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Pat Scantlebury: il vecchio rookie

Alla fine degli anni '40 e agli inizi degli anni '50, molti giocatori della Negro League firmarono contratti con squadre della Major League ma le vecchie stelle trovarono difficoltà nell'allungare le loro carriere nelle Majors. Alcuni giocatori, come il 38enne Pat Scantlebury, distorsero la verità sulla loro età. Sebbene l'età di Scantlebury fosse stata motivo di sbigottimento sui giornali, la sua carriera di successo sul monte non fu mai messa in dubbio.

In un mondo più giusto, Pat Scantlebury avrebbe dovuto giocare per molto tempo nelle Majors prima di esordire finalmente con i Cincinnati Reds il 19 aprile del 1956, all'età di 38 anni e 160 giorni.

Scantlebury era il 10° rookie più vecchio della MLB a debuttare dal 1900, secondo Baseball-reference.com, e aveva lanciato nelle Negro Leagues e nelle minor sin dal 1944. Prima di allora giocava nella sua nativa Panama, uno dei due giocatori nella storia della MLB insieme a Rod Carew originari della zona del canale.

Nonostante non fosse un imponente lanciatore di potenza, Scantlebury aveva vinto per due volte 20 partite nelle minor e venne eletto MVP in due circuiti delle bush leagues prima di unirsi finalmente ai Cincinnati Reds. È imprescindibile che il mancino, conosciuto per il suo controllo, avrebbe potuto essere un membro a lungo termine di una starting rotation della MLB, solamente se fosse nato 20 anni dopo.

Scantlebury visse la stessa storia di Satchel Paige e dei più giovani giocatori come Quincy Trouppe, Bob Thurman e Buzz Clarkson, che debuttarono tutti nelle Major dopo i 35 anni. Avrebbero potuto essere delle stelle nelle Majors se non fossero stati segregati prima del 1947 e la loro età rese molto più difficile l'integrazione dopo la rottura della barriera del colore da parte di Jackie Robinson (anche se Paige, il più vecchio rookie dal 1900, riuscì a lanciare nelle Majors in tre decenni diversi).

La storia di Scantlebury potrebbe essere la più insolita di questo gruppo. Quando firmò con i Reds, aveva già oltre 38 anni.

Nell'odierno mondo digitale, il sotterfugio di Scantlebury non sarebbe mai passato inosservato per molto tempo. Anche altri giocatori internazionali sono stati colti in flagrante per aver sottratto alcuni anni dalla loro reale età, ad esempio Adrian Beltre o Santiago Casilla nelle prime fasi della loro carriera o Fausto Carmona, che diventò diversi anni dopo Roberto Hernandez.

Gli archivi come newspaper.com raccontano che Scantlebury lanciava nel 1944 per i New York Cuban Stars della Negro National League e illustrano anche i suoi progressivi anni dalla nascita. Nato l'11 novembre 1917, secondo Baseball-reference.com, Scantlebury viene indicato come un 25enne da Pittsburgh Press nel 1948. Nel 1953, Waco News-Tribune lo segnalava come un 28enne.

I media iniziarono a speculare sulla vera età di Scantlebury solo dopo che i Reds lo portarono allo spring training nel 1956. Bill Ford del Cincinnati Inquirer descrisse Scantlebury come "un Panamense che dice che il suo braccio sinistro ha solo 30 estati ma altre persone, che sanno, insistono nel dire che giocava nel baseball organizzato sin dai primi anni '40". Bob Broeg del St. Louis Post-Dispatch chiamò Scantlebury un "ancient rookie southpaw" (anziano rookie mancino).

Altri non si preoccuparono tanto, come Lou Smith del Cincinnati Inquirer, che scrisse verso la fine dello spring training: "Ci è piaciuto quello che abbiamo visto di Pat Scantlebury. È vero, può avere 40 o 45 anni. Ma qual è la differenza finché può eliminare i battitori avversari".

Da parte sua, Scantlebury faceva finta di niente. "Sarò vecchio, come dice qualcuno, ma finché posso vincere le partite ...", aveva detto alla Associated Press in un'intervista del 16 aprile 1956.

Vale la pena di notare che Scantlebury non fu l'unico Negro Leaguer a sottrarre alcuni anni dalla sua età. Paige avrebbe potuto avere 48 anni quando debuttò nelle Majors. E come scrisse Rick Swaine nel suo libro del 2005, The Black Stars Who Made Baseball Whole, Bob Thurman e Sam Jethroe si erano tolti quattro anni mentre Luke Easter ne aveva sottratti cinque o sei.

Attraverso il suo lungo soggiorno prima delle Majors, Scantlebury giocò in modo stellare a New York, nelle minors e nei Caraibi. Era nel radar delle squadre della MLB come fece notare The Sporting News il 7 luglio 1948, quando venne visto dagli scouts dei Cleveland Indians.

Invece, gli Indians firmarono Paige che diventò uno dei primi lanciatori neri delle Majors. Alcune persone lo stroncarono, come J.G. Taylor Spink che scrisse nel The Sporting News, "Se Satchel fosse stato bianco, non avrebbe carpito l'interesse di Bill Veeck". Come racconta nel suo libro Ken Burns che accompagna le sue miniserie di Baseball, Veeck rispose così: "Se Satchel fosse stato bianco, sarebbe stato nelle Major 25 anni prima, e la questione non sarebbe stata mai discussa".

Forse Scantlebury non aveva un talento paragonabile a Paige, che non avrebbe dovuto mentire sulla sua età e avrebbe potuto avere un ruolo con Veeck anche se avesse avuto 10 anni in più. Scantlebury non aveva certamente la facilità che aveva Paige di lanciare alla leggenda della Negro League Josh Gibson. Nel 1971, Scantlebury raccontò a un giornalista una performance particolarmente scarsa contro Gibson.

"Gli ho lanciato alto la prima volta e l'ha colpita fuori dal parco", aveva detto Scantlebury, "Quindi la volta successiva gli ho lanciato basso e lui l'ha colpita fuori. Alla terza volta, ho lanciato interno e si è ripetuto. Quando è venuto a battere per la quarta volta, mi sono arreso e gli ho concesso la base su ball".

Una parte del problema di Scantlebury poteva essere stata la mancanza di potenza. In 16 stagioni pro, Scantlebury superò i 100 strikeouts solo tre volte. Dopo che Scantlebury debuttò con i Reds, Smith scrisse: "Pat si avvale più del controllo millimetrico che dei lanci overpowering. E' quello che alcuni dei ragazzi chiama un “junk pitcher” (lanciatore di palle spazzatura)".

Scantlebury usava anche altri trucchi per cavarsela. Uno dei suoi compagni di squadra ai tempi delle minor, il futuro manager Hall of Famer Sparky Anderson, raccontò una storia a un giornalista di Louisville nel 1977.

"Quando ero con Toronto, avevamo una lanciatore di nome Pat Scantlebury, che aveva incollato all'interno del polsino del guanto un intero pezzo di carta vetrata", disse Anderson, "Afferrava la palla come se fosse pazza. Se pioveva, uno di noi sporcava di fango la palla, usava ogni sorta di trucco".

Ma non era solo un lanciatore di palle spazzatura. Swaine ricordò anche il controllo di Scantlebury. Scrisse che Scantlebury aveva un rilascio ingannevole, un'eccellente movimento in prima, una fastball vivace e una varietà di breaking ball. Bob Feller, aveva scritto Swaine, disse che la spitball di Scantlebury "sembrava un piccione che usciva da un fienile". Scantlebury poteva anche battere, talvolta giocò in prima base nelle Negro Leagues e come un pinch hitter nelle minor.

Con il suo set di abilità, prosperò nello spring training del 1956 e finalmente ebbe la sua possibilità di giocare nelle Majors. Purtroppo, c'era un altro fattore che correva contro Scantlebury. Nei primi giorni dopo che Robinson ruppe la barriera del colore, i giocatori afro-americani che lottavano per emergere non duravano a lungo nelle Major Leagues, almeno non come facevano i loro omologhi bianchi.

Scantlebury concesse otto valide e quattro punti guadagnati in cinque inning nel suo primo start il 19 aprile. Concesse sette valide e tre punti guadagnati in quattro inning nel suo successivo start, il 24 aprile, e venne relegato al bullpen. Dopo due settimane e aver concesso cinque punti in tre inning come rilievo durante una sconfitta per 15-0 con i Milwaukee Braves, Scantlebury venne mandato nelle minor.

Venne chiamato per altre due apparizioni in estate, accusando due punti in cinque inning prima di andare a Seattle della Pacific Coast, per non tornare mai più nelle Majors.

Scantlebury non fu solo un grande lanciatore mancino nelle Negro Leagues ma anche un corridore di successo.

LA NOTTE IN CITTÀ IN CUI GLI UOMINI IN BLU FINIRONO NEI GUAI

Nella notte del 28 agosto 1960, i giocatori d'azzardo ricattarono gli arbitri Ed Runge e Bill McKinley perchè influenzassero una partita.

Ed Runge è stato il patriarca dell'unica famiglia a produrre tre generazioni di umpires nelle Major League. Fu arbitro dell'American League dal 1954 al 1970 e suo figlio Paul arbitrò nella National League dal 1973 al 1997. Il figlio di Paul, Brian, arbitrò nella Major League dal 1999 al 2012.

Ai suoi tempi, Ed era considerato uno dei migliori umpires della League, in particolare dietro casa base, dove era stato classificato il migliore nel chiamare balls e strikes dai managers e coaches dell'AL dal 1959 al 1961. Runge aveva forse la più grande zona di strike nelle Major Leagues, ed era amato dai lanciatori, ma anche dai battitori che apprezzavano la sua coerenza. Secondo Jim Bouton in Ball Four, l'unica volta che la zona di strike di Runge cambiava era se un giocatore faceva qualcosa per irritarlo. Se un idiota faceva irritare Runge, scrisse Bouton, gli strikes non erano più così buoni.

Bill McKinley che, come l'omonimo Presidente degli Stati Uniti, era nativo dell'Ohio fu un arbitro dell'American League dal 1946 al 1965. Era famoso per essere il bersaglio della classica osservazione "hanno sparato al McKinley sbagliato", urlata dai giocatori nel dugout quando faceva una chiamata stretta contro la loro squadra. McKinley avrebbe voluto essere un ballplayer, ma dopo la laurea, lavorò nella macelleria del fratello. Dopo aver fallito un tryout nelle Minor, entrò in una delle prime accademie per arbitri.

Runge e McKinley erano nella stessa crew nel 1960 e venerdì 26 agosto arbitravano nel doubleheader tra gli Orioles e i Kansas City Athletics al Memorial Stadium di Baltimora. Dopo la seconda partita, i due arbitri andarono al Gaiety Supper Club, un locale in una zona malfamata della città conosciuta come "The Block" che offriva molto di più di una cena. Era un locale di intrattenimento con ballerine esotiche e spogliarelli. Oltre alle bevande, Runge e McKinley fecero conoscenza con due ballerine. Una di loro, Helen Ela, 24 anni, conosciuta con il nome di scena di "Sherry" e "Kismet", era una ballerina della danza del ventre. L'altra era la 21enne Mary Jane Spencer, conosciuta anche come Valerie Spencer.

Prima che venisse inserita la regola dell'instant replay nel 2008, la norma era stata discussa per diversi anni. Una delle preoccupazioni nell'introduzione era la paura che le telecamere avrebbero imbarazzato gli arbitri mostrando i loro errori. Mai nella lunga storia dell'arbitraggio, nessuno fu più imbarazzato da una telecamera che Runge e McKinley nella notte del 28 agosto del 1960.

La loro crew si era trasferita a Washington in quel periodo, e Runge aveva arbitrato a casa base mentre McKinley era in seconda base in una partita a senso unico dove i Cleveland Indians sconfissero i Senators 9-1. Quella sera, i due uomini si ritrovarono con Ela e Spencer in un motel di Hyattsville, nel Maryland. Erano in camera da non più di cinque minuti, a malapena il tempo di raccontare alle signore l'eccellente prestazione del lanciatore Barry Latman degli Indians, quando due uomini, il 32enne Donald Anderson, che apparentemente era il fidanzato di Spencer, e il 30enne Robert Waldron fecero irruzione nella stanza, e uno di loro scattò una fotografia dei quattro occupanti. "Ci vediamo in tribunale", dissero i due uomini che se ne andarono così velocemente come erano entrati.

Runge e McKinley, in uno stato di panico assoluto, rientrarono immediatamente nella loro stanza allo Sheraton-Park Hotel di Washington dove trascorsero la tormentata notte cercando di capire cosa fare. Andare alla polizia avrebbe richiesto una spiegazione di quello che stavano facendo in una camera d'albergo con due spogliarelliste, ma cercare di coprire l'incidente avrebbe potuto essere peggiore se fosse diventato pubblico. Decisero di chiamare la polizia.

La sera seguente, quando i due arbitri tornarono nella loro stanza, trovarono una busta sotto la porta. Conteneva una copia della foto incriminante e le istruzioni per chiamare un determinato numero di telefono. Lo fecero e gli venne detto che se non avessero pagato 5000 dollari, Waldron e Anderson avrebbero venduto le foto ad una rivista mettendo fine alla loro carriera di arbitri.

Quando Runge e McKinley affermarono di non avere 5000 dollari, gli venne detto che la cosa sarebbe stata risolta se pagavano 3000 dollari e avessero usato il loro ruolo di umpires per influenzare una partita. Quando risposero che era ancora troppo, i due uomini si offrirono di pagare gli arbitri dai 1000 ai 2000 $ in cambio del loro condizionamento della partita in cui i due ricattatori potevano vincere una forte scommessa. Nel 1953, quando Waldron era stato arrestato per furto con scasso, la sua occupazione era "giocatore d'azzardo", e la sua fissazione sulle partite truccate potrebbe essere stata la sua intenzione sin dall'inizio.

La polizia, ovviamente, era a conoscenza dei negoziati e disse agli arbitri di organizzare un incontro con gli estorsori alle 13.00 presso il Friendship Airport di Baltimora. Uno dei detective disse a Runge: "Quando li incontrerete, voglio che sembriate spaventati e senza un soldo". "Ti dirò una cosa", rispose Runge, "sono spaventato e senza un soldo".

Waldron e Anderson si presentarono come concordato, senza sospettare che i due arbitri erano andati alla polizia. Credevano che gli arbitri avrebbero preferito occuparsi di loro che rischiare l'imbarazzo dell'esposizione pubblica ... ma persero. Quando arrivarono e dissero abbastanza per essere incriminati, i detective della polizia uscirono dall'ombra e presero in custodia i due uomini.

Il 6 settembre Runge testimoniò davanti al magistrato J. Nelson Clark e la testimonianza fu sufficiente perchè i due uomini e Spencer venissero incriminati davanti al Grand Jury. Ela, che apparentemente non aveva partecipato al complotto, non venne incriminata.

Alla luce della pubblicità negativa, Runge e McKinley furono esonerati per il resto della stagione 1960. La moglie di Runge rimase accanto a lui. "Non c'è niente di meglio di Ed", disse, "Non ha mai fatto nulla per cui vergognarsi nella sua vita".

Entrambi gli arbitri tornarono al loro dovere nel 1961, e la loro prestazione fu quanto mai buona. McKinley si ritirò dopo la stagione del 1965 quando raggiunse l'età obbligatoria del pensionamento di 55 anni e Runge si ritirò nel 1970. McKinley arbitrò nella World Series del 1964 e Runge in quella del 1967.

Nel momento in cui si ritirarono, la trasgressione del 1960 era stata praticamente dimenticata. La velocità con cui l'episodio passò nel dimenticatoio è riconducibile alle usanze giornalistiche dell'epoca, quando si riteneva molto importante proteggere l'immagine del gioco. Probabilmente, visto che molti giocatori, umpires e probabilmente giornalisti frequentavano gli strip club, avevano capito che sarebbe potuto accadere a loro e si identificarono con le vittime.

Nessuna partita venne influenzata e l'integrità del gioco, oltre alla pubblica consapevolezza che una coppia di arbitri era stata beccata con due spogliarelliste, fu tutelata. Ma per pochi giorni in agosto e a settembre del 1960, due arbitri dell'American League sudarono più di quanto non avessero mai fatto sotto la maschera e la pettorina durante una giornata estiva caldissima.

Claire Smith: la prima donna giornalista di baseball afroamericana ad entrare a Cooperstown

Claire Smith

Claire Smith ricorda di essersi sentita diversa, solitamente sola, spesso invisibile. Tale era la vita di una giovane ragazza nera che cresceva negli anni '60 nella periferia di Filadelfia a Bucks County, dove la maggioranza della popolazione era bianca.

Non andò molto meglio al liceo o all'università, mentre andava alla deriva senza un senso di appartenenza, identità o scopo. "Una delle anime perse della vita", così si descrisse allora.

Non era l'inizio più probabile per qualcuno che avrebbe poi trovato la sua vita nel baseball, come giornalista ispiratrice e pionieristica. Decenni prima che Sheryl Sandberg implorasse le donne ad alzarsi in piedi e a farsi avanti per l'equità di genere, Claire Smith si aggrappò al suo ambiente maschile dominante con grazia, eloquenza e coraggio senza lamentarsi. Ora, dopo un viaggio di tre decadi come giornalista di baseball - e di persistenti brutali offese dallo sfrontato sessismo – è stata onorata nel 2017 a Cooperstown come la prima donna afro-americana a ricevere il J.G. Taylor Spink Award, il più alto premio accordato a uno scrittore di baseball.

Claire Smith mentre parla, dopo aver ricevuto il J.G. Taylor Spink Award per il giornalismo, alla Baseball Hall of Fame il 29 luglio 2017

Ora ha 63 anni, non è da sola e non è più invisibile. È rispettata - in realtà amata - nei circoli del baseball e dei media per il suo calore, saggezza e gentile contegno. È una parte preziosa della staff giornalistico del baseball di ESPN, dove è stata redattrice coordinatrice dal 2007.

Ma Smith impresse il suo marchio indelebile sui giornali - quando i giornali erano davvero importanti - per 32 anni come giornalista sportivo, editorialista e redattore di due giornali di Filadelfia (il Bulletin e l'Inquirer), l'Hartford Courant e il New York Times. È stata nominata per due Pulitzer ed è stata la prima giornalista donna afroamericana a intervistare gli Yankees nel 1983, una squadra inquieta durante un'era selvaggia e folle.

Se la si chiama pioniere Smith si sdegna. Ti ricorda i suoi coraggiosi fratelli, le poche donne giornaliste sportive degli anni '70 che sono diventate maggiorenni durante gli sconvolgimenti sociali del movimento delle donne come precursori nella lotta per l'accesso e l'equità. Quanto a chi la influenzò di più, Smith accredita senza esitazione i suoi genitori, Bernice e William Smith, che hanno superato le indignazioni razziali prima del movimento per i diritti civili degli anni '50 e '60.

"Come diceva mio padre nel dibattere della razza, 'Devi dimostrare quello che non sei prima di dimostrare quello che sei,'" ha detto Smith.

Da ragazzina, Claire era infusa dall'orgoglio e dalla forza dei suoi genitori - la madre immigrata giamaicana lavorava come chimico alla General Electric nel programma spaziale, e suo padre divenne un artista affermato.

Entrambi i genitori si sono rivelati dei seri appassionati di baseball che hanno nutrito la figlia con la leggenda di Jackie Robinson. Il momento della consapevolezza di Claire, come ricorda spesso, arrivò mentre era in terza della St. James Elementary School.

"Le suore portarono la nostra classe nello scantinato della chiesa e ci fecero vedere The Jackie Robinson Story, il fil autobiografico del 1950 con Ruby Dee nella parte di Rachel Robinson e Jackie che interpretava se stesso. "Oh mio Dio, avevano dato una faccia e una voce all'uomo di cui mia madre mi parlava sempre. Mi sono assolutamente innamorata di lui, vedendo cosa aveva fatto per il baseball, per questo paese, e mostrando che tutto è possibile".

Per molti versi, l'eredità di Jackie Robinson, che aveva rotto la barriera del colore con la sua stoica tolleranza, sopravvive in Claire Smith. La sua eredità è visibile nei nomi degli autori e nei volti femminili in tutto il panorama dei media sportivi di oggi. "Sono molto grata a Claire Smith, che potrebbe anche essere la persona più simpatica del pianeta", ha dichiarato Tara Sullivan, editorialista sportiva di Bergen Record del New Jersey. "È importante ricordare che cosa ci è voluto per portarci qui, come ha assorbito gli attacchi e le frecciate così che alla fine noi non lo subissimo".

Questo non vuol dire che i problemi non esistano ancora. Alla Sullivan stessa è stato negato l'accesso alla clubhouse dell'Augusta National mentre seguiva il Masters alcuni anni fa.

Ma Smith ha aiutato a modificare lo status quo di quello che è stato un club di vecchi ragazzi per oltre un secolo, il corpo dei giornalisti di baseball, probabilmente il più potente degli sport americani. Come una delle poche donne preziose che scrissero di baseball negli anni '80, si era scagliata contro i limiti, ma ha lavorato diligentemente per ottenere il rispetto dei suoi colleghi e degli argomenti che trattava.

"È stato uno sport molto conservatore, e non sempre il più illuminato", ha detto John Quinn, ex redattore sportivo del Philadelphia Inquirer, dove Smith ha lavorato dal 1998 al 2007. "Ma quello che si è evoluto è un enorme rispetto e apprezzamento per Claire per la sua autenticità, il suo lavoro e il modo in cui tratta le persone a tutti i livelli. I giocatori si fidano di lei, i manager si fidano di lei, tutti quelli che conosco hanno una grande fiducia in lei".

C'è anche una grande passione per il suo lavoro, come evidenziato dai suoi colleghi - la Baseball Writers of America Association (BBWAA) - che l'hanno votata per vincere il prestigioso Spink Award. Prende il nome dal compianto editore di Sporting News morto 55 anni fa, che riconosce "i contributi meritori agli scrittori di baseball", e tra i vincitori del passato ci sono giornalisti come Red Smith e Grantland Rice.

Ogni volta che viene invitata a parlare nelle università o nei musei, viene invariabilmente interrogata su quel giorno di ottobre del 1984 durante le National League Championship Series tra Cubs e Padres, che è diventato un momento determinante per stabilire a che livello era il posto di lavoro per le donne nei media sportivi. Dopo Gara 1, una banda di giocatori dei Padres aveva verbalmente aggredito la Smith nella club house, prima che un funzionario del club l'allontanasse con la forza. Era terribilmente scossa e terribilmente spaventata che non sarebbe stata in grado di scrivere la sua storia. Fortunatamente, Steve Garvey aveva sentito parlare di ciò che era successo e uscì dalla club house e rilasciò un'intervista alla Smith.

"È stato umiliante e travolgente", ha detto la Smith.

Ancora oggi, la Smith apprezza la professionalità di Garvey. Preferisce ricordare quella straziante esperienza al Wrigley Field come "una brutta giornata sul lavoro in 40 anni".

Quando la Smith è stata premiata lo scorso gennaio alla cena della BBWAA a New York, Garvey l'ha presentata: "Con il suo modo caloroso e gentile, ci ha completamente conquistati, Non solo ha scritto, ma ci ha insegnato a fare la cosa giusta e a dire la cosa giusta".

I Commissioner Fay Vincent (MLB), David Stern (NBA) e Paul Tagliabue (NFL) parlano con Claire durante l'Association for Women in Sports Media Convention del 1992

L'episodio della clubhouse si verificò sei anni dopo che Melissa Ludtke di Sports Illustrated aveva citato in giudizio (vincendo) la Major League Baseball dopo essere stata bandita dallo spogliatoio degli Yankees durante la World Series del 1978. Tuttavia, ciò non aveva necessariamente influenzato le regole individuali del club o della league.

Solo pochi giorni dal suo incarico come Commissioner nel 1984, Peter Ueberroth, che aveva appena completato l'organizzazione delle Olimpiadi di Los Angeles, reagì in modo furibondo quando venne a sapere cosa era successo alla Smith. Per fortuna c'erano anche altri membri che non la pensavano alla stessa maniera nella comunità del baseball.

"Ueberroth proveniva dalle Olimpiadi del 21° secolo", racconta la Smith, "Disse che questo non sarebbe più stato un problema. Tolse il potere ai clubs e da quel momento cambiò tutto".

Eppure si era ancora alla metà degli anni '80, un periodo in cui la Smith era una delle sole tre giornaliste di sesso femminile nella Major League Baseball. Con l'establishment del gioco lento a mostrare sostegno, e anche rispetto, per le donne reporter, non c'era da meravigliarsi che anche le colleghe della Smith vennissero trattate con disprezzo. Il sempre affascinante Dave Kingman spedì una scatola regalo avvolta con un nastro rosa a Susan Fornoff del Sacramento Bee. La scatola conteneva un topo morto.

Qualunque opposizione e isolamento abbia dovuto sopportare, la Smith è sempre rimasta positiva riguardo al gioco. E lei ha sempre dato ai suoi lettori ben più del solo baseball: "Ho provato a scrivere sulla parte umana del gioco, chi sono i giocatori, quali valori li hanno formati. E ho sempre voluto dare voce ai sotto rappresentati ".

A quel punto, la Smith è diventata una coscienza sociale dello sport come quella prodotta da Jackie Robinson e Larry Doby - eppure era uno sport che non aveva avuto un record stellare nelle assunzioni delle minoranze e che ha visto un allarmante declino nel numero di giocatori neri. Vivendo per anni nella zona di Filadelfia, non ha mai dimenticato come la città natale dei Phillies fosse stata così intollerante della loro prima stella nera, Dick Allen, e che la loro successiva stella nera, Ryan Howard, sia arrivata solo circa 40 anni dopo.

Quando si formò l'espansione con la franchigia dei Colorado Rockies nel 1991, fu offesa dal fatto che il nuovo front office del team fosse esclusivamente sfera d'azione di maschi bianchi. Informò il presidente della League, Bill White, e il Commissioner Fay Vincent, che non furono troppo contenti. Poco dopo, i Rockies annunciarono l'assunzione di Don Baylor, il quarto manager nero del gioco.

In questi giorni, Smith è un mentore per i giovani in un panorama dei media in rapida evoluzione. Le porte sono più aperte alle donne e alle minoranze, ma non nel suo vecchio mondo dei giornali. Lamenta il declino di un'industria che era tradizionalmente così intrecciata con il baseball e che le ha offerto l'opportunità di lavorare nel gioco che ama.

Trova conforto nelle innumerevoli amicizie che ha fatto negli anni nel baseball, e trova una dolce simmetria nell'essere onorata a Cooperstown quest'anno. Si lega con il 70° anniversario del suo eroe che aveva spezzato la barriera del colore nel baseball.

Parlando a una cena della Fondazione Jackie Robinson nei primi mesi del 2017, Smith si è emozionata parlando dell'uomo il cui credo è che una vita non è importante se non nell'impatto che ha sulle altre vite. Riassumendo il significato della sua eminente vita nel baseball, ha detto: "In che modo lo sport invade il mondo reale, e viceversa, e cosa direbbe Jackie se lo fa o no? Queste domande saranno sempre importanti per me e non mi stancherò mai di chiederlo, né mai mi fermerò".