Afro-Americani  nelle Major Leagues".

(Chicago Tribune, 29 settembre 2002)

"Un piccolo libro straordinario in una nuova straordinaria serie destinata a catturare momenti straordinari nella storia".

(The New York Times Book Review)

"Simon ... è al suo meglio quando dona al lettore la trama della storia di Robinson ..."

(SKY, ottobre 2002)

"Delizia il pubblico con il suo ingegno, curiosità e umanità ..."

Pesci poeti e cari ricordi

di

Sherwood Kiraly

Casa Editrice: 66th and 2nd

Prezzo: Euro 16,00

IL LIBRO

Rollie Zerbs è sempre stato un personaggio fuori dagli schemi, come tutti gli Zerbs di LaPorte. I suoi concittadini lo hanno eletto l'uomo più bizzarro del Missouri. Scapolo per scelta, Rollie ha dedicato la sua vita a un'unica ossessione: controllare una macchina da scrivere fissata al pontile davanti casa, con una lenza legata a ogni tasto, in attesa che la parola poetica dei pesci si riveli dalle acque del Mississippi. Negli ultimi tempi, però, la situazione è peggiorata. Colpito dal morbo di Alzheimer, senza un soldo e incapace di badare a sé stesso, rischia di finire in un istituto. Ma Rollie Zerbs non ci sta ad abbandonare il suo "lavoro", e chiama in soccorso il nipote, Cooper, un redattore di fumetti di Chicago affetto da vuoti di memoria a causa di un trauma cranico. I due hanno un asso nella manica: una vecchia figurina di Frank "Wildfire" Schulte dei Cubs del 1909, che può valere una fortuna tra gli appassionati di baseball. E così la strana coppia di "smemorati", in compagnia di un'ex fiamma di Cooper e una galleria di alcolisti, antiquari e spogliarelliste, intraprende un viaggio picaresco per difendere la libertà di zio Rollie.

L’AUTORE

Sherwood Kiraly, scrittore e commediografo, attualmente insegna al Knox College di Galesburg, Illinois. Ha scritto quattro romanzi e diverse commedie per il palcoscenico. Nel suo secondo libro, Pesci poeti e cari ricordi (Diminished Capacity, 1995), Kiraly ha unito la sua grande passione, il baseball (che nel Midwest è considerato un «agente atmosferico»), con elementi autobiografici: l’autore, proprio come zio Rollie, ha avuto problemi di alcolismo e il padre soffriva di una malattia degenerativa legata all’avanzare dell’età.
Dal libro, nel 2008, è stato tratto un film diretto da Terry Kinney con Matthew Broderick e Alan Alda, di cui Kiraly ha curato la sceneggiatura.

Il romanzo Diminished Capacity è stato scritto più di un decennio fa.

Kiraly combina insieme il baseball e il tema della memoria, con l'esperienza personale, per portare la sua visione in Diminished Capacity (la diminuita capacità di vita). L’esperienza della scrittura è stata la strada migliore per Kiraly, e quindi molti degli aspetti del libro sono veri.

"Mio padre verso la fine della sua vita aveva una condizione mentale simile all'anziano uomo di Diminished Capacity" dice Kiraly.

"Avevo lavorato per un sindacato dei giornalisti e là c'era un sindacato dei giornalisti. Ero stato un ubriacone, e là c'era un ubriacone. Il baseball corre come un filo attraverso la storia, e nel Midwest, il baseball è l'atmosfera, è nell’aria, che tu sia un fan o meno. E' tutto intorno a te per 7 o 8 mesi all'anno. E si tratta di generazione in generazione dei tifosi delle stesse squadre. Non si tratta di baseball, si tratta di persone che hanno il baseball nelle loro vite. E io conosco anche questo".

Scrivere il romanzo è stato il primo passo del lungo cammino di Kiraly.

"Ho avuto per 20 anni questa idea di un ragazzo che prende una vecchia macchina da scrivere manuale e la mette alla fine del molo, la infila in un buco nel molo, aggancia lenze a ciascun tasto, le mette in acqua, e quando il pesce abbocca all’amo, tira una chiave, che aziona una lettera sulla macchina da scrivere", dice Kiraly della sua scena d'apertura. "Io l’avevo pensata anni e anni prima e non sapevo cosa farne".

Kiraly si fermò a metà nella scrittura del libro, e non sapeva come finirlo, così smise per un mese o due.

"Mia moglie mi ha detto che bisognava finissi il libro, anche solo per leggermelo", continua Kiraly.

"Ho finalmente capito come finirlo. Ho davvero pensato che sarebbe stata una buona idea se il nipote avesse avuto una condizione simile alla persona di cui stava prendendosi cura. Questa, credo, era l'idea comica centrale".

"Allora ho voluto che tutto il resto della storia, in qualche modo fosse sulla memoria, sui problemi a ricordare le cose o il modo in cui si ricorda la gente. E' come il tessuto connettivo che ci tiene insieme. E in particolare le figurine del baseball, sono in sintonia con questo".

Da un'intervista del 9 luglio 2008 di Debra Eckerling a Sherwood Kiraly.

Quando fu pubblicato il libro nel 1995, per un po' i diritti vennero acquisiti dalla MGM, ma Kiraly non fu preso come sceneggiatore. Più tardi, quando i diritti tornarono a lui, l'agente di Kiraly, che era lo stesso di Terry Kinney, gli propose il film. Kinney, che poi diresse il film, è uno dei co-fondatori della Steppenwolf Theatre Company di Chicago, insieme a John Malkovich, Gary Sinise e Jeff Perry.  Così nacque la versione cinematografica di Diminished Capacity.

Il trailer di Diminished Capacity

 

Il Curioso caso di Sidd Finch

di

Plimpton George

Casa Editrice: 66th and 2nd

Prezzo: Euro 17,00

IL LIBRO

Florida, 1985. Robert Temple, ex reporter di guerra con il blocco dello scrittore, ha deciso di rintanarsi in un cottage sul mare per isolarsi dal mondo e fuggire dai fantasmi del Vietnam. Una mattina d'inverno, però, a seguito di una gita fuori programma a bordo di un dirigibile, scopre che nel ritiro dei Mets è appena arrivato un ragazzo inglese, aspirante monaco buddhista, che ha trascorso gli ultimi otto anni sulle montagne dell'Himalaya. Si fa chiamare Sidd, con due "d" in omaggio a Siddhartha, ed è un maestro nell'arte del lancio. Il suo movimento è infallibile, la velocità straordinaria: un talento prodigioso che rischia di sconvolgere l'essenza del gioco del baseball. Tuttavia il ragazzo non ha ancora deciso se diventare un atleta. Potrebbe ritirarsi a meditare in un monastero oppure abbracciare la carriera musicale come virtuoso del corno francese. Mentre il mondo sportivo e i media fremono nell'attesa, Sidd, Robert e Debbie Sue, una giovane e affascinante surfista, vivono una coinvolgente amicizia che li aiuterà a decidere liberamente del loro futuro. Perché come nel tiro con l'arco, dove il bersaglio da colpire è l'arciere stesso, anche il segreto del "lancio perfetto" risiede nella mente e nel cuore del lanciatore.

LA STORIA VERA

Sidd Finch era un giocatore di baseball frutto della fantasia, l'oggetto del famigerato articolo e scherzo del pesce d’aprile "The Curious Case of Sidd Finch" (Il curioso caso di Sidd Finch), scritto da George Plimpton e pubblicato il 1 aprile del 1985 sul numero di Sports Illustrated.

LO SCHERZO

Plimpton scrisse che Hayden "Sidd" (abbreviazione di Siddhartha) Finch era un pitcher rookie che si stava allenando con i New York Mets. Finch, che non aveva mai giocato a baseball prima, stava tentando di decidere tra una carriera sportiva e suonare il corno francese. La cosa più strabiliante di Finch era che poteva lanciare la fastball ad un sorprendente velocità di 168 mph, ben al di sopra del mero record di 103 mph, con un'estrema precisione. Indossava solo una scarpa, un pesante scarpone da montagna, quando lanciava. Finch era cresciuto in un orfanotrofio inglese ed era stato adottato da un archeologo che poi era morto in un incidente aereo in Nepal. Dopo aver frequentato brevemente l'University di Harvard, si era recato in Tibet per imparare "la padronanza dello yoga della mente-corpo", che era la fonte del suo prodezza nel lanciare. Il sottotitolo dell'articolo diceva: "He's a pitcher, part yogi and part recluse. Impressively liberated from our opulent life-style, Sidd's deciding about yoga — and his future in baseball" (E' un pitcher, in parte maestro di yoga e in parte eremita. Liberatosi incredibilmente dal nostro opulento stile di vita, Sidd è indeciso fra lo yoga e il suo futuro nel baseball). Le prime lettere di queste parole (evidenziate in rosso) precisano "Happy April Fools Day - ah (a) fib". Nonostante questo indizio e l'evidente assurdità di questo articolo, molte persone credettero che Finch esistesse realmente. La rivista pubblicò un articolo molto più piccolo l'8 aprile successivo  comunicando il ritiro di Finch. E poi il 15 aprile scrissero che era stata solo una bufala. La storia era stata arricchita con fotografie di Finch, di cui una con un giovane Lenny Dykstra e un'altra di Finch che parlava con il vero pitching coach dei Mets, Mel Stottlemyre. I Mets furono complici della beffa, fornendo anche l'uniforme a Joe Berton, un giovane insegnante della scuola d'arte di Oak Park, Illinois, che posò come "Finch" per le fotografie (di solito con il volto girato dall'altra parte).

Plimpton infine trasformò  il suo articolo nel romanzo, che venne pubblicato nel 1987.

Qui sotto alcune delle foto pubblicate nel 1985 che ritraggono il fantomatico Sidd Finch

Calico Joe

di

John Grisham

Casa Editrice: Mondadori

Prezzo: Euro 18,00

IL LIBRO

Due uomini diversi per età, carattere, personalità. Ma accomunati dalla stessa professione: il baseball. Uno è Warren Tracey, donnaiolo, alcolista e pessimo padre che, ormai sul viale del tramonto, gioca le sue ultime partite nei Mets di New York, appesantito dagli anni e dalla frustrazione per una carriera che avrebbe voluto diversa. L'altro è l'astro nascente Joe Castle, ventun anni, originario di Calicò Rock, nel profondo Arkansas, che sta mietendo successi nelle file dei Cubs di Chicago. La popolarità di Joe è alle stelle: il clamore dei suoi record e delle sue prodezze echeggia dalle tivù e dalle radio di tutto il paese, rendendolo in breve tempo l'idolo dei fan del baseball, primo fra tutti Paul Tracey, il figlio undicenne di Warren. È il 1973 quando suo padre si ritrova finalmente faccia a faccia con Joe sul diamante dello Shea Stadium di New York in una partita che passerà tristemente alla storia. Sotto gli occhi attoniti del figlio, Warren lancia una palla veloce che cambierà per sempre i destini dei due giocatori. Dopo trent'anni, Paul non ha dimenticato quell'incontro, che ha irrimediabilmente segnato la vita del formidabile atleta entrato nella Hall of Fame del baseball come Calico Joe. Ma Warren è gravemente ammalato e Paul, pur non avendo da tempo alcun rapporto con lui, vuole che i suoi ultimi giorni siano un'occasione per riscattarsi da un'esistenza mediocre e lo convince a compiere un gesto semplice ma memorabile. È la morale di questo romanzo che ci insegna che c'è sempre tempo per pentirsi e tendere la propria mano.

"Nell’estate del 1973 il paese stava lentamente emergendo dal trauma del Vietnam… il caso Watergate stava diventando sempre più scottante". Chi ricorda è Paul il figlio allora undicenne di Warren Tracey giocatore dei Mets di New York "… e io vivevo e morivo a ogni partita…". La carriera di Warren era al tramonto e la sua famiglia non lo stimava a causa della sua pessima fama di donnaiolo e alcolista. Per rincarare la dose Warren non era nemmeno un ottimo padre, anzi. "La vita a casa non era sempre piacevole e la mia via di fuga era il campo". Per contrasto brillava di luce propria la stella di Joe Castle proveniente da Calico Rock, "piccolo e pittoresco villaggio" del profondo, segregazionista, razzista e caldo Arkansas, che giocava con successo nei Cubs di Chicago. Calico Joe era l'idolo delle folle e di Paul. "In ogni caso adesso il suo nome era nel libro dei record. Il libro era aperto e Joe aveva appena cominciato". Quando presso lo Shea Stadium di New York le rispettive squadre di Warren e Calico Joe s'incontrarono, Tracey aveva commesso un gesto inqualificabile che aveva rovinato per sempre la sua reputazione cambiando inevitabilmente la sorte dei due giocatori. Ma c'è sempre tempo anche trent'anni dopo per redimersi, per chiedere scusa. "Il baseball era il mio migliore amico e a metà luglio del 1973, stava per subire una scossa come mai prima di allora".

"La colpa di un padre, il riscatto di un figlio". Anche Calico Joe romanzo che affronta il difficile tema del perdono e della seconda chance che a volte la vita ci offre, diventerà prossimamente un film adattato e diretto da Chris Columbus, produttore esecutivo del film lo stesso John Grisham. Un nuovo blockbuster come le precedenti trasposizioni cinematografiche tratte dai libri del grande autore di legal thriller tra le quali Il socio, Il rapporto Pelikan, Il cliente, L'uomo della pioggia, La giuria e molti altri ancora. Ma questa volta la storia ha come protagonista una stella del baseball splendido atleta entrato nella Hall of Fame, ciò che avrebbe desiderato diventare il giovane John da piccolo "sognavo di diventare un campione". Nato in una piantagione dell'Arkansas dove si produceva cotone e la vita era dura ben descritta nel romanzo La casa dipinta, all'età di sette anni Grisham lasciò la fattoria insieme ai genitori e ai fratelli, perché il padre aveva trovato lavoro come operaio edile. Famiglia povera quella dei Grisham e dalla forte impronta religiosa, ma l'autore oggi miliardario, emblema dell'American Dream, non ha dimenticato le proprie origini. Infatti, nel suo ultimo romanzo è molto forte il senso del Bene e del Male, di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato.

Forse Calico Joe non passerà alla storia come uno dei capolavori di Grisham, a tal proposito consigliamo la lettura de Il momento di uccidere, però racconta una vicenda che conquista perché contiene valori autentici e profondi che riguardano ciascuno di noi. Anche trent'anni dopo ci si può redimere e domandare scusa soprattutto quando è un figlio che lo chiede. "Dopo la telefonata di Agnes mi siedo alla scrivania e comincio a riflettere sulla mia vita senza Warren, mio padre. Ho cominciato a chiamarlo Warren quando ero al college, perché l'ho sempre considerato un individuo qualunque, più un estraneo che un padre. Lui non ha mai fatto obiezioni. Non gli è mai importato come lo chiami e ho sempre pensato che preferisca che non lo chiami affatto. Io almeno ogni tanto un tentativo lo faccio, lui mai".

John Grisham è nato a Jonesboro, nello Stato americano dell’Arkansas, l'8 febbraio 1955. Laureatosi in legge nel 1981, per nove anni è stato avvocato penalista. Ha ricoperto anche incarichi politici come membro della Mississippi House of Representatives. È nel comitato dell'Innocence Project di New York ed è presidente del comitato del Mississippi Innocence Project alla facoltà di legge dell'University of Mississippi. È l'autore di: Il momento di uccidere, Il Socio, Il Rapporto Pelican, Il Cliente, L'appello, L'uomo della pioggia, La Giuria, Il Partner, L'avvocato di strada, Il Testamento, I Confratelli, La casa dipinta, La convocazione, Fuga dal Natale, Il re dei torti, L'allenatore, L'ultimo giurato, Il Broker, Innocente, Il professionista, Ultima sentenza, Il ricatto (2009), Ritorno a Ford County (2010), Io confesso (2010), La prima indagine di Theodore Boone (2011), Theodore Boone 2 La ragazza scomparsa (2011), I contendenti (2011) tutti editi da Mondadori. "Sto ultimando The Racketeer, storia di un avvocato in prigione che, dopo l'assassinio di un giudice federale, è l'unico a sapere chi è l'assassino", ha dichiarato Grisham in una recente intervista pubblicata sul Venerdì di Repubblica del 29 giugno 2012. Lo scrittore vive in Virginia a Charlottesville in un ranch di 450 ettari.

di Alessandra Stoppini Il Recensore.com

L'arte di vivere in difesa

di

Harbach Chad

Casa Editrice: Rizzoli

Prezzo: Euro 17,00

IL LIBRO

Quando arriva al Westish College, sulle sponde del lago Michigan, Henry Skrimshander è un ragazzo gracile e spaesato, certo soltanto della propria inadeguatezza. Ma sul campo da baseball si trasforma, e un istinto infallibile lo guida in gesti di una grazia assoluta. Mike Schwartz, il suo mentore e migliore amico, ripone in lui tutte le sue speranze di ragazzone stempiato dal cuore grande e dal futuro incerto, mentre Owen Dunne, il compagno di stanza gay e mulatto, lo confonde con l'inarrivabile spigliatezza dei modi e i lapidari giudizi in fatto di letteratura e blue jeans. Poi c'è Guert Affenlight, il rettore che a sessantanni ha ceduto alla forza di un sentimento inconfessabile, e adesso lotta felice e sgomento per non soccombere alla marea delle proprie emozioni impazzite. Sua figlia Pella sta per tornare in città con una vecchia borsa di vimini e un matrimonio fallito alle spalle, precoce e irrequieta come il giorno in cui se ne andò. Ma al Westish, tra drammi che incombono e amori incipienti, tutto sta per cambiare. E ciascuno, che lo voglia o no, sarà costretto a fare i conti con quella cosa luminosa e terribile che chiamiamo vita.

La recensione de L'Indice

Di tutti gli sport praticati in Nord America – football, hockey, lacrosse – il baseball è forse quello che meglio ha saputo rappresentare l'epopea statunitense. Anche ai nostri occhi: nonostante le sue regole ci risultino per lo più oscure, e il calcolo dei punteggi incomprensibile. Anche noi europei conosciamo i nomi dei grandi campioni americani, da Babe Ruth a Joe DiMaggio, da Lou Gehrig a Willie Mays, pur non avendoli mai visti giocare. Consapevolmente o meno, anche noi ci siamo schierati con i Giants o gli Yankees, le due squadre di New York, neanche fosse un derby di casa nostra. Leggendo autori come Malamud e DeLillo, abbiamo familiarizzato con le liturgie e i paramenti di questo sport altamente ritualizzato: i guantoni di pelle, i segnali del catcher, quel continuo masticare e sputare tabacco. Anche noi abbiamo provato l'emozione di calpestare l'erba del diamante di gioco, grazie a decine di film di prima grandezza, da L'uomo dei sogni a Bull Durham, fino al recente Moneyball. L'arte di vincere, con Brad Pitt. Il talento, il gioco di squadra, il fallimento: ovviamente, le analogie tra il baseball e la vita sono infinite. "Un uomo arriva alla base. È solo", recitava solennemente Robert De Niro, nei panni di Al Capone, in una scena degli Intoccabili. "Questo è il momento per che cosa? Per godere del successo personale. È fermo là, da solo. Ma sul campo, che cos'è? È parte soltanto di una squadra vincente. Guarda, lancia, acchiappa, corre. Ma è solo parte di una squadra". Evidentemente, quando ha cominciato a scrivere la storia di Henry Skrimshander e della squadra di baseball del Westish College, Chad Harbach, al suo debutto narrativo con L'arte di vivere in difesa, era ben consapevole della ricca tradizione che lo precedeva. E ha fatto la scelta giusta: non si è limitato a riproporre tutte le costanti del genere, magari con qualche variazione, ma ha riversato nel romanzo tantissima vita – polvere, sogni, sudore, delusioni, felicità – raccontando, pagina dopo pagina, e dettaglio dopo dettaglio, un intero microcosmo, quello di un piccolo campus universitario del Wisconsin affacciato sulle rive del lago Michigan. Henry Skrimshander ha un talento prodigioso. Non è un pitcher, e come battitore lascia a desiderare: la sua specialità è la difesa. È un interbase. Il suo compito è agguantare la palla e consegnarla nelle mani dei compagni il più rapidamente possibile. E, in questo, il piccolo Henry – un ragazzino magro, con il petto "assurdamente concavo e una sfacciata abbronzatura da contadino" – non ha eguali. Nessuno è altrettanto preciso, o potente, o aggraziato. A scoprirlo, in un torneo minore, e a trascinarlo fino al Westish College, la cui squadra di baseball ha un disperato bisogno di rinnovamento, è Mike Schwartz, anima e cuore del dipartimento sportivo. Alto, stazzato, le ginocchia distrutte da anni di allenamenti, Mike non ha il talento di Henry, ma fa di tutto per rimediare con dosi massicce di buona volontà. È il capitano della squadra, e in pochi mesi diventa il migliore amico di Henry, il suo mentore, il suo preparatore atletico. Attorno a questa coppia di amici, tra i quali inevitabilmente si insinuerà il germe della rivalità, ruota un cast di comprimari tra i quali spiccano Guert Affenlight, rettore dell'università e autore di un bestseller intitolato I distillatori di semi, sua figlia Pella, la cui vita sta andando a rotoli, e Owen Dunne, il compagno di stanza di Henry, fieramente gay e incontestabilmente à la page. Quando arriva al Westish College, Henry porta con sé un libro solo: una copia consunta dell'Arte della difesa, di un certo Aparicio Rodriguez, leggendario interbase dei St Louis Cardinals. Più che di un manuale, si tratta di una raccolta di koan sul baseball e sulla vita; contiene massime del tipo: "L'interbase è fonte di stabilità nel cuore della difesa"; oppure: "La morte è la definitiva sensazione dell'operato di un atleta". Henry lo conosce a memoria, ma non è il solo: uno degli aspetti più sorprendenti del romanzo di Chad Harbach è proprio il valore che i suoi personaggi attribuiscono ai libri. Quando Mike Schwartz vede Henry in azione per la prima volta, ripensa a un verso di Robert Lowell: "Senza espressione, esprime Dio". La carriera del rettore Affenlight è segnata dalla scoperta, negli anfratti della biblioteca universitaria, della minuta di un discorso tenuto da Melville proprio al Westish College, nel lontano 1880. Quando sua figlia Pella incontra per la prima volta Mike, in una scena chiave, i due si mettono a parlare della moglie del poeta Ralph Waldo Emerson, morta di tubercolosi. E tutti questi riferimenti letterari – ce ne sono tanti altri, sapientemente intrecciati alle vicende dei protagonisti – non devono sorprendere: dopotutto, siamo in un college. Come è facile intuire, gli ingredienti principali di questo romanzo corale sono la passione per il baseball e la fiducia nella letteratura. Una fiducia che Chad Harbach – uno degli editor della giovane rivista "n+1" – deve nutrire nel profondo, se per quasi dieci anni ha accumulato debiti pur di continuare a scrivere L'arte di vivere in difesa, e se, alla fine, ha avuto il coraggio di pubblicare, in una stagione editoriale dominata dai libriccini di cento pagine, un romanzo tanto voluminoso; un romanzo ricchissimo nella rappresentazione dell'odierna commedia umana, e altrettanto generoso nel dispensare emozioni e colpi di scena. A seconda delle preferenze, il lettore potrà scegliere quale sentiero seguire: se immergersi nella storia di formazione, o godersi le atmosfere terse della campus novel, o lasciarsi avvincere dal racconto sportivo. Oppure, se vivere tutte queste esperienze in una volta sola. Talento, gioco di squadra, fallimento: in fondo, il baseball è tutto questo.

Martino Gozzi

Sunset Park

di

Paul Auster

Casa Editrice: Giulio Einaudi

Prezzo: Euro 19,50

Il padre di Miles Heller era il miglior lanciatore della squadra della scuola. Durante una partita, una palla violentissima lo colpisce. Carriera finita. Il padre non racconta mai a Miles quest’episodio, ma torna spesso sull’infortunio identico che capitò ad un campione. Paul Auster, in Sunset Park (Einaudi), presenta il baseball come l’emblema dell’eredità che si passa di padre in figlio. Anche Miles si appassiona: «Quella del lanciatore era la sua posizione ideale. Solitudine e forza, concentrazione e volontà, il lupo solitario ritto in mezzo al diamante, che assume su se stesso tutto il peso del gioco. Ai tempi erano tutte palle veloci e changeup, due lanci e un interminabile lavoro sul modo di lanciare, il movimento fluido, la frustata del braccio avanti ogni volta con la stessa angolazione, la gamba destra raccolta in alto che spinge fuori dal rubber fino al momento del rilascio». Ma quando Miles uccide «involontariamente» il fratellastro, rinuncerà al baseball. Si punisce privandosi di ciò a cui tiene di più. Però, a sua volta, trasmetterà al figlio gli insegnamenti paterni.

La visione di Auster purtroppo non manca di retorica: «Il baseball è un universo grande come la vita stessa e perciò nel suo ambito ricadono tutte le cose della vita, buone o cattive, tragiche o comiche».

«Sunset Park è allo stesso tempo serrato e di ampio respiro, immensamente ambizioso nelle tematiche, eppure capace di entrare nell'intimità dei suoi personaggi. [...] Ed è un vero piacere leggerlo» .
Library Journal

Recensione di Elisabetta Bolondi - da Solo Libri.net del 2/1/2011

"L’ultimo libro letto nel 2010, Sunset park, è letteratura pura, dulcis in fundo……credo sia quello che mi ha più coinvolto, che ho più apprezzato, che mi è entrato subito nella testa: un romanzo pieno di storie, che parla di scrittori, di libri, di editori, di insegnanti, di università, di cinema, di fotografia, di attori, ma anche di NewYork, di baseball, di infelicità, di famiglie allargate, di paure, di gap generazionali, di ricerca di sè. Il romanzo di Auster è appena uscito, e racconta dell’America nella grave crisi economica che morde, che pregiudica i destini di una generazione tra i venti e i trenta, che mette in crisi aziende consolidate, che scompagina i rapporti familiari, le identità, che mette a dura prova la tenuta sociale della maggior democrazia occidentale: Sunset Park è un quartiere marginale di Brooklyn, pieno di immigrati provenienti da tutti i continenti, vicino al Green Wood Cemetery, dove in una casa fatiscente e abbandonata dal comune, si rifugiano i quattro personaggi principali della storia ; sanno che sono degli abusivi, ma sono intenzionati a resistere a oltranza senza pagare l’affitto. Bing Nathan, grasso e goffo, con un mestiere inusuale, aggiusta macchine da scrivere, piccoli elettrodomestici, vecchie cornici in una bottega a Manhattan dal titolo metaforico, “L’ospedale delle cose rotte”. E’ lui che riunisce gli altri squatter, Ellen Brice, pittrice, e Alice Bergstrom, dottoranda in inglese, due ragazze con difficili storie alle spalle, in evidente difficoltà economica ed esistenziale. Dalla Florida arriva il vero protagonista del romanzo, Miles Heller, intorno al quale gira l’intero racconto. Figlio del noto editore Morris Heller e della attrice hollywoodiana Mary-Lee Swann, sette anni prima il ragazzo ha improvvisamente lasciato famiglia, università e amici in seguito all’incidente d’auto che ha ucciso il suo fratellastro Bobby, di cui egli è in parte responsabile. Durante questi lunghi anni ha girato per tutti gli Usa, facendo lavori precari e sottopagati, l’ultimo dei quali, il trashing-out, consiste nello sgombero di case abbandonate da abitanti insolventi, dove regnano il degrado, la sporcizia, i resti di un’economia solida . In Florida, ha conosciuto per caso una giovanissima cubana, Pilar, di cui si è perdutamente innamorato; la ragazza è minorenne, e la famiglia di lei ricatta Miles, che è costretto a tornare a New York, approfittando del rapporto che ha sempre mantenuto con l’amico Bing. Auster è capace di tenere sotto controllo l’intreccio complesso del romanzo con agilità, la narrazione è fluente, mentre ci spostiamo nel tempo e nello spazio: i personaggi viaggiano dalla costa est a quella ovest, dal nord al sud, dall’America all’Inghilterra, dall’oggi al passato recente e remoto, mentre i punti di vista cambiano continuamente: prima si racconta di Miles, poi di Bing e le sue compagne, quindi di Morris Heller, e infine nell’ultima parte il romanzo diventa corale, e ognuno dei personaggi fa la sua parte scavando nella propria psicologia e nei propri problemi irrisolti. Come ci ha abituato in tutti i suoi romanzi, Auster ci accompagna nelle vie di New York, nei suoi interni, nei negozi, nei bar, nel parchi; ci parla attraverso i personaggi dei suoi autori preferiti, dei libri che ama, dei problemi dell’editoria, delle canzoni, dei film : tutti i personaggi hanno visto e fanno riferimento a “I migliori anni della nostra vita” di William Wyler, la madre di Miles recita in teatro in un dramma di Becket, Pilar e Miles si sono incontrati mentre leggevano entrambi “Il grande Gatsby” di Scott Fitzgerald, non visti dall’editore- padre Morris, che li osserva con tenerezza, Ellen Brice si ispira per i suoi disegni erotici all’ “Origine del mondo” di Courbet Un libro sull’amicizia, sull’amore, sulle difficoltà dei rapporti, sull’amore per i libri, per la cultura, per il baseball, per i film americani, per la città che resta, direi, la vera grande passione di Paul Auster, e che incanta anche i lettori più sensibili a quelle atmosfere così ben ricostruite."

Paul Auster è nato nel 1947 a Newark (New Jersey). Delle sue opere Einaudi ha in catalogo: L’invenzione della solitudine, Trilogia di New York, Nel paese delle ultime cose, Moon Palace, Leviatano, Mr Vertigo, Smoke & Blue in the Face, Lulu on the Bridge, Timbuctú, Sbarcare il lunario, Esperimento di verità, L’arte della fame, Ho pensato che mio padre fosse Dio, Il libro delle illusioni, La notte dell’oracolo, Follie di Brooklyn, Gioco suicida, Viaggi nello scriptorium, Uomo nel buio, La musica del caso, Invisibile e Sbarcare il lunario. Nel 2006 sono uscite le poesie di Affrontare la musica, nel 2009 la sceneggiatura La vita interiore di Martin Frost, da cui è stato tratto l’omonimo film diretto da Auster, e il volume Romanzi che riunisce la Trilogia di New York, Nel paese delle ultime cose e Moon Palace.