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Nella Major League Baseball, il Manager of the Year Award è il riconoscimento assegnato ogni anno dal 1983 ai migliori managers dell'AL e della NL. Il vincitore è votato da 30 membri della Baseball Writers Association of America (BBWAA). Ognuno assegna un voto per il primo, secondo e terzo posto tra i managers di ogni League. Il manager con il punteggio più alto in ciascuna League vince il premio.

Diversi managers hanno vinto il premio in una stagione in cui hanno condotto la loro squadra a 100 o più vittorie. Lou Piniella ha vinto 116 partite con i Seattle Mariners nel 2001, il maggior numero di partite, e Joe Torre ne ha vinte 114 con i New York Yankees nel 1998. Sparky Anderson e Tony La Russa finirono con identici record, 104-58, rispettivamente nel 1984 e nel 1988. Altri tre managers della National League, tra cui Dusty Baker, Whitey Herzog e Larry Dierker, hanno superato il record di 100 vittorie. Baker dei San Francisco Giants ha vinto 103 partite nel 1993, Dierker 102 nel 1998 con gli Houston Astros e Herzog trascinò i Cardinals a 101 vittorie nella terza stagione del premio.

Nel 1991, Bobby Cox è diventato il primo manager a vincere il premio in entrambe le Leagues, vincendo con gli Atlanta Braves, dopo aver già vinto con i Toronto Blue Jays nel 1985. La Russa, Piniella, Jim Leyland, Bob Melvin, Davey Johnson e Joe Maddon hanno da allora vinto il premio in entrambe le Leagues. Cox e La Russa hanno vinto il maggior numero di premi, con quattro. Baker, Leyland, Piniella e Maddon hanno vinto tre volte. Nel 2005, Cox è diventato il primo manager a vincere il premio in anni consecutivi. Jeff Banister e Joe Maddon sono i vincitori più recenti.

A causa dello sciopero della Major League nel 1994-1995 che tagliò la regular season e cancellò la post-season, i giornalisti della BBWAA crearono de facto un mitico campione nazionale (simile al college football) nominando i managers delle due squadre delle Leagues che al momento dell'interruzione avevano la migliore percentuale di vittorie, e che erano Buck Showalter, dei New York Yankees, e Felipe Alou, dei Montreal Expos. Due franchigie, i New York Mets e i Milwaukee Brewers, non hanno mai avuto un manager che abbia vinto il prestigioso premio.

Solo sei managers hanno vinto il premio durante la guida di un team che è terminato al di fuori dei primi due posti nella loro division. Ted Williams fu il primo, dopo aver guidato "l'espansione" dei Washington Senators ad un terzo posto (86-76, la loro sola stagione vincente) nell'American League East nel 1969. Buck Rodgers ha vinto il premio nel 1987 con gli Expos al terzo posto. Tony Peña e Showalter hanno vinto il premio con il terzo posto delle loro squadre in anni back-to-back: Peña con i Royals nel 2003, e Showalter con i Rangers nel 2004. Joe Girardi è l'unico manager a vincere il premio con un team al quarto posto (Florida Marlins del 2006); E' anche l'unico manager a vincere il premio con una squadra con un record perdente.

Legenda:

Membro della National Baseball Hall of Fame
^
Indica più vincitori del premio nello stesso anno
(#) Numero di vittorie da parte dei managers che hanno vinto il premio più volte
Year Anno in cui è stato vinto il premio

NATIONAL LEAGUE

Year Manager Team Division Finish Record
1983
Tommy Lasorda (1)† Los Angeles Dodgers West 1st
91–71
1984
Jim Frey Chicago Cubs East 1st
96–65
1985
Whitey Herzog† St. Louis Cardinals East 1st
101–61
1986
Hal Lanier Houston Astros West 1st
96–66
1987
Buck Rodgers Montréal Expos East 3rd
91–71
1988
Tommy Lasorda (2)† Los Angeles Dodgers West 1st
94–67
1989
Don Zimmer Chicago Cubs East 1st
93–69
1990
Jim Leyland (1) Pittsburgh Pirates East 1st
95–67
1991
Bobby Cox (2)† Atlanta Braves West 1st
94–68
1992
Jim Leyland (2) Pittsburgh Pirates East 1st
96–66
1993
Dusty Baker (1) San Francisco Giants West 2nd
103–59
1994[b]
Felipe Alou Montréal Expos East 1st
74–40
1995
Don Baylor Colorado Rockies West 2nd
77–67
1996
Bruce Bochy San Diego Padres West 1st
91–71
1997
Dusty Baker (2) San Francisco Giants West 1st
90–72
1998
Larry Dierker Houston Astros Central 1st
102–60
1999
Jack McKeon (1) Cincinnati Reds Central 2nd
96–67
2000
Dusty Baker (3) San Francisco Giants West 1st
97–65
2001
Larry Bowa Philadelphia Phillies East 2nd
86–76
2002
Tony La Russa (4)† St. Louis Cardinals Central 1st
97–65
2003
Jack McKeon (2) Florida Marlins East 2nd
75–49
2004
Bobby Cox (3)† Atlanta Braves East 1st
96–66
2005
Bobby Cox (4)† Atlanta Braves East 1st
90–72
2006
Joe Girardi Florida Marlins East 4th
78–84
2007
Bob Melvin (1) Arizona Diamondbacks West 1st
90–72
2008
Lou Piniella (3) Chicago Cubs Central 1st
97–64
2009
Jim Tracy Colorado Rockies West 2nd
92–70
2010
Bud Black San Diego Padres West 2nd
90–72
2011
Kirk Gibson Arizona Diamondbacks West 1st
94–68
2012
Davey Johnson (2) Washington Nationals East 1st
98–64
2013
Clint Hurdle Pittsburgh Pirates Central 2nd
94–68
2014
Matt Williams Washington Nationals East 1st
96–66
2015
Joe Maddon (3) Chicago Cubs Central 3rd
97–65
2016
Dave Roberts Los Angeles Dodgers West 1st
91-71
2017
Paul Molitor Minnesota Twins Central 2nd
85-77

AMERICAN LEAGUE

Year Manager Team Division Finish Record
1983
Tony La Russa (1)† Chicago White Sox West 1st
99–63
1984
Sparky Anderson (1)† Detroit Tigers East 1st
104–58
1985
Bobby Cox (1)† Toronto Blue Jays East 1st
99–62
1986
John McNamara Boston Red Sox East 1st
95–66
1987
Sparky Anderson (2)† Detroit Tigers East 1st
98–64
1988
Tony La Russa (2)† Oakland Athletics West 1st
104–58
1989
Frank Robinson † Baltimore Orioles East 2nd
87–75
1990
Jeff Torborg Chicago White Sox West 2nd
94–68
1991
Kelly, Tom Minnesota Twins West 1st
95–67
1992
La Russa, Tony (3)† Oakland Athletics West 1st
96–66
1993
Lamont, Gene Chicago White Sox West 1st
94–68
1994[b]
Buck Showalter (1) New York Yankees East 1st
70–43
1995
Lou Piniella (1) Seattle Mariners West 1st
79–66
1996^[c]
Johnny Oates Texas Rangers West 1st
90–72
1996^[c]
Joe Torre† New York Yankees East 1st
92–70
1997
Davey Johnson (1) Baltimore Orioles East 1st
98–64
1998
Joe Torre (2)† New York Yankees East 1st
114–48
1999
Jimy Williams Boston Red Sox East 2nd
94–68
2000
Jerry Manuel Chicago White Sox Central 1st
95–67
2001
Lou Piniella (2) Seattle Mariners West 1st
116–46
2002
Mike Scioscia Anaheim Angels West 2nd
99–63
2003
Tony Peña Kansas City Royals Central 3rd
83–79
2004
Buck Showalter (2) Texas Rangers West 3rd
89–73
2005
Ozzie Guillén Chicago White Sox Central 1st
99–63
2006
Jim Leyland (3) Detroit Tigers Central 2nd
95–67
2007
Eric Wedge Cleveland Indians Central 1st
96–66
2008
Joe Maddon (1) Tampa Bay Rays East 1st
97–65
2009
Mike Scioscia (2) Los Angeles Angels West 1st
97–65
2010
Ron Gardenhire Minnesota Twins Central 1st
94–68
2011
Joe Maddon (2) Tampa Bay Rays East 2nd
91–71
2012
Bob Melvin (2) Oakland Athletics West 1st
94–68
2013
Terry Francona Cleveland Indians Central 2nd
92–70
2014
Buck Showalter (3) Baltimore Orioles East 1st
96–66
2015
Jeff Banister Texas Rangers West 1st
88–74
2016
Terry Francona (2) Cleveland Indians Central 1st
94–67
2017
Torey Lovullo Arizona Diamondbacks West 2nd
93–69

Note:

a) Lo sciopero della Major League Baseball aveva chiuso la stagione 1994 l'11 agosto, così come la cancellazione dell'intera postseason, e i membri della Baseball Writers Association of America scelsero di assegnare un nome "non ufficiale" ai campioni di ciascuna League (simile al college football).
b) Johnny Oates e Joe Torre arrivarono alla pari nella votazione tra gli elettori dell'American League nel 1996.

 

 

La storia della maledizione di Chief Wahoo

Mentre i Chicago Cubs con la loro prima World Series vinta dopo 108 anni vivono con grandissima gioia la fine definitiva della "Maledizione di Billy Goat", gli appassionati di baseball di Cleveland devono addossare la loro sconfitta come punizione per la loro mascotte razzista: Chief Wahoo.

Una maledizione fu lanciata dall'attivista politico dei Nativi Americani Russell Means sul logo della squadra di baseball dei Cleveland Indians dicendo: "Incarna l'immagine stereotipata dei Nativi Americani. Attacca il patrimonio culturale degli Indiani d'America e distrugge l'orgoglio indiano". "(Riferendosi a Means) la maledizione in particolare colpisce la squadra alla settima partita delle World Series con un vantaggio di 3 punti, e la sconfitta avviene per un walk-off grand slam home run sull'ultimo lancio. La sconfitta deve essere straziante per la città e i suoi tifosi", ha scritto il sostenitore della maledizione Ed Rice in un pezzo originariamente scritto il 31/10/2016 per il Bangor Daily News.

Come ha scritto Peter Pattakos nel 2012 per il Cleveland Scene, è opinione diffusa a Cleveland che si stia "pagando il prezzo per abbracciare l'ultimo simbolo razzista accettabile in America". Questo simbolo è Chief Wahoo, la caricatura razzista di Cleveland di un Capo dei Nativi Americani, disegnato per la prima volta nel 1947 da un disegnatore di 17 anni e rifatto con la faccia rossa nel 1951.

Similmente, Ed Rice ha scritto per Indian Country Today: "La squadra di baseball della città è stata colpita dalla sfortuna da allora, come la maggior parte delle altre squadre sportive professioniste della città".

L'ultima volta che i Cleveland hanno vinto la World Series è stato nel 1948. I Cleveland Browns, che non hanno mai giocato nel Super Bowl, sono anche nel 2016 "l'ultima squadra senza vittorie nel campionato", secondo Sports Illustrated. I Cavaliers hanno dovuto recuperare da un 3-1 di svantaggio contro i Golden State Warriors nel mese di giugno per vincere le finali NBA per la prima volta nella storia della franchigia.

La maledizione di Chief Wahoo non è solo dovuta alla sfortuna che colpisce una squadra sportiva. Essa riflette un problema più grande: il fallimento degli Stati Uniti nel riconoscere l'umanità delle popolazioni indigene del paese, anche nel 2016.

Più di mezzo secolo dopo, gli studi dimostrano che questo continua ad essere vero. Nel 2014, il Center for American Progress ha pubblicato un rapporto dettagliato sull'impatto psicologico dannoso di queste mascotte, che creano un'ambiente di apprendimento ostile nelle scuole. La mascotte dei Nativi Americani crea la pubblica bassa autostima e mina la salute mentale tra gli indigeni costretti a tollerare questi simboli.

"La questione non è di correttezza politica, ma di promuovere la dignità umana a coloro a cui è stata negata per troppo tempo in questo paese", secondo Joaquin Gallegos, un membro della Jicarilla Apache Nation and the Pueblo of Santa Ana.

Chief Wahoo non è solo un simbolo dell'orgoglio di una squadra sportiva della Major League. Rappresenta una fonte inquietante di dissonanza cognitiva: i nativi americani sono valutati più in America come mascotte sportive che come persone reali con bisogni e diritti reali che sono stati storicamente trascurati e negati dall'inizio dell'America.

Così la maledizione di Chief Wahoo è reale?

Può esserlo. O forse no. Il fatto innegabile è che la maledizione è un promemoria del fallimento vergognoso dell'America di riconoscere le persone indigene come persone reali.

Si scopre che tanto di ciò che pensiamo di sapere su Chief Wahoo è sbagliato.

Louis Sockalexis nel 1900

Anche l'origine del nome "Indians" è molto discusso. Il front office del team sostiene che il nome Indians onora un vecchio "purosangue Nativo Americano" di nome Louis Sockalexis che aveva giocato per il club alla fine del XIX secolo. Nel corso di una serie di franchigie in più Leagues, i clubs di baseball di Cleveland non si erano mai appiccicati un soprannome. Forse il peggiore fu la vecchia franchigia di Cleveland nella Players League, gli Infants, che persero 75 delle 130 partite nella loro unica stagione. Nel 1901, la franchigia di Cleveland, nella nuova American League, venne chiamata i Blues, e poi i Bronchos nel 1902. Il team divenne Naps nel 1903 da Napoleon Lajoie, il famosissimo seconda base e futuro Hall-of-Famer. Ma quando Nap venne ceduto dopo la stagione 1914, la squadra aveva bisogno di un nuovo eroe, e un nuovo nome.

Il 18 gennaio del 1915, un articolo del Plain Dealer intitolato "Looking Backward", confermava che "molti anni fa ci fu un indiano di nome Sockalexis che fu un giocatore stellare ... la squadra si chiamerà 'Indians' per onorarlo". Ma molti scrittori e storici attuali dicono che è falso. Ellen J. Staurowsky per primo ha suggerito in un articolo storico del 1998 che il nuovo nome potrebbe essere stato assorbito dalla popolarità dei Boston Braves del 1914, che miracolosamente erano saliti dall'ultimo posto al primo a metà della stagione. Craig Calcaterra di Hardball Talk della NBC è d'accordo, indicando la storia Sockalexis come "falsa". Keith Olbermann la definisce "menzognera". Il punto di vista sui Braves supera la prova del buon senso: Prendere in prestito le idee di un team di successo è una tradizione antica quanto il gioco. Scegliere "Indians" per evocare "Braves" sembra molto plausibile, soprattutto se si considera l'amore del baseball per la superstizione. Quale miglior karma da adottare se non un soprannome ispirato alla squadra che ha appena vinto tutto?

Altri racconti sostengono l'idea che il nome in realtà era destinato a onorare Sockalexis che fu, da maggio a luglio del 1897, un ottimo giocatore di baseball. In effetti, Sockalexis era così amato, dopo aver colpito più di .370 in quella primavera - che i giornalisti sportivi scrissero poesie su di lui sui giornali. Nel Plain Dealer:

This is bounding Sockalexis
Fielder of the mighty Clevelands
All the crowd cries: “Sockalexis,
Sockalexis, Sockalexis!”
When he circles like the eagle
Round the bases, or serenely
Slides upon his solferine
Pie and doughnut padded stomach,
Wiping all the glaring war paint
Off his nasal in a jiffy.

Entro giugno, Sockalexis era così popolare che gli annunci locali iniziavano ad utilizzare il suo nome per propagandare i loro prodotti, quasi certamente senza la sua approvazione. Negli annunci di John, Browning, King & Co. si vantavano che i loro prodotti "hanno prezzi che stupiscono anche Sokalexis".

Alcuni giocatori di baseball possono avere un'estate perfetta. A luglio, le cose andavano ancora bene per Sockalexis e un articolo dell'8 luglio del 1897 titolava ”A Wooden Indian, Sockalexis played very much like one for once”. Ma verso il 17 agosto, il documento rivela che Sockalexis ebbe problemi di salute "sospenso per qualche tempo a causa della sua indulgenza all'alcool". Tra le tante voci scandalose, c'era anche il timore di una amputazione della gamba a causa "dell'avvelenamento del sangue".

L'inversione della fortuna di Sockalexis a causa della sua lotta con l'alcolismo e il suo successivo trattamento da parte della stampa, fu così assoluto che anche i giornali nazionali ne furono coinvolti. Il 19 ottobre, il Baltimora News scrisse una poesia intitolato "The Song of Sockalexis" :

All your wampum couldn’t
Coax me from the cup that cheers me …
I’d rather play a date with Booze than anything I know of!
Thus departed Sockalexis
To the Land of Awful Headaches,
To the daffy land of Dopedum
And the forests, dark and lonely

Sockalexis morì alla vigilia di Natale del 1913, all'età di 42 anni in una riserva indiana nel Maine. Il Plain Dealer scrisse di Sockalexis "il più grande giocatore di baseball naturale che sia mai vissuto".

Ma andiamo avanti:

L'adulazione e i tributi fanno girare la testa degli aborigeni: cadde nelle cattive abitudini e divenne totalmente indisciplinato. "Era solo un indiano, dopo tutto," avevano commentato gli appassionati che erano stati i suoi ammiratori più entusiasti.

Nessun giocatore di baseball dovrebbe essere immune alle frecciate della stampa della sua città natale. Ma Sockalexis fu trattato in modo diverso a causa della sua razza, anche quando era grande, e soprattutto quando era in cattive condizioni. Quando i giornalisti sportivi di Cleveland furono interpellati nel 1915 per scegliere un nuovo nome per la squadra, onorarono Sockalexis per la nostalgia di un paio di mesi emozionanti di gioco - o avevano un senso di colpa per il modo in cui lo avevano trattato? O era un tentativo – simile a "Infants" - per l'ultimo orribile posto della squadra? Sockalexis era un prospetto fallito la cui tragedia era, nelle parole dei giornali, inseparabile dal suo patrimonio genetico. Eppure, la sua stessa presenza nelle Majors era ed è ancora vista da molti come eroica. Nel Louis Sockalexis: The First Cleveland Indians, di David L. Fleitz lo indica come "la versione di Jackie Robinson dei nativi americani".

Chief Wahoo come fu disegnato da Walter Goldbach nel 1947

L'origine ufficiale del logo di Wahoo sembra molto meno problematico. La storia diffusa è che nel 1947, mezzo secolo dopo Sockalexis, il proprietario degli Indians, Bill Veeck, assunse un ragazzo 17enne di nome Walter Goldbach che disegnò la caricatura. Goldbach, che lavorava per un'agenzia pubblicitaria locale, difende ancor oggi Wahoo spiegando in un'intervista che "era l'ultima cosa nella mia mente offendere qualcuno". Dopo alcune modifiche nel 1951 (meno naso, e più rosso), l'immagine Wahoo è diventata la versione che vediamo oggi, anche se è notevolmente ridotto l'uso sul sito ufficiale, sulle uniformi e intorno al Progressive Field.

Chief Wahoo modificato nel 1951

Ma non è la vera origine del famoso logo Wahoo.

La verità è che una caricatura molto simile era già molto in uso, ma non ufficiale, quindici anni prima che Veeck commissionasse Wahoo nel 1947. Il 3 maggio del 1932, questa piccola immagine era apparsa sulla prima pagina del Plain Dealer:

C'è una lunga storia di stereotipi razziali nei cartoni animati che raffiguravano i nativi americani, rendendo molti di loro, per definizione, simili in apparenza. Questa è una parte del problema. Eppure, questo sembra un po' come il nostro Wahoo. Il giorno successivo:

Ai lettori era piaciuto il cartone animato, così è continuato, attraverso cattive partite e sospensioni per pioggia:

Il personaggio fu chiamato "The Little Indian". Appariva su ogni pagina per riportare l'esito del gioco precedente. Diventò un box score visivo che chiunque, compresi i bambini, erano in grado di leggere.

Il creatore di Little Indian era il nativo di Cleveland Fred George Reinert, che disegnò l'immagine subito dopo essere stato assunto nei primi anni trenta. Era diventato così popolare che "Ogni volta che i bambini della scuola andavano in tour al giornale Plain Dealer, quasi sempre chiedevano di vedere l'uomo che aveva disegnato The Little Indian".

"Good old Reiny" disegnò molti cartoni animati di sport prima di ritirarsi nel 1962. Poi continuò nel business con il figlio, lavorando in una televisione locale, e disegnò caricature ufficiali per la Pro Football Hall of Fame. Anche dopo il suo ritiro, il giornale seguiva le sue attività ed esortò i fans a scrivergli lettere quando si ammalò.

Little Indian funzionò per trent'anni. Le somiglianze con il moderno Wahoo, che aveva preceduto di quindici anni, sono sbalorditive.

Un amico di Reinert di nome George Condon scrisse in un articolo del 1972: "Quando il club di baseball decise di adottare la caricatura di un indiano come simbolo ufficiale, aveva assunto un artista per disegnare un piccolo ragazzo che era molto vicino alla creazione di Reinert; un fratello di sangue, senza dubbio".

Condon sembra essere stato l'unico ad aver detto questo, almeno sulla stampa. Reinert morì nel 1974, ed era stato un punto fisso dello sport di Cleveland. Tuttavia non viene mai richiamato in tutta la letteratura ufficiale degli Indians, o in tutti i libri sulla creazione del logo di Wahoo.

Ma per quanto riguarda il nome attuale di "Chief Wahoo"?

Nessuno sembra sapere quando è apparso per la prima volta.

Reinert non glielo diede. "La prima volta che l'ho creato", disse in una successiva intervista, "Avevo scelto il nome di Tommy Hawk, ma poi ho scoperto che qualcuno aveva pensato al nome". Neppure Goldbach gli diede il nome. Disse che il nome era approssimativo: "E' un guerriero. Ha una sola piuma. I Chiefs hanno copricapi con molte piume".

Allora, chi diede il nome Chief Wahoo?

"Chief Wahoo" era in realtà un soprannome abbastanza comune per qualsiasi generico personaggio indiano. In realtà, vi era un fumetto popolare chiamato "Big Chief Wahoo" che fu pubblicato dal 1936 al 1947. Il personaggio principale, naif, un compagno collaborativo, assomigliava un po' all'immagine di Wahoo degli Indians, ma il nome potrebbe essere stato influente. "Wahoo" era anche un'esultazione popolare nel baseball a Cleveland. Peter Pattakos, nel suo articolo del 2012 su Cleveland Scene "The Curse of Chief Wahoo", osserva che i sostenitori avevano alimentato "le nuove basi del linguaggio dei tifosi", con il bizzarro "WAHOO ZOEA-ERK!" e "SLKRO-WOW WAHOOOOOOO!" pronunciati per la prima volta nel 1915.

Sulla stampa, il nome di "Chief Wahoo" non sembra sia mai apparso fino al debutto nell'anno 1950. I racconti ufficiali su Wahoo non offrono un'allettante possibilità di sapere da dove il nome sia potuto provenire, ma neanche come i fans dei Tribe lo associarono.

Nel Plain Dealer, del 22 giugno 1942, i fans erano invitati a "Ricordare il nome di Allie Reynolds ... E' un indiano vero e a meno che le previsioni siano tutte sbagliate lui sarà un Cleveland Indians ... di recente ha messo strikeouts 37 battitori in tre partite consecutive" nelle minor. Il 2 agosto dello stesso anno: "Di tutti i loro prospetti di minor league, gli Indians si sentono più ottimisti circa un lanciatore di nome Allie Reynolds".

Quando Reynolds - membro della Muscogee (Creek) Nation - fu finalmente convocato a settembre del 1942 con i Cleveland, venne descritto sui giornali come "Bruno, dagli occhi neri" . Era un padre di famiglia il cui sogno della vita era semplicemente "diventare un lanciatore".

Allie Reynolds lanciò nella sua prima partita in major league il 17 settembre del 1942 e fece altre due presenze come rilievo in quella stagione. Quando iniziò lo spring trainer dell'anno successivo, Reynolds fu dichiarato "Unsigned Tribesman" e non c'era nessuna certezza che potesse far parte della squadra. Ma guadagnò un posto nel bullpen con il club nel 1943. I suoi primi impressionanti strikeouts totali (151 entro la fine della stagione per guidare l'AL), ben presto gli permisero di avere un posto sicuro come partente.

Reynolds lanciò per gli Indians per cinque anni, per lo più come partente. Giocò in 139 partite e ne terminò un quarto. Con Bob Feller si arruolò nelle forze armate (Reynolds, come padre, sarebbe stato esente), e divenne un beniamino dei tifosi.

Allie Reynolds

In data 11 ottobre 1946, Reynolds fu ceduto ai New York Yankees. Dato che Feller era intoccabile, la stella degli Yankees Joe DiMaggio, si racconta, avesse suggerito ai suoi capi di chiedere Reynolds, perché non avrebbe mai potuto colpire la fastball del lanciatore di Cleveland. La franchigia dei Tribe lo cambiò con il grande seconda base Joe "Flash" Gordon.

I fans degli Indians sanno bene che cosa successe dopo.

Reynolds era bravo con gli Indians, ma fu grande con gli Yankees. Fu una parte fondamentale dei sei titoli delle World Series vinti, cinque di fila dal 1949 al 1953. Aveva una media di quasi 18 vittorie a stagione nei suoi primi sei anni. Nell'estate del 1951, lanciò due no-hitters. Il manager Casey Stengel disse che "Reynolds era due volte grande, come partente e come rilievo, e che nessuno può fare come lui ... Lui ha coraggio". Nelle postseasons, Reynolds fece scintille. Nelle partite delle World Series, andò 7-2 con una ERA di 2.79 con oltre 77 inning, tra cui tre spettacolari Series come rilievo. In 26 postseason at-bats colpì .308.

Il sorprendente soprannome di Reynolds apparve il 6 ottobre del 1950 sul suo vecchio giornale locale, il Plain Dealer. Sotto il titolo di "Chief Wahoo Whizzing" i fans di Reynolds appresero che "Allie (Chief Wahoo) Reynolds, the copper-skinned Creek (Allie Chief Wahoo Reynolds, il Creek dalla pelle di rame)" aveva perso a Philadelphia, ma "in the clutches, though, the Chief was a standup gent—tougher than Sitting Bull" (nei momenti decisivi, però, il Chief è stato un accanito lottatore - più duro di Toro Seduto).

Gli Yankees erano sempre al centro delle news del baseball (anche a Cleveland), ma soprattutto Reynolds raccolse un sacco di coperture nella sua vecchia città. Negli articoli successivi, egli viene chiamato "Chief Wahoo", "Old Wahoo", o semplicemente "Wahoo".

Reynolds realizzò alcune delle sue migliori cose contro la sua vecchia squadra. Il suo primo no-hitter nel luglio del 1951 fu contro gli Indians e Feller (il suo ex compagno di stanza). In quella partita, "Chief Wahoo" mise strikeouts gli ultimi diciassette battitori. A New York, i giornalisti chiamavano Reynolds "Super Chief", probabilmente in coincidenza con un popolare treno ad alta velocità. Ma era forse una naturale estensione del suo precedente soprannome a Cleveland. Ma "Super Chief" rimase, e quel soprannome è inciso sulla targa d'oro di Reynolds allo Yankee Stadium. Reynolds è stato uno dei primi ex Indians a fare la differenza sul successo delle squadre Yankees, un club che comprende Graig Nettles, David Justice e C.C. Sabathia. Si potrebbe dire che Reynolds aveva iniziato un proficuo rapporto tra le due squadre. O una maledizione, dipende da quale delle due città si vede la cosa.

Il nome "Chief Wahoo" era apparso anche nella popolare rubrica sportiva di Cleveland "The Sport Trail" di Jimmy Doyle. Il 25 maggio, del 1951, Doyle scrisse che "E' pregevole vedere ciò che ha imparato da Bob Feller", e, "Questo è Chief Wahoo" come un possibile commiato per il passato di Reynolds. Wahoo (uno dei tanti impiegati nella scrittura di Doyle), sarebbe rimasto per un po', facendo dichiarazioni pro-Indians, come per indicare: "Qual'era il nome dell'altro ragazzo nuovo? Sai, quello che continua a vincere campionati a New York?". La prima volta che venne indicato il nome "Chief Wahoo" fu quando gli Indians utilizzarono una mascotte fisica nel 1952. Era una persona nel costume Wahoo che partecipò ad un party per bambini organizzato al Public Hall per i "dentisti di Cleveland".

Quindi Wahoo non venne mai menzionato prima del 1950? Questo è chiaro! The Plain Dealer, l'autorevole giornale di cronaca, non menziona il nome fino al 1950, e quindi solo come soprannome per Allie Reynolds.

Reynolds, nonostante un record di 131-60 con gli Yankees e alcuni numeri incredibili dopo la stagione regolare, non è mai stato eletto nella Hall of Fame. Non gli importava. Disse: "Il lavoro di squadra era più importante di una sorta di onore". Reynolds morì nel 1994 nella sua nativa Oklahoma. La sua carriera e la sua vita, è stata la leggenda del baseball. Pensava di essere pagato per giocare lo sport che amava "è stata la cosa più bella del mondo". Il suo successo come Yankee deve essere stata la rabbia che ha istigato i fans dei Tribe.

LA GRANDE BUGIA: Quindi, dovrebbe essere molto evidente che mentre la squadra continua a dire che il nickname e l'uso dell'icona razzista dei Nativi Americani come logo/mascotte simboleggia il collegamento del club tra la storia e Sockalexis, si tratta invece di una deliberata e dolorosa perversione della verità. Il soprannome non è mai stato pensato per onorarlo o anche per mostrargli il giusto rispetto, e, naturalmente, Chief Wahoo sui cappellini e le casacche dei giocatori di Cleveland non possono rendere omaggio a Sockalexis come se, ipoteticamente, un'altra immagine razzista come "Little Black Sambo" fosse stata usata sui caps e casacche dai Dodgers per onorare Jackie Robinson.

Little Black Sambo

Passeggiando intorno al giardino del Progressive Field di Cleveland ci si rende conto del poco rispetto della franchigia per Sockalexis: esiste una statua per Larry Doby, il secondo Afro-Americano a giocare nelle major leagues, ma non c'è la statua per il primo giocatore dei Nativi Americani, l'uomo che avrebbe ispirato il soprannome della squadra; e invece di un ritratto del giovane, vitale, giocatore five-tools player Sockalexis, la squadra presenta il triste ritratto di lui vecchio (foto scattata ad un anno dalla sua morte); e mentre il negozio di souvenir offre montagne di cappellini, maglie e bobbleheads che raffigurano Chief Wahoo, non c'è assolutamente nulla con il nome di Louis Sockalexis.

Quando finirà la maledizione di Chief Wahoo che ha colpito la franchigia di Cleveland dopo la loro ultima World Series vinta nel 1948?

Nessuno lo può sapere con certezza!

La cosa evidente, al di là di tutto, è che le franchigie sportive professioniste, e non, dovrebbero definitivamente eliminare questi simboli che disumanizzano il gruppo di persone che sono chiamati a rappresentare.

 

 

La storia del

La ragione della regola del Designated Hitter è comparsa relativamente presto nella storia del baseball professionistico.

Era stato osservato che, con poche eccezioni - in particolare Babe Ruth, che aveva iniziato la sua carriera come lanciatore con i Boston Red Sox - i pitchers venivano solitamente selezionati per la qualità del loro lancio, non per la loro battuta e che la maggior parte dei lanciatori erano deboli con la mazza, battevano noni nel lineup e venivano sostituiti dai pinch hitter nella parte finale della partita quando la loro squadra stava inseguendo.

L'idea del DH fu sollevata dal manager dei Philadelphia Athletics Connie Mack nel 1906, anche se non era il primo a proporlo. Le voci erano che si era stancato di guardare Eddie Plank e Charles Bender girare a vuoto quando erano alla battuta. La proposta di Mack ricevette poco sostegno e fu addirittura rimproverato duramente dalla stampa come "teoricamente sbagliata".

Ma il concetto non era morto. Alla fine degli anni '20, il presidente della NL John Heydler fece molti tentativi di introdurre il decimo uomo, il battitore designato, in grado di accelerare la partita e quasi convinse i club della National ad accettare di provarlo nel 1929 durante lo spring training.

Tuttavia, lo slancio per utilizzare il DH non prese corpo fino alla dominazione dei lanciatori alla fine degli anni sessanta.

Nel 1968, Denny McLain vinse 31 partite e Bob Gibson aveva una ERA di 1.12, mentre Carl Yastrzemski fu leader dell'AL in battuta con una media di solo .301. Dopo la stagione, le regole furono cambiate per abbassare il monte da 15 a 10 pollici e cambiare il limite superiore della zona di strike dalla parte superiore delle spalle del battitore alle sue ascelle.

Inoltre, nello spring training del 1969, sia l'AL che la NL accettarono di provare il designated pinch hitter (DPH), ma non furono d'accordo sull'attuazione. La maggior parte delle squadre della NL scelsero di non partecipare al cambiamento.

Il 6 marzo del 1969 per la prima volta in due partite venne utilizzata la nuova regola del DPH. Due squadre dell'espansione di recente formazione, i Montreal Expos e i Kansas City Royals, parteciparono a una di queste partite, e i New York Yankees e i Washington Senators all'altra.

Il 26 marzo del 1969, la Major League Baseball terminò l'utilizzo del DPH.

Come altri cambiamenti sperimentali del baseball degli anni '60 e '70, il DH venne abbracciato dal proprietario degli Oakland A's, Charlie O. Finley. L'11 gennaio del 1973, Finley e gli altri proprietari dell'AL votarono, 8 contro 4, per approvare il battitore designato per una prova triennale.

E lo stesso giorno, la regola del DH venne resa ufficiale dal Commissioner Bowie Kuhn che ruppe lo stallo tra l'AL (che aveva votato l'approvazione) e la NL (che non l'aveva approvata), concedendola a una sola League.

Quando fu chiesto, nel 1973, al presidente della NL Chub Feeney perché la sua League avesse votato contro la modifica della regola, disse: "Ci piace il gioco come è". I puristi del baseball detestano la regola, sostenendo che ha detratto integrità al gioco. Mentre quelli favorevoli sostengono che rende il gioco più eccitante. La frattura tra i tifosi pro e anti DH continua ancora oggi.

Per il 1973, le squadre dell'AL dovevano agire rapidamente. Oakland aveva rilasciato il 18 dicembre Orlando Cepeda, che aveva le ginocchia messe male, e lui pensò che la sua carriera fosse terminata. All'improvviso gli si presentò una nuova chance e Boston lo firmò il 18 gennaio.

L'intento della regola era esattamente questo - allungare la carriera ai giocatori stellari che non potevano più ricoprire ruoli difensivi. Grandi giocatori come Harmon Killebrew, Boog Powell e Al Kaline hanno visto la loro carriera allungata. Altre squadre si affrettarono a trovare degli sluggers. Gli Yankees firmarono Jim Ray Hart dai Giants. Oakland sostituì Cepeda con Deron Johnson. Altri firmarono Frank Robinson (California), Alex Johnson (Texas), Tommy Davis (Baltimore) e Carlos May (Chicago).

Il 6 aprile del 1973, Ron Blomberg dei New York Yankees diventò il primo DH nella storia della Major League League, confrontandosi con il lanciatore destro dei Boston Red Sox Luis Tiant nella sua prima apparizione al piatto.

"Boomer" Blomberg ricevette la base su ball. Il risultato della prima stagione del DH fu che l'AL realizzò una media battuta superiore alla NL, cosa che è rimasta coerente fino ad oggi.

Il DH fu utilizzato durante lo spring training del 1973, quindi non fu una novità nell'Opening Day. Ma la storia della prima stagione regolare del DH fu una stranezza in sé. L'Opening Day nell'AL iniziò venerdì 6 aprile e gli Yankees erano al Fenway Park per affrontare i Red Sox. Giocando nella eastern time zone, questa fu la prima partita in assoluto con il DH. Cepeda era pronto a battere al quinto posto nel lineup.

Ron Blomberg

Il DH degli Yankees era il 24enne Ron Blomberg, un ex Rule 4 Draft. Blomberg si era infortunato durante lo spring training e non era in grado di giocare in difesa, ma il manager Houk gli chiese se poteva battere, e Blomberg disse di sì. Doveva battere per sesto.

Nella parte alta del primo, con Luis Tiant sul monte, Matty Alou colpì un doppio con due out, e fu seguito da due basi su ball a Bobby Murcer e Nettles. Questo portò Blomberg, come disse l'annunciatore Sherm Feller “designated hitter, number 12, Ron Blomberg” a segnare la storia.

Ron Blomberg accanto alla teca nella Hall of Fame di Cooperstown che ricorda il suo record

Così la storia stava per essere scritta. E quando arrivò il momento, Blomberg prese la base su ball, facendo segnare ad Alou il primo punto della partita. Il DH avrebbe dovuto fare una valida e questo provocò molta irritazione!

Dopo la partita la mazza di Blomberg venne mandata a Cooperstown. Il primo DH nella storia!

È l'unica mazza nella Hall of Fame a commemorare una base su ball.

In risposta agli aumenti dell'affluenza di pubblico dell'American League grazie al DH, la NL si riunì per votare l'introduzione della regola il 13 agosto del 1980.

Una semplice maggioranza dei membri delle 12 squadre sarebbe stata sufficiente per far passare la regola e l'intenzione era che doveva passare. Tuttavia, quando le squadre furono informate che la regola non sarebbe entrata in vigore fino alla stagione 1982, il Vice Presidente dei Philadelphia Phillies, Bill Giles, non era più sicuro di come il proprietario del team, Ruly Carpenter, volesse votare.

Nell'impossibilità di contattare Carpenter, che era a una battuta di pesca, Giles fu costretto ad astenersi dal voto.

Prima della riunione al GM dei Pirates, Harding Peterson, gli fu detto di schierarsi con i Phillies. Il risultato finale fu che quattro squadre votarono per il DH (Atlanta Braves, New York Mets, St. Louis Cardinals e San Diego Padres), cinque votarono contro (Chicago Cubs, Cincinnati Reds, Los Angeles Dodgers, Montreal Expos e San Francisco Giants) e tre si astennero (Philadelphia Phillies, Pittsburgh Pirates e Houston Astros).

Cinque giorni dopo l'incontro, i Cardinals licenziarono il loro GM John Clairborne, colpevole di aver votato a favore della regola del DH e la NL fino ad oggi non ha più votato l'introduzione della regola.

Con il passare del tempo, la regola del DH finì per offrire ai managers dell'American League più opzioni strategiche per gestire i lineups dei propri team: potevano far ruotare part-time il ruolo del DH tra i giocatori (ad esempio, utilizzando un battitore mancino contro un lanciatore destro e viceversa) o potevano utilizzare un battitore a tempo pieno contro tutti i lanciatori. Inoltre permetteva loro di dare a un giocatore sano un giorno di riposo o dare a un giocatore infortunato l'opportunità di battere senza esporlo a nuove lesioni mettendolo anche in difesa.

Negli ultimi anni i DH a tempo pieno sono diventati meno comuni e la posizione è stata utilizzata per dare ai giocatori un parziale riposo, permettendo loro di battere ma di riposare mentre l'altra squadra sta battendo.

Questa opzione è molto utile quando il lineup di una squadra include diversi giocatori più vecchi. Gli Yankees del 2012, ad esempio, hanno ruotato cinque giocatori come DH durante la stagione, tutti con 34 anni o più. Solo una manciata di giocatori realizza ogni anno più di 400 at-bats come DH.

In un primo momento, la regola del DH non fu applicata a nessuna partita delle World Series.

Dal 1976 al 1985, venne applicata solamente nelle partite di World Series giocate negli anni pari. A partire dal 1986, la regola attuale è entrata in vigore, e il DH è usato nei ballparks dell'AL, ma non negli stadi della NL.

Le partite di Interleague seguono le stesse regole del DH per le World Series e dal 2010 il designated hitter è stato utilizzato da entrambe le league nel'All-Star Game.

Hal McRae

Hal McRae è stato il primo giocatore a passare la maggior parte della sua carriera come DH, mentre Paul Molitor è stato il primo Hall of Famer a giocare più come DH rispetto a qualsiasi altra posizione in carriera. Molitor, che aveva realizzato più di 3000 valide e 500 basi rubate nelle sue 20 stagioni, è stato inserito a Cooperstown nel 2004 in occasione del primo ballottaggio.

Paul Molitor

David Ortiz ha più valide, punti e RBI rispetto a qualsiasi DH nella storia.

Edgar Martinez

Edgar Martinez ha vinto due titoli di battuta durante la sua straordinaria carriera di 18 anni come DH con i Seattle Mariners, mentre Harold Baines - che ebbe tre periodi separati con gli Orioles e i White Sox - è stato uno dei più produttivi DH nella storia del baseball.

David Ortiz

L'All-Star per dieci anni, "Big Papi" ha portato i Boston Red Sox a tre titoli della World Series e ha raccolto sette Silver Slugger Awards come miglior DH nel baseball. Nel 2006, "Senor Octubre" ha colpito 54 fuoricampo superando il record di Jimmie Foxx dei Red Sox, battendo 137 RBI.

Un DH è stato nominato MVP della World Series per tre volte. Nel 1993, Molitor aveva colpito .500 e ha segnato dieci punti per i Toronto Blue Jays, mentre Hideki Matsui batté .615 con tre fuoricampo per gli Yankees nel 2009.

Hideki Matsui

Quattro anni dopo, Ortiz è stato votato come uno dei quattro migliori giocatori nella storia dei Red Sox - ha conquistato gli onori di MVP dopo aver battuto .688 e colpito due fuoricampo per condurre Boston al titolo.

Con gli Houston Astros (*) che si erano trasferiti nell'American League per la stagione MLB 2013 contemplando le partite di interleague e iniziando ad utilizzare il DH a tempo pieno, è pure cominciato il dibattito all'interno nella MLB per unificare le regole delle due League, con l'AL che potrebbe ritornare alle regole prima del 1973 facendo battere il lanciatore come la NL, oppure la NL che potrebbe adottare il DH.

Nel gennaio del 2016, il Commissioner MLB Rob Manfred ha indicato che la NL può adottare il DH per la stagione 2017 quando un nuovo accordo di contrattazione collettiva venisse approvato dopo la scadenza del 31 dicembre 2016. Tuttavia, da allora è ritornato su questa dichiarazione per dire che non vede l'unificazione nel breve termine - e certamente non nel 2017.

(*) Dall'introduzione delle interleague play, due squadre hanno cambiato league: i Milwaukee Brewers dall'AL alla NL nel 1998 e gli Astros Houston dalla NL all'AL nel 2013. Di conseguenza, una serie delle interleague del 2013 tra le due franchigie divenne di fatto la prima volta nella storia della MLB che due squadre si affrontavano dopo che entrambe si erano scontrate in una serie di interleague in rappresentanza di opposte league: le due squadre si sono incontrate dal 1° al 3 settembre del 1997 (Houston nella NL e Milwaukee nell'AL), poi di nuovo dal 18 al 20 giugno 2013 (Houston nell'AL, e Milwaukee nella NL). In entrambi i casi, la serie si giocò a Houston, con la squadra che rappresentava l'AL vincente per 2 partite a 1. Dal 1998 al 2012, entrambe le squadre sono state avversarie nella National League Central Division.

 

 

Le All-Stars di Feller vs. Paige nella 'Rivalità Razziale'

Bob Feller e Satchel Paige nel 1946

Era naturale che l'Hall of Famer Bob Feller si sarebbe unito a Satchel Paige per uno dei più straordinari tour di barnstorming nella storia del baseball. Entrambi gli uomini erano fatti da una miscela in parti uguali di reale e di mitico, per cui mettersi assieme per un tour postseason in tutto il paese nel 1946 era il risultato di una perfetta corrispondenza e, anzi, un'avvisaglia dei momenti storici che sarebbero accaduti l'anno seguente.

Più di sette decenni dopo il tour del 1946 tra la le All-Stars di Bob Feller e di Satchel Paige, l'evento riveste un posto speciale nella nebbiosa storia delle Negro Leagues che si estende anche a quelle rare occasioni quando i ballplayers neri hanno avuto la possibilità di mostrare le loro capacità contro i giocatori bianchi.

Sulla scia di una delle più grandi stagioni di qualsiasi lanciatore di sempre, Feller aveva radunato un gruppo di stelle dell'American e della National League per un tour vorticoso che aveva attraversato il paese programmando tra le due squadre quasi tre dozzine di partite nel corso di un mese.

Feller aveva vinto 26 partite per il sesto posto dei Cleveland Indians che avrebbero trionfato, un paio d'anni dopo, nella World Series del 1948 sui Boston Braves. L'anno segnò la prima volta in quattro anni che un contingente essenzialmente completo di giocatori si era espresso al massimo nella major league dopo quattro anni di seconda guerra mondiale, rendendo la stagione di Feller ancora più notevole.

Il programma di Bob Feller's All-Stars (Copertina - Pagina 2/3 - Pagina 4 - Pagina 7 - Pagina 11 - Pagina 12 - Pagina 13 - Pagina 14 - Pagina 15)

Feller aveva completato 36 su 48 partenze, lanciando 371 inning, 10 shutouts stabilendo il record per gli strikeouts in una sola stagione con 348; precipitandosi poi in un tour barnstorming che viene paragonato per importanza ad alcuni tours in tutto il mondo che i major leaguers avevano fatto nei decenni precedenti, lanciando la prima coppia di inning nella maggior parte di quelle partite di esibizione.

"Questo è stato tra i più grandi di alcuni di questi tour mondiali", aveva detto Feller in un'intervista esclusiva, "Abbiamo richiamato folle enormi allo Yankee Stadium e anche al Comiskey Park di Chicago".

Il tour, con circa 17-18 giocatori per squadra, era iniziato a Pittsburgh il giorno dopo la fine della stagione ed era proseguito per Youngstown, Cleveland, Cincinnati, Kansas City, Des Moines, Denver e su e giù per la costa occidentale, tra cui San Diego, Fresno, Sacramento, Los Angeles e San Francisco.

13/10/1946

Dei rari articoli ritrovati - Le foto che ricordano il tour sono introvabili

2/10/1946
3/10/1946
13/10/1946

Il tour terminò con una festa a Long Beach vicino alla fine di ottobre. Una data a Minneapolis era stata cancellata a causa della neve.

Ogni squadra aveva il proprio Douglas DC-3, un'impresa imponente al tempo, anni prima che la MLB si muovesse ad ovest del Mississippi. A meno di un anno dalla caduta della linea del colore nell'aprile del 1947, il tour nonostante le sue attrattive stellari in entrambe le squadre, ovviamente non poteva includere alcuna prenotazione sotto la linea Mason-Dixon (*). I soldati neri erano appena tornati dalla seconda guerra mondiale contro il nazifascismo ed affrontavano la straordinaria contraddizione di una nazione riconoscente che ancora insisteva per lo status di seconda classe per loro.

"Era una rivalità razziale", disse Feller, "ma eravamo molto amichevoli". Per contro, non c'era molta interazione tra le due squadre. Tutto questo era centrato su una proposta di soldi, in un momento in cui si poteva affermare che anche i ballplayers delle major leagues erano gravemente sottopagati. "Non lo stavo facendo per il mio tornaconto", è il modo in cui Feller lo dipinse.

E anche se non volle dire quanto incassò, il collega Hall of Famer, Monte Irvin, disse che in tutto aveva ricavato 100.000 dollari, una cifra notevole per il tempo.

"Paige e Feller hanno ricevuto 100.000 dollari ciascuno dal giro", disse Irvin in un'intervista telefonica, "Molti dei giocatori hanno preso ciascuno 5.000 dollari", aveva aggiunto, lamentandosi di non aver fatto parte del club di Satch pur avendone l'opportunità.

"Mi era stato chiesto di andare e ci stavo pensando, ma non eravamo d'accordo sul denaro e fu un grosso errore da parte mia", aveva continuato Irvin, sottolineando che invece andò in tour con Jackie Robinson.

John Holway, noto storico delle Negro League e autore di una mezza dozzina di opere di riferimento altamente considerate sul tema, ha i suoi dubbi circa la cifra di 100.000 dollari che Irvin aveva suggerito. "Sembra abbastanza gonfiata e io ne dubito", ha detto l'autore di Josh and Satch and The Complete Book of the Negro Leagues. Holway indica anche un numero totale di partite giocate più vicino alla metà del numero originariamente previsto.

Se il lanciafiamme Feller e l'ormai invecchiato Peige, ma ancora di grande richiamo di pubblico, erano di prim'ordine, le due squadre erano veramente aggregazioni di tante stelle, per non parlare della presenza di una serie di giocatori futuri Hall of Famers.

Questo elenco includeva per la squadra di Feller, Phil Rizzuto, Bob Lemon e, infine, Stan Musial.

Stan “The Man” aveva giocato nelle World Series contro i Red Sox aggregandosi alla squadra il 18 ottobre. Il resto del club includeva All-Stars Mickey Vernon, Ken Keltner, Charley Keller, Dutch Leonard e Spud Chandler. Bobo Newsom, il lanciatore vagabondo che aveva vinto 20 partite per tre volte e ne aveva perse 20 per altre tre volte, aveva completato il roster (figurativamente parlando) insieme a Johnny Beradino (che successivamente fu protagonista della soap opera "General Hospital"), Sam Chapman, Jeff Heath, Frankie Hayes, Jim Hegan e Rollie Hemsley, che era anche il manager dei Feller's.

L'All-Star di Bob Feller del 1946. Questa squadra era composta da stelle sia dell'AL che della NL. Da sinistra a destra Frankie Hayes, catcher Withe Sox; Mickey Vernon, 1a base Senators; Ken Keltner, 3a base Indians; Bob Lemon, pitcher Indians; Lefty Weisman, trainer Indians; Johnny Berardino, 2a base Browns; il pilota Ernest Nance, Los Angeles; George Maruyama, Los ANgeles; Jim Hegan, catcher Yankees; Dutch Leonard, pitcher Senators; Charley Keller, esterno Yankees; Rollie Hemsley, catcher Pillies; John Sain, Belleville Arkansas; Sam Chapman, esterno Athletics, Bob e Mrs. Feller; Russell Craft e John Price. Sull'aereo, Bob Gill, segretario dell'All-Stars e Clara Spencer, stenografa

L'All-Star di Satchel Paige del 1946. Satchel è in cima alle scale, con un cameriere. Dizzy Dismukes è appena sotto di loro. Dall'estrema sinistra a terra c'è Hilton Smith, Howard Easterling, Barney Brown, Sam Jethroe, Gentry Jessup, Hank Thompson, Max Manning, Chico Renfroe, Rufus Lewis, Gene Benson, Buck O'Neil, Frank Duncan, Artie Wilson e Quincy Troppe

"Li ho scelti e li ho pagati", aveva sottolineato sotto tono Feller. "Ero un uomo impegnato". Feller, consumato imprenditore praticamente dall'inizio della sua carriera, aveva legalmente costituito tutto un anno prima. "Abbiamo preso il 65 per cento dei biglietti venduti, comprese tutte le spese". Musial aveva ricevuto 10.000 dollari, nonostante avesse aderito al club nel bel mezzo del tour.

L'accordo lasciò Satch con il 35% dei biglietti, e Feller dava alle All-Stars di Paige una media di circa 150 dollari al giorno. C'era anche un tipo di fondo in nero per giornalisti, un altro 10 per cento, circa, ricavato dalla pubblicità e dalla vendita dei programmi del tour.

"Siamo stati in alberghi buoni mentre loro stavano per conto proprio", disse Feller. "Non ho mai sentito alcuna lamentela, e hanno fatto un sacco di soldi quel mese".

Feller aveva sottolineato con una risata che i tanti dollari per Musial per il suo tour abbreviato con il club erano stati un vero e proprio bonus per il futuro Hall of Famer.

"Musial parlando alla BBWAA (Baseball Writers Association of America) durante l'inverno disse che aveva preso un compenso maggiore nel barnstorming con Feller rispetto a quello che aveva guadagnato nella World Series pari a circa 3.000 dollari in più".

Ironia della sorte, la Paige All-Stars vantava quattro futuri Hall of Famers, lo stesso numero della squadra di Feller (compreso il proprietario dei Kansas City Monarchs J.L. Wilkinson): Paige, Hilton Smith e Willard Brown. Il resto della squadra di Satch includeva i pitchers Dan Bankhead, Barney Brown, Jeffrey Jessup, Max Manning e i giocatori di posizione Buck O'Neil, Hank Thompson (che più tardi avrebbe giocato con i St. Louis Browns e New York Giants), Artie Wilson, Howard Easterling, Leonard Pearson, Sam Jethroe (più tardi con i Boston Braves), Frank Austin, Quincy Troupe, John Hayes e il manager dei Monarchs Frank Duncan.

Paige allora quarantenne, se era vera la data di nascita scritta nella Baseball Encyclopedia, era ovviamente ben oltre il fiore degli anni ma era ancora una forza della natura.

Di solito fronteggiava Feller nei primi due o tre innings. "Non si sforzava per tutto il tempo", era il modo in cui Feller ricordava i loro duelli.

Eppure per i Negro Leaguers fu un business piuttosto importante apprezzando l'opportunità di mostrare le proprie abilità contro dei Major Leaguers. Le leggendarie buffonate di Paige erano tradizionalmente riservate alle partite di barnstorming contro le squadre locali in tutto il paese piuttosto che contro i Major Leaguers.

"Aveva un grande controllo, ma non aveva una grande palla curva", così lo ricordava Feller, "Sarebbe stato tra i primi cinque o dieci lanciatori di tutti i tempi".

Feller ebbe grandi parole anche per un'altra figura ben nota di quel tour: Buck O'Neil. "Buck era un buon prima base e un grande ambasciatore del baseball. Dovrebbe essere nella Hall of Fame di Cooperstown".

Un paio di altre figure di baseball leggendarie, Max Patkin e Jackie Price, erano anche a disposizione per le eccentriche performance del pregame e di intrattenimento, ed ad entrambi fu dato il soprannome di "Clown Prince of Baseball".

Max Patkin

Patkin era più conosciuto per il suo viso gommoso e una larga casacca con un punto interrogativo come numero; Price, d'altra parte, era stato effettivamente nel roster degli Indians nel 1946, con 13 at-bats e tre valide in quelle apparizioni.

Due performance di Jackie Price

Nel numero di intrattenimento eseguito abitualmente  durante il pregame del tour del 1946, fece delle insolite acrobazie come appendersi a testa in giù su una gamba e battere delle palle nel campo o sempre nella stessa posizione prendere delle palle tirate o lanciare due o tre palle contemporaneamente o restare in equilibrio sulla testa e prendere delle palle tirate. "Prima delle partite, specialmente se eravamo in ritardo, guidava una jeep in giro per il campo per prendere le palle al volo", disse Feller, "Era il miglior animatore che avessi mai visto" (vedere su Youtube le acrobazie di Price).

Per quanto riguarda la serie stessa, i risultati, come la maggior parte delle storie delle Negro Leagues, sembrano avvolti in una sorta di nebbia mitologica dove le spacconate alla fine lasciano molto spazio all'inventiva. "Ho sempre detto a Buck O'Neil che abbiamo anche sfondato" disse Feller con una risata.

(*) Linea Mason-Dixon: In origine la frontiera fra la Pennsylvania e il Maryland, definita (1763-67) dagli astronomi C. Mason e J. Dixon. Nel 1779 fu prolungata di 60 km a ovest per fare da confine con la Virginia. Nel periodo che precedette la guerra civile fu considerata divisione ideale fra gli Stati schiavisti e non. Indica ancora oggi il confine fra Stati del Nord e del Sud.

 

 

Il 14 luglio del 1946, Ted Williams sembrava assolutamente invincibile. Fino a quel momento non c'erano dubbi sul suo talento come battitore; ma nel bel mezzo di quella stagione del 1946 c'era ancora ragione di credere che la sua potenza avrebbe potuto cambiare il baseball? Ricordiamo che nel 1941 era diventato il primo battitore dell'American League, dagli anni venti, a battere .400. Nel 1942, pur distrutto dal suo tentativo di evitare il servizio di leva (e la critica fu implacabile quando chiese un rinvio), vinse la Triple Crown è poi si arruolò.

Quando ritornò nel '46, fu molto meglio di prima. Mise a segno un fuoricampo nel suo primo giorno dal ritorno e stava colpendo .427 all'inizio di maggio. In quel momento, non sembrava ci fosse alcun limite al suo talento. Avrebbe potuto colpire .500? Può essere. Avrebbe potuto battere 200 RBI? Forse. Avrebbe potuto rompere il record di fuoricampo di Babe Ruth? Era possibile. Tutto era possibile con Williams. Paul Richards, il catcher dei Tigers e futuro manager dei White Sox e Orioles, era a favore di concedere la base a Ted Williams ogni volta che entrava nel box di battuta; curiosamente non era a favore di concedergli la base intenzionale ma invece era a favore di non lanciargli uno strike. Era possibile eliminarlo se avesse scelto di battere dei cattivi lanci.

La maggioranza dei managers aveva convenuto che non era molta alta la percentuale di lanci strike contro Ted Williams. Andò in base su ball 156 volte nel '46, 162 volte l'anno successivo e ancora nel 1949. Solo Babe Ruth nel 1923 aveva ricevuto basi su ball così spesso.

Nel 1946, Williams non riuscì a battere gli Yankees (una fase temporanea, avrebbe realizzato una media di .345 e .600 di slugging contro i Bombers in tutta la sua carriera), ma aveva sfidato gli Indians, i Tigers, i Senators ... e quello che fece contro St. Louis fu qualcosa di un livello superiore alla batosta; colpì .472 BA / .624 OBP/ .847 SLG contro i Brown in 100 apparizioni al piatto quell'anno. Se non fosse stato per gli Yankees, molti scrittori ipotizzarono che Teddy Ballgame avrebbe potuto ancora raggiungere i .400.

Il punto è che The Kid era ancora “NUOVO” allora. Prima della sua prima (e sola) World Series, prima della sua Triple Crown del 1947, prima di tornare in guerra, prima della sua guerra con i media di Boston e i fans veramente scatenati, prima della sua insoddisfatta stagione del 1957 quando avrebbe potuto ancora a stento ad arrivare comunque a .400, prima che John Updike (*) lo guardasse colpire un fuoricampo nell'ultimo suo at-bat prima di ritirarsi e poi scomparire sul prato senza un saluto. Questo era prima che diventasse Ted Williams la leggenda ... a questo punto avrebbe potuto diventare: "Ted Williams, distruttore del baseball come lo conosciamo".

Il 14 luglio, i Red Sox avevano giocato un doubleheader contro Cleveland e trovandosi subito avanti di 11 partite dalla seconda. I punteggi significarono ben poco quell'anno a Boston - i Red Sox avevano segnato quasi 100 punti in più di qualsiasi altra squadra della League. Erano in fuga con il pennant dell'AL, entrando in una serie di 5 vittorie consecutive, era la loro stagione, e Williams aveva chiarito che avrebbe continuato così come stava battendo: colpì un grand slam nel terzo per pareggiare la partita. Poi colpì nuovamente un fuoricampo al quinto e uno all'ottavo. Alla fine di quella prima partita, aveva colpito quattro valide, segnato quattro punti, otto RBI, e i Red Sox vinsero la partita 11-10. Poi, per il primo at-bat nella seconda partita, Williams colpì un doppio e segnò, e i Red Sox presero un vantaggio di 3-0. Bisognava fare qualcosa di temerario.

Ecco quando Lou Boudreau, alla ricerca di una soluzione, inventò lo shift. Beh, probabilmente non lo aveva inventato; era più come se lo avesse ripreso dal lontano passato. In una divertente colonna del quotidiano di Oakland, un giornalista aveva citato una conversazione di alcuni giocatori di baseball di vecchia data, un gruppo che comprendeva il manager degli Oakland Oaks, Casey Stengel. Uno dei vecchi era lo scout dei Giants Hank DeBerry, e disse che lo shift era stato usato contro lo slugger Cy Williams. Fu particolarmente utile nel Baker Bowl, il paradiso dei battitori, dove Cy Williams aveva regolarmente colpito 60 o 70 punti, il numero più alto di qualsiasi altro posto. "Abbiamo usato la stessa difesa contro Cy 25 anni fa", disse DeBerry.

Boudreau l'aveva solo svelato un paio di giorni prima. Al secondo at-bat di Ted Williams nella seconda partita, Boudreau mise sei giocatori sul lato destro del campo. Non fece neppure giocare l'interbase in posizione: l'unico uomo sul lato sinistro del campo era George Clee, l'esterno sinistro di Cleveland, che si trovava a circa 20 metri dietro da dove normalmente si posizionava l'interbase. Ecco come lo shift di Boudreau venne fissato nella baseball card della Fleer Baseball Card nel 1959.

La prima volta che vide lo shift di Boudreau, Ted Williams cominciò letteralmente a ridere. Colpì immediatamente sfidandoli e fu eliminato da Boudreau stesso, che come shortstop era in piedi tra la prima e la seconda base al limite della terra rossa. Sembrava tutto uno scherzo. "Se le squadre cominciano a farlo contro di me, comincerò a battere da destro", aveva dichiarato Williams dopo la partita. Beh, tutti risero. Leggendo le reazioni iniziali dei giornalisti sportivi circa lo shift, nessuno sembrava prenderlo sul serio. Nessuno sembrava credere che fosse una vera difesa contro un grande hitter come Williams. Whitney Martin nel suo "Down the Sports Trail" pretendeva di voler trovare un soprannome allo shift ("T-Formation" - T for Ted - e "Boston I" erano due dei suggerimenti più divertenti). La parte migliore dell'articolo, però, era il paragrafo trascorso a parlare di quello che un grande hitter come Paul Waner ("che avrebbe potuto far cadere una palla in un cappello") avrebbe fatto con quello shift. Come risulta, Waner fu probabilmente più determinante di chiunque altro nell'aiutare Williams a occuparsi dello shift.

14 luglio 1946 seconda partita del doubleheader - Foto che immortala lo Shift di Boudreau. I giocatori degli Indians concentrati sul lato destro identificati con il numero: (1) il prima base Jimmy Wasdell che giocava direttamente dietro il sacchetto di prima; (2) l'interbase Lou Boudreau; (3) Ken Keltner; (4) l'esterno sinistro George Case che non si vede nella foto nella sua posizione a sinistra; (5) l'esterno centro Pat Seerey; (6) l'esterno destro Hank Edwards; (7) il seconda base Jack Conway; (8) il pitcher Red Embree. In questa occasione la strategia fallì perchè Embree diede la base su ball a Williams

Articolo del LEOMINSTER DAILY ENTERPRISE del 15 luglio del 1946

Nessuno poteva vederlo allora. Diamine, non crediamo che neanche Boudreau lo abbia visto; pensiamo che abbia trovato lo shift dalla frustrazione e dalla disperazione. Non sapeva cosa altro fare. Ma alla fine, crediamo, lo shift abbia toccato tre temi che vanno diritti al cuore non solo della battuta del baseball ma dello sport e della vita.

Questi sono:

Tema 1: I battitori trovano molto difficile cambiare il loro carattere fondamentale.

Tema 2: I fans reagiranno negativamente quando i battitori non possono fare qualcosa che sembra facile

Tema 3: L'orgoglio provocherà il battitore a fare cose auto-distruttive.

Potete probabilmente sostituire "battitore" con quasi tutti.

Il tema 1 è la parte più elementare del potere dello shift. Ted Williams era un pull hitter. Punto. Forse da qualche parte all'inizio del suo sviluppo, Williams aveva fatto uno sforzo consapevole per diventare un pull hitter ... ma dubitiamo. Era un pull hitter. Ebbene, voleva essere un battitore di potenza e nel baseball - in particolare in quei giorni - i battitori di potenza “tiravano” la palla. Questo è ancora in gran parte vero, ma con il miglioramento delle mazze, la recente enfasi dell'allenamento, i giocatori hanno sviluppano una potenza in campo opposto e battono lunghi fuoricampo con molta regolarità dal lato opposto. Questo era fondamentalmente inaudito ai tempi di Williams *.

* Qualcuno ricorda negli anni '70 e '80 - più di 40 anni fa - che la potenza in campo opposto di Dale Murphy era considerata alla pari di un miracolo.

Williams "pull" (tirò) la palla dall'infanzia; Vorremmo affermare che lo stile di battuta era incorporato in lui come il senso dell'umorismo è parte di qualcuno. Se qualcuno non è divertente quel qualcuno non è divertente. Se qualcuno è un pull-hitter quel qualcuno è un pull-hitter. Ci potrebbero essere alcuni aggiustamenti che possono essere fatti, ma il carattere fondamentalmente non cambia. Pensiamo che Boudreau volesse solo sconvolgere Williams, dare una visione diversa, forse fargli cambiare il suo approccio. Quello che probabilmente Boudreau non credeva era che essenzialmente Ted Williams non poteva cambiare. Il suo stile di battuta, come le impronte digitali, erano proprie.

Baseball card stampata dalla Fleer Company nel 1959 per ricordare lo Shift di Boudreau del 1946

Il tema 2 è affascinante ... come influisce la pressione esterna su ciò che sta succedendo nell'arena? Le persone nello sport dicono che per tutto il tempo non sono influenzate dalla pressione dei fans o dalla pressione dei media o da qualsiasi altra influenza esterna. Le persone dello sport dicono che ... ma pensiamo che stiano scherzando o dicano bugie a voce alta. La pressione esterna è molto più complicata di quella che la gente scrive su Internet o quello che dice il cronista.

La pressione esterna scaturisce in innumerevoli modi: viene come critica, come lode, come indizi, come educato suggerimento, come scortese suggerimento, come espressione fiduciosamente scioccata, come cattive idee avvolte nella veste della ragionevolezza. La pressione esterna è ovunque e cercare di ignorarla non serve a nulla perché comunque in qualche misura si viene colpiti. Spesso le persone dello sport prendono decisioni contro-intuitive per dimostrare di non subire la pressione.

Nulla suscita più pressione negli sport, crediamo, di un giocatore o un allenatore che incasinano qualcosa che sembra semplice. Quando un giocatore non esce dalle linee del campo per fermare l'orologio ... quando un giocatore della squadra vincente commette un fallo nei secondi finali quando il tempo sta per scadere ... quando un difensore tira al di sopra del taglio in un inutile tentativo di eliminare il corridore che stava per segnare comunque ... queste cose motivano i fans i columnists e i mezzibusti pretenziosi. C'è questo senso interiore che si ha, crediamo, che mentre manchino delle abilità atletiche o prestanza fisica per fare ciò che questi atleti fanno, si sappia sempre cosa fare. E vedendo gli atleti fare quegli errori mentali si viene spiazzati come nient'altro.

La genialità del "Boudreau Shift" è che fa sembrare facile battere. I difensori sono tutti lì. Tutto quello che devi fare invece è colpire la palla laggiù a sinistra. Vogliamo dire seriamente, questo è TED DANNATO WILLIAMS di cui parliamo in questo articolo. Mi state dicendo che non riusciva giusto a colpire la palla a sinistra quando voleva?

Soltanto, non poteva - non con regolarità, non con forza, non con quello splendido swing che aveva affinato fin dall'infanzia. Copriva il piatto, sfidava i lanciatori e colpiva gli errori con ferocia. Questo è stato come ha battuto. I fans gli riversavano rabbia ogni volta che batteva una futile ground ball sul lato destro con le basi cariche, qualcosa che fece con regolarità. Ecco l'elenco di Baseball Reference di ground ball outs colpiti da Williams negli anni '50 - i dati sono incompleti, ma sono ancora significativi:

Prima base: 478
Seconda base: 522
Shortstop: 199
Terza base: 53

Non c'e molto da indovinare quante di quelle palle corte a terra sono state prese sul lato destro del diamante ... il punto era che ogni volta Williams colpiva inutilmente nelle maglie dello shift, c'era una reazione della folla: “PERCHE NON HA SOLAMENTE COLPITO LA PALLA DALL'ALTRA PARTE IN QUESTO CASO?”.

E questo ci porta al tema 3 - l'orgoglio. Williams si era infortunato al gomito destro prima della World Series del 1946 - qualcosa che non avrebbe mai usato come scusa - ma venne anche colpito impotentemente da una variante del Boudreau Shift quando giocò contro i Cardinals. Lo shift messo in campo contro di lui dai St. Louis venne denominato "Dyer-gram" dal manager dei Cards, Eddie Dyer. Lo spostamento non era così estremo quanto quello di Boudreau; mise l'interbase e l'esterno sinistro sul lato sinistro del diamante. In questo modo, è simile a molti degli shifts di oggi.

Ma Williams, caricato di responsabilità, favorì il lato destro con i difensori. E, senza la forza di colpire oltre lo shift, Williams batté proprio in esso. Colpì un ground out tra prima e seconda base nel secondo inning, al suo primo a-bat, e un pop floppy sulla prima base nel decimo inning di Gara 1. Gara 2 fu ancora peggio. Williams andò 0-4, con un ground out sul lato destro, un line out sul lato destro, e un pop out verso destra, e i Sox subirono una shutout.

Quando andò in scena Gara 3, tutti sapevano che lo shift era nella testa di Ted Williams. Gli fu data la base intenzionale nel primo inning (una buona cosa per i Sox perché Rudi York lo seguì con un fuoricampo). Nel terzo, Williams andò a battere con nessuno sulle basi e due out. Mise a terra un bunt verso la terza per un singolo. Fu una mossa intelligente. Era anche, agli occhi dei giornalisti sportivi e di molti fans, un ammissione alla sconfitta. "WILLIAMS BUNTS" titolarono i giornali, come se fosse l'unica storia. Williams andò anche strike out e colpì un line out, e tutti sapevano che era completamente spaventato dallo shift.

E sarà spaventato per il resto della serie. Realizzò un singolo a destra in Gara 4, un singolo a destra in Gara 6 e un singolo a centro in Gara 6. Il resto furono strikeouts, popouts in foul e inutili battute nello shift. Un hitter ha bisogno di equilibrio. Williams aveva perso il suo. Era ovviamente imbarazzato, confuso e stizzito. In Gara 7, Williams colpì quattro innocue volate a varie lunghezze mentre aveva cercato di manovrare la palla per aprire spazi. I Cardinals vinsero la serie, ma più di tutto avevano sconfitto Ted Williams nel modo più pubblico possibile. Questa fu la sola World Series giocata da Williams e sarebbe stata utilizzata dai suoi critici per il resto della sua carriera. Inoltre, lo shift diventò costante compagno di Ted Williams.

John Updike ha stimato che lo shift costò a Williams, "forse 15 punti della media in carriera". Updike, come molti, lo ha visto come una scelta che Williams fece: "Come Ruth prima di lui, aveva realizzato degli occasionali fuoricampo a costo di molti controllati singoli - non certamente un sacrificio calcolato, nel caso di un battitore con media disposizione come Williams, completamente egoista».

Non siamo sicuri che sia stata una scelta. Williams ha cercato di aggiustare un po' con l'aiuto di Waner. Si allontanò dal piatto e colpì ancora qualche palla in altro modo. Ma non molte. Non poteva smettere di essere Ted Williams. Se avesse avuto bisogno di una ragione per battere le palle in campo opposto, l'avrebbe avuta già molto tempo prima che Boudreau ideasse lo shift. Dopo tutto, il campo a sinistra del Fenway Park è il più grande incentivo per un battitore mancino che colpisce in campo opposto: The Green Monster. Il muro ha reso Wade Boggs una stella e ha fatto di Bill Mueller un campione di battuta. Williams, però, non ebbe molto vantaggio dal Green Monster. Batteva come gradiva a lui.

Al di là di questo, dubitiamo che lo schift gli abbia tolto 15 punti di media battuta o qualcosa di simile. Probabilmente non ha tolto alcun punto nel lungo periodo. Dal 1939 al 1946, Williams aveva una media di .353. Dal 1947 al 1957 – se si aggiunge un'altra interruzione della carriera per la guerra in Corea e l'invecchiamento del corpo - realizzò una media di .348 Lo shift forse ha avuto i suoi sottili effetti sulla sua battuta. Sospettiamo che abbia avuto un effetto molto più grande sulla sua psiche e sulla storia che la gente raccontava di lui.

Oggi, ogni squadra fa lo shift, ma è molto più scientifico che il flusso di Boudreau sul lato destro del diamante. Le squadre possono raccogliere più dati, sanno tutto su dove un hitter è in grado di colpire la palla.

Ci aspettiamo che gli allineamenti difensivi diventino molto più complicati nel tempo. Gli shifts stanno influenzando il gioco. Con i battitori che colpiscono più che mai e con i lanciatori che lanciano più duro che mai e con i difensori disposti nelle zone favorite dagli hitters, è un momento difficile per l'attacco nel baseball. E probabilmente lo sarà fino a quando gli hitters faranno i propri adeguamenti. Ma, ehi, sapete, nel tempo gli hitters si adatteranno. È il baseball. Le persone si sposteranno.

Riferimenti da: The Boudreau Shift, di Joe Posnanski del 10 luglio 2014 - www.http://joeposnanski.com/

 

 

Un racconto che coinvolge tra gli altri John Hatfield, Honus Wagner, Sheldon Lejeune, Hugh McMullan, Don Grate, Rocky Colavito e Glen Gorbous

Il primo record a memoria degli storici per il tiro più lungo di una palla da baseball venne realizzato da John Hatfield nell'era pre-professionistica del baseball. Hatfield era nato nel 1847 e apparentemente iniziò la sua carriera nel baseball a New York nel 1865. Nel 1868 andò a ovest per giocare all'esterno sinistro con i Cincinnati Red Stockings di Harry Wright. Nel suo libro del 1998, "Blackguards and Red Stockings", William Ryczek scrisse che Johnny Hatfield "realizzò un record tirando la palla da baseball a 132 yards (120,7 m) in una esibizione del 1868", elencando come sua fonte gli album di Henry Chadwick (Per qualche motivo, al tempo erano abituati a esprimere le distanze delle gare di corsa nelle competizioni su pista e i primi records dei tiri sono dati in yards, anche se ogni misura su un campo da baseball è in feet).

BaseballLibrary.com racconta che il tiro record di Hatfield accadde il 9 luglio durante un meeting a Cincinnati in cui superò "il suo record di 349 feet (106,4 m), fatto nel 1865". Ma il sito non elenca una fonte per quel precedente record, né include l'evento nella sua cronologia del 1865.

Hatfield tornò a New York dopo la stagione del 1868 e quindi fu membro del primo team tutto professionista dei Red Stockings del 1869. Ritornò con i New York Mutuals, per i quali aveva giocato in precedenza ed era con la squadra quando entrò a far parte della prima professionale League, la National Association nel 1871.

Hatfield è seduto nella prima fila, secondo da sinistra, in questa foto dei Mutuals

Per qualche ragione ci fu una certa confusione sul nome di Hatfield. Quando il suo record venne superato, una racconto nel The New York Times lo indicò come Tom Hatfield; sia Bill James che Craig Wright avevano scritto su di lui come Jim Hatfield, e a volte lo si trova come Jack o Johnny. Ma il suo nome era John Van Buskirk Hatfield, e tennne il record di tiro più lungo per il resto della sua vita.

Il 15 ottobre del 1872, Hatfield ruppe il proprio record quando tirò una palla a 400 feet 7-1/2 inches (122,1 m) - o, come fu espresso all'epoca,
133 yards, 1 foot e 7-1/2 inches. Accadde sul campo di casa dei Mutuals, l'Union Grounds a Brooklyn, in un giorno in cui stavano partecipando a un torneo a tre squadre professionistiche, organizzato da William Cammeyer. Il torneo era programmato per una settimana e sembrava che la vendita dei biglietti non sarebbe stata sufficiente a Cammeyer per coprire i 4000 dollari che aveva anticipato. Ryczek descrisse così quello che successe:

Cammeyer stava mostrando segni di disperazione, e il torneo cominciava ad assumere un'atmosfera da carnevale. Mise in palio 50 dollari per una gara di tiro. I giocatori selezionati delle 3 squadre [coinvolte nel torneo], tiravano la palla dall'esterno centro al piatto di casa base, Johnny Hatfield ruppe il proprio record con un tiro di oltre 133 yards.

BaseballLibrary.com elenca i sei giocatori che avevano partecipato alla gara (tra cui gli Hall of Famers George Wright e Cap Anson) assieme alle loro distanze e dice che il premio in denaro di Hatfield fu di 25 $. Il necrologio di Hatfield in The Sporting Life del 1909 citava il suo record: "Centinaia di giocatori di baseball hanno cercato di superare tale distanza, ma non esiste nessuna persona che sia riuscita a superare il record che John Hatfield detiene ancora oggi".

C'erano, tuttavia, una serie di cronache che indicavano che qualcuno aveva tirato la palla più lontano; non sappiamo dire cosa abbia loro impedito di essere riconosciuti con il nuovo record. Ad esempio, questa storia su Sporting Life del 22 giugno 1907 ripercorre l'abilità di tiro dell'outfield dei White Sox Pat Dougherty:

Da molto tempo John Hatfield detiene il record di 133 yards, 1 foot and 7-1/2 inches. Ed Crane dei New York, ha un record non ufficiale di 135 yards (405 feet e pari a 123,4 m), realizzato nel 1884. Larry Twitchell si dice che lo abbia battuto di 2 feet (0,60 m), ma nessun record ufficiale è mai stato registrato. Jimmy Ryan dice che Crane ha tirato la palla a 139 yards (417 feet) pari a 127,1 m a Pendleton, Ohio, ma non ha una registrazione ufficiale per questo.

In questo articolo nel New York Times del 18 ottobre 1884, si dice ...

Come si può vedere, questo articolo fa apparire come se Crane fosse diventato il titolare del nuovo record ... ma tra pochi paragrafi incontreremo una storia di Sporting Life del 1890 che dice che il tiro di Crane, pur essendo più lungo di Hatfield, non era stato riconosciuto come record. Hatfield continuò ad essere il titolare di record riconosciuto.

C'è un'altra rivendicazione in cui il record di Hatfield venne superato nel 19° secolo. Un articolo di The Sporting News del 6 aprile del 1992 affermava: La progressione del record del tiro più lungo includeva "Tony Mullane, dei Detroit Wolverines nel 1888 con 416 feet 7-3/4 inches (127 m)". Ma Mullane era con Cincinnati, non Detroit, nel 1888. Il libro di Michelson, "Michelson's Book of World Baseball Records", elenca anche Mullane nella progressione del record, ma lo mette nel 1881 ... che poi ha senso perché era l'anno in cui Mullane aveva raggiunto le Major Leagues con Detroit della National League. Ma il libro non fornisce una data per il tiro record, come avviene per gli altri cinque tiri che elenca nella progressione del record. Si trova solo un altro riferimento a Mullane circa quello che sarebbe stato il tiro record: nel suo necrologio di The Sporting News del 4 maggio 1944. Dopo essere stato eminente come "uno dei pochi lanciatori ambidestri nelle majors ..." il necrologio in seguito affermava:

L'ambidestrismo di Tony sul diamante era il risultato di un braccio sinistro che minacciava di terminare la sua carriera, dopo che era andato a giocare a Detroit. L'infortunio è il risultato dei suoi sforzi in un meeting, in cui è stato accreditato di un tiro della palla di 416 feet 7-3/4 inches.

Ma ancora una volta, non c'era la data del meeting o addirittura il sito. Mullane aveva giocato per una squadra dilettante a Akron l'anno prima di andare a Detroit alla fine di luglio. Né il New York Times né i necrologi del Chicago Daily News disponibili sul sito di Frank Russo "The Deadball Era" menzionano che Mullane abbia mai tetenuto il record del tiro più lungo, e non c'è nessun altro materiale biografico su Mullane. E nessuno dei tentativi di rompere il record di tiro di Hatfield, di cui si è a conoscenza, fa menzione a Mullane. Tuttavia, il membro della SABR Dennis VanLangen dice che il Lethbridge Herald
di Alberta del 26 giugno 1939 scrisse che Mullane aveva tirato la palla a 416 feet (127 m) a Oil City, Pennsylvania, il 4 luglio 1879. Mullane stava giocando con un team semi-pro a Oil City, con uno dei suoi compagni di squadra che sarebbe diventato un altro futuro lanciatore di major league, Guy Hecker.

Il Sporting Life del 28 giugno 1890, dichiarava: "Ed Crane è accreditato con un tiro di 135 yds. 1 ft. 1/2 in. - 406 feet 1/2 inch (123,8 m) -, ma ha partecipato ad una competizione che non potevava dargli il record. Egli detiene il record per il tiro più lungo con una palla da cricket, di 128 yds. 11 in. - 384 feet 11 inches (117,3 m)". Questa nota su Crane deriva da una storia intitolata:

Ecco cosa racconta la storia:

Un dispaccio da Buffalo di martedì scorso ha trasmesso l'annuncio stupefacente del più lungo tiro di una palla da baseball che ha superato il record. Nel dispaccio in questione si legge: BUFFALO, 24 giugno. - Harry Vaughn, catcher dei New York Club, ha battuto ieri il record per il tiro più lungo della palla da baseball sul campo dei Buffalo Club. In una competizione con “Orator” Jim O'Rourke ha percepito 25 $ per aver tirato la sfera di pelle di pecora [!] a 134 yds. 2-1/2 in. (402 feet 2-1/2 inches pari a 122,6 m). Tim Keefe ha perso 5 $ sul tiro di O'Rourke contro Harry Vaughn. Scommetto che O'Rourke avrebbe battuto Vaughn di cinque yds. Il tiro di O'Rourke era il più preciso, ma quello di Vaughn era il più lungo. È stato accuratamente misurato e registrato 134 yds. 2-1/2 in . . . Questa è una performance stupefacente se correttamente riportata, dato che per molti anni il record realizzato da Hatfield è stato tentato da molti dei migliori tiratori professionisti della lunga distanza, tra cui Vaughn, che finalmente si dice sia riuscito a superare il grande tiro di Hatfield. Tuttavia, non sono ancora pervenuti particolari dettagli sulle condizioni in cui è stato realizzato il record, e fino a quel momento la sentenza dev'essere sospesa. Le circostanze in cui si è svolto il tentativo possono essere tali da invalidare la performance come record, come avviene con i tiri di Crane a St. Louis e Cincinnati.

Non conosciamo le circostanze, ma apparentemente il tiro di Vaughn non fu riconosciuto come record, per qualche motivo. Un'altra affermazione di un tentativo di superare il record lo troviamo in un articolo di Sporting Life del 22 ottobre 1898, che coinvolge la futuro Hall of Famer Honus Wagner, nella sua prima stagione completa nelle major:

Questo è avvenuto in un "programma di eventi atletici" il 16 ottobre, organizzato come "Louisville Base Ball Club benefit" a cui avevano partecipato 4000 spettatori.

... il terza base Wagner, dei Louisville Club, ha fatto un magnifico tiro, le misure della distanza hanno rilevato che era di 134 yards 1 foot 8 inches (403 feet 8 inches pari a 123 m), battendo così il tiro di Hatfield di una yard e mezzo pollice. Il tiro era molto alto.

Il rapporto dice: "La linea di partenza era ben lontana nell'angolo destro del campo, vicino alla recinzione, e la linea delle 133 yard (121,6 m) era vicina alla tribuna coperta, circa dieci feet dietro il piatto". Molti giocatori hanno cercato di rompere il record prima di Wagner, e Wagner stesso ha fatto due tiri che sono rimasti corti, ma è stato incoraggiato a riprovare.

Con uno sforzo enorme "Hans" ha tirato la palla ancora ed è salita alta in cielo quasi perdendola di vista.

Finalmente ha cominciato a cadere, e la folla lungo la linea si è sparpagliata mentre la palla ha colpito il tappeto erboso appena quattro feet e dieci inchs oltre la linea record - una distanza di 134 yards, 1 feet e 8 inches (123 m). Il silenzio è stato rotto da un coro di urla che poteva essere sentito lontano come a Cave Hill. Quando Will Douglas, il famoso scrittore sportivo, George Decker e un altro gentiluomo che hanno agito come giudici, hanno preso le misure esatte e hanno reso note le misure del vecchio "Hans", che nel frattempo era entrato nel campo, è stato circondato dal sui amici pieni di ammirazione e dai compagni di squadra che quasi avevano le mani strappate dal tanto applaudire. Passeranno molti giorni prima che possa fare un altro tremendo tiro o qualcosa di simile.

Ognuno dei giocatori aveva ricevuto 60,40 dollari dalla partita di beneficenza, ma non sembra che sia stato dato un particolare premio per il tiro più lungo. Ancora una volta, perché questo non era stato riconosciuto come record.

Il record di Hatfield fu superato, ufficialmente, l'anno dopo la sua morte da un uomo chiamato Sheldon Lejeune, identificato come Larry LeJeune su Baseball-Reference.com e raramente come Larry.

Sheldon Lejeune

Lejeune aveva pensato di aver superato il record di tiro di Hatfield nel 1907, quando come minor leaguer al primo anno aveva partecipato all'evento al field di Cincinnati, noto come "Bowler's Day" (il 10 settembre secondo BaseballLibrary.com, l'11 settembre secondo Sporting Life). Ecco la storia raccontata il 5 ottobre 1907 da Sporting Life:

Nel concorso, Lejeune è accreditato di aver tirato solo 133 yards 10 3/4 inches (399 feet 10-3/4 inches pari a 121,9 m), meno di due feet di lunghezza rispetto al record di Hatfield. Che il giocatore di Chicago [Lejeune era nato a Chicago] abbia stabilito un nuovo record è confermato nel Cincinnati "Times-Star" da A.L. Brodbeck e Morris Longenecker, che erano tra i giudici quel giorno sul campo da baseball. Hanno fatto alcuni calcoli dal momento dell'evento e hanno concluso che il tiro di Lejeune ha superato Hatfield.

La parte successiva del ritaglio è danneggiata nella copia digitale negli archivi della LA84 Fondation, per cui alcuni dei dettagli sono persi, ma "un errore di misurazione" fu la causa del non regolare record. A quanto pare aveva a che fare con la griglia che era stata sistemata sul campo, e il tiro di Lejeune cadde fuori dalla griglia. Ma fortunatamente per lui, Lejeune superò il fenomenale tre anni dopo. Sporting Life del 21 settembre 1907, aveva dichiarato che i tiri al Bowler Day erano stati fatti "contro il vento che tirava dall'estremità dell'esterno destro verso Bleacherville a sinistra" presso il Palace of the Fans. Il premio di Lejeune per il record fu di 100 $ e una medaglia d'oro.

Lejeune aveva 24 anni, era un minor leaguer da quattro anni e giocava per Evansville nella Central League quando superò il record a Cincinnati il 9 ottobre 1910.

La giornata di campo coinvolse i membri delle squadre di Cincinnati e di Pittsburgh della National League, ma Lejeune venne messo in competizione in uno "speciale match" contro "Escar Fandree di Springfield", di cui non sappiamo nient'altro. Il nome di "Escar Fandree" è probabilmente Oscar, e il suo cognome potrebbe essere scritto Faudree. Appare come Fandree o Faudree in un articolo molto breve su lo Sporting Life del 24 settembre 1910, sotto l'intestazione, "UN NUOVO RECORD? L'affermazione che un dilettante ha superato il tiro di Hatfield". Questo articolo dice che Fandree / Faudree, identificato come un "draftsman by trade" (progettista), aveva tirato una palla a 408 feet (124,4 m) a un pic-nic dei dipendenti della James Leffel Company, presso il Tecumseh Park il 16 aprile. "Oscar F. ha anche affermato di aver tirato una palla a 411 feet (125,2 m) due anni prima".

BaseballLibrary.com dice che Lejeune prima superò il record con un tiro di 401 feet 4-1/2 inches (122,4 m), poi lo ha allungato a 426 feet 6-1/4 inches (130 m) al suo quarto tiro. Il resoconto della manifestazione su Sporting Life ha dichiarato che "i geometri della città hanno fatto la rilevazione, per cui i nuovi record non possono essere messi in discussione".

Questa illustrazione è apparsa nel numero di Sporting News del 13 maggio 1943. Si noti che ha la distanza del tiro record di Lejeune viene indicata come 426' 9-1/2", la cifra che appare anche nel suo necrologio TSN

Ken Smith, uno scrittore di baseball del giornale New York Daily Mirror, aveva scritto un articolo chiamato "Baseball’s Greatest Arms" per Street and Smith’s 1955 Baseball Yearbook. Si legge che i primi due tiri di Lejeune del nuovo record erano stati fatti contro vento, dopo di che l'arbitro dell'evento gli aveva permesso di tirare "nella direzione opposta con il vantaggio del vento corretto", con il risultato che furono i suoi due tiri che superarono il record di Hatfield. Ma il racconto dell'evento su Sporting Life diceva: "A parte una leggera brezza, che ha appena agitato le foglie sugli alberi, non c'era soffio di vento".

A proposito, ecco gli altri eventi di quel giorno: arrivare salvi su un bunt (tempo); battere con il fungo (distanza); corsa attorno alle basi (tempo); l'accurato tiro del catcher; gara di controllo del pitcher; l'accurato tiro dell'outfielder; la corsa delle 100 yard.

Il necrologio di Lejeune su Sporting News del 1952 disse che il record era di 426 feet 9-1/2 inches (130 m); il necrologio confonde altri fatti, e la lunghezza utilizzata negli articoli, mentre Lejeune era ancora vivo, fa riferimento al record di 426 9-1/2″piuttosto che 426' 6- 1/4". Non c'è traccia di storie che dicano che la distanza inizialmente riportata venne ufficialmente rivista verso l'alto; Non si sa perché la distanza più lunga sia diventata quella citata.

Sono poche le notizie per una approfondita biografia di Lejeune, ma sembra abbia avuto una vita carica di eventi inusuali. Questi brevi articoli dal Sporting Life possono aiutare a delineare una qualche biografia sportiva:

3 dicembre 1910: "Sheldon Lejeune, preso dai Brooklyn Superbas da Evansville, afferma di non amare le condizioni della direzione di Brooklyn e che probabilmente non giocherà la prossima stagione. Lejeune ora gestisce un saloon sulla strada di Locust, Evansville, Ind."

1° aprile 1911: (Dal New York Times) Nello spring training con Brooklyn, Lejeune si è ferito quando è stato gettato fuori dalla macchina che si è scontrata con un'altra automobile sulla strada a Knoxville, Tenn. Lejeune è caduto di faccia sul marciapiede e si è ferito seriamente al ginocchio riportando dei tagli sulla fronte.

Il 2 dicembre 1911: "Il protagonista Sheldon Lejeune, titolare del record del tiro più lungo del mondo, la scorsa stagione con la squadra di Chattanooga, ha progettato di ritirarsi dal baseball. Lejeune ha recentemente ereditato da un terzo cugino in Belgio un notevole patrimonio e, sebbene sia attualmente in contenzioso, la prospettiva è che riceverà una notevole rendita dal patrimonio che è stato lasciato a lui stesso, a un fratello e a una sorella".

Il 3 febbraio 1912: "Sheldon Lejeune, ex giocatore dei Brooklyn [sei partite nel 1911] e titolare del record mondiale del tiro più lungo, è stato sottoposto ad un'operazione a Chattanooga, Tenn., il 27 gennaio per un'ernia. L'intervento è completamente riuscito. Lejeune si era infortunato un po' di tempo fa mentre tirava in un torneo".

Il necrologio di Sporting News su Lejeune nel 1952 non fornì alcuna informazione su come andò la sua vita dopo la fine della carriera di baseball.

Come fu per John Hatfield, anche Sheldon Lejeune morì senza vedere infranto il suo record. E come era successo quando Hatfield morì, un nuovo titolare del record fece la sua apparizione poco dopo la morte di Lejeune. Ma il nuovo record non guadagnò la giusta attenzione - in effetti, non sembra sia stato notato se non settimane dopo - e durò meno di cinque mesi.

Per diversi anni la Helms Athletic Foundation di Los Angeles aveva sponsorizzato un concorso di giochi sui campi da baseball per i team dei college; non ci sono dettagli sulla storia dell'evento. A quanto pare le squadre partecipanti facevano le competizioni sui propri campus e poi presentavano i risultati all'ufficio della Helms, che successivamente annunciava i vincitori.

Il 24 aprile 1952 (tre giorni dopo la morte di Lejeune), nell'ambito di questo concorso, l'interbase Hugh McMullan dell'Università di Arizona aveva tirato una palla a 427 feet 1/4-inch (130,1 m), rompendo il record di Lejeune, 41 anni dopo. La prima menzione di questa impresa apparve in una colonna di Arnott Duncan nel quotidiano Arizona Republic di Phoenix il 17 maggio; McMullan, chiamato "Mack McMullan" nell'articolo, si era laureato alla North High School di Phoenix. Helms annunciò che McMullan era il vincitore della gara del 9 luglio, dicendo che avrebbe vinto un "premio speciale" per aver battuto il record e che sarebbe stato convocato come uno dei 12 giocatori americani che avrebbero affrontato una squadra australiana più tardi quell'estate. La performance di McMullan non sembrò attirare una significativa attenzione nazionale.

Parte dell'articolo nel Tucson Daily Citizen del 9 luglio 1952

McMullan ebbe una carriera onorevole di baseball al college, realizzando per Arizona record nelle singole stagioni e record in carriera per le basi rubate che sarebbero rimaste insuperate per più di 20 anni fino a quando il futuro major leaguer Dave Stegman stabilì il nuovo record. Lanciò nella seconda stagione universitaria, nel 1953, ottenendo l'inusuale particolarità di guidare i Wildcats sia nella ERA che nelle basi rubate quell'anno. Nel 1954 McMullan fu co-leader della squadra nei fuoricampo e aiutò UA a guadagnare la sua prima collezione di College World Series. Ebbe una breve carriera come lanciatore in minor league.

Questo cartoon di Ray Tran è apparso nel Seattle Times del 23 maggio 1947

McMullan apparentemente detiene ancora il record del tiro più lungo in due categorie: quella amatoriale e come giocatore di college. Un articolo sul Tucson Daily Citizen (Arizona) del 27 maggio 1952 affermava che il precedente record amatoriale era stato realizzato da Thomas Geegan di Sydney, in Australia (425 feet 10 inches - 129,8 m - nel 1948) e il precedente record di college era di Ray Tran del Saint Mary's College di Moraga, in California (411 feet 6 inches -125,4 m - nel 1939). Tran giocò più di 1200 partite nelle minor. Il suo tiro record si verificò in una gara simile tra i college americani e australiani. Il tiro di Tran venne fatto sul campus di Saint Mary, ma non c'è traccia della data; c'è una storia sulla competizione sul San Francisco Chronicle del 15 febbraio 1940. Il concorrente nella gara di tiro era stato un lanciatore di Stanford di nome Quentin "Cootie" Thompson, a 410 feet 6 inches (125,1 m). Thompson aveva anche battuto con il fungo a più di 420 feet (128 m) nella stessa competizione. Continuò a giocare per un breve periodo nelle minor prima di entrare nel servizio militare.

Un altro vincitore delle gare del tiro più lungo sul campo da gioco universitario, nel 1946, fu Chuck Bednarik, il catcher dell'University of Pennsylvania, che fu onorato sia nel Pro Football e nel College Football Halls of Fame. Il tiro di Bednarik di 403 feet 8-3/8 inches (123 m) è stato descritto come "tra i migliori sei nella storia del baseball".

Quando il record di Hugh McMullan venne superato, i rapporti dei servizi di rete non lo menzionarono nemmeno come il titolare del record, dicendo invece che il vecchio record era di Lejeune.

Il 7 settembre 1952, il 29enne Don Grate effettuò un tiro di 434 feet 1 inch (132,3 m) allo Engel Stadium di Chattanooga, dove Grate giocava per i Chattanooga Lookouts. Grate è stato un atleta eccezionale la cui storia è ben raccontata da Steven P. Gietschier sul sito della Greenfield Historical Society della sua città natale di Greenfield, Ohio.

Una stella in tre sport alla high school, Grate andò all'Ohio State per giocare a basket. Era il capitano della squadra come studente al secondo anno nel 1943-44 (il primo sophomore di sempre ad essere capitano dei Buckeyes), e fu selezionato per la squadra olimpica degli Stati Uniti del 1944 (anche se le Olimpiadi del 1944 non vennero disputate a causa della guerra), poi tornò a Columbus per la sua stagione junior. In entrambe le sue stagioni ai Buckeyes la formazione raggiunse le semifinali del torneo NCAA (che in quei giorni partecipavano solo otto squadre), e Grate fece parte della seconda squadra All-America in entrambi gli anni.

Grate giocò anche tre stagioni con la Ohio State University, e dopo la sua stagione junior nel 1945 firmò con i Phillies (Anche se lasciò la scuola prima di conseguire la laurea, ma tornò alla Ohio State per seguire i corsi dopo le stagioni di baseball e conseguì il dottorato di ricerca in materia di istruzione nel 1949).

La sua carriera professionale si spense su un inizio difficile; dopo aver firmato, andò diritto nelle big league e concesse sei punti in un inning e 1/3 nel suo debutto come partente il 6 luglio contro i Cubs. Venne presto mandato a Utica della Eastern League, dove realizzò una ERA di 2.23 con 87 strikeouts in 93 inning per aiutare i Blue Sox a vincere il pennant (Il suo manager a Utica era Eddie Sawyer, che continuerà a dirigere i Phils nella National League championship del 1950, e i suoi compagni di squadra includevano i futuri "Whiz Kids" Richie Ashburn e Granny Hamner).

Grate tornò ai Phillies alla fine della stagione e lanciò in totale quattro partite in major league nel 1945, due delle quali da partente. Tornato a Utica per la stagione completa del 1946, andò 14-8 per una squadra che terminò 21 partite sotto i .500. Lanciò anche altri otto inning per i Phillies e raccolse la sua sola vittoria nelle big league, ma Grate non ci tornò mai più. Il suo braccio non fu mai più lo stesso dopo un infortunio di fine stagione.

Ma la sfida al suo record era aperta e all'orizzonte apparve Rocky Colavito che si era affermato come uno dei migliori prospetti power hitter delle minor league colpendo 96 fuoricampo in tre stagioni, dal 1953 al '55. Dopo aver ottenuto un "coup of coffe" con Cleveland alla fine della stagione del 1955, a 22 anni venne chiamato allo spring training nel 1956 e fu il titolare all'esterno sinistro nelle settimane iniziali della stagione. Fu un inizio inaudito per il rookie che realizzò solo 5 valide nei suoi primi 43 at-bats. Le cose dovevano migliorare, e stava accadendo, ma Colavito non riuscì a tirare su la media sopra i .200 fino all'inizio di giugno e stava colpendo .215 quando gli Indians decisero di mandarlo di nuovo nelle minor, a San Diego, perchè facesse esperienza.

Colavito fece a pezzi la Pacific Coast League battendo .368 con 12 homers e 32 RBI in 35 partite prima di tornare a Cleveland alla fine di luglio. Battè .295 il resto della stagione, con 16 homers in 64 partite, e continuò ad avere una carriera eccezionale come voi ben sapete. Colavito era dotato con la mazza ma aveva uno straordinario braccio. Il 26 giugno, il giorno dopo la prima partita di Colavito a San Diego, la pagina sportiva del San Diego Union pubblicò un articolo su di lui, con il nuovo compagno di squadra Bob Usher accanto che lo guardava ammirato (vedi foto).

Il ricevitore dei Padres, Joe Astroth, disse al giornalista sportivo dell'Union, Jack Murphy, "Nessuno nelle majors ha un braccio forte quanto quello di Colavito. Willis Mays, Mickey Mantle, Carl Furillo e Jimmy Piersall tirano la palla più velocemente, ma non possono competere con la potenza di Rocky".

Il giorno dopo un piccolo articolo apparve sulla pagina sportiva dell'Union, sotto il titolo "COLAVITO EYES RECORD THROW", annunciava che avrebbe fatto il tentativo domenica 1 luglio. Ecco parte dell'articolo:

Colavito, promosso come il più forte braccio di un esterno del baseball, tenterà di tirare la palla oltre 460 feet - la distanza misurata tra i pali foul sinistro e destro.

La foto sopra appare in un libro chiamato "Baseball in San Diego: From the Padres to Petco". La foto è una versione ridotta di quella che aveva dominato la prima pagina sportiva del San Diego Union del 2 luglio, il giorno dopo che Colavito aveva tentato di battere il record. Ecco il modo in cui è stato descritto dall'Union:

Impedito da un vento contrario, Colavito ha fatto i primi due tiri dal palo del foul di sinistra al palo del foul di destra, il suo sforzo più lungo è stato di 415 feet 7 inches (126,7 m). Spostandosi dietro casa base per approfittare della debole brezza, il prospetto di Cleveland ha indirizzato i suoi ultimi tre tiri sulla barriera bassa del campo centrale, a 426 feet di distanza. Il tiro da 435 feet 10 inch (132,8 m) è atterrato nella tribuna dietro la recinzione e ha colpito il tabellone al primo rimbalzo.

Nell'Union non c'era alcun riferimento a un tiro non misurabile che cade sulla gabbia di battuta, come indicato nell'articolo di cui sopra. Colavito colpì un fuoricampo in ogni partita del doubleheader dei Padres contro i San Francisco Seals quel giorno; la prova di tiro era stata fatta prima delle partite, e non tra le due come afferma il suddetto articolo.

Ma mentre Grate deteneva ancora il record, l'avrebbe battuto ancora una volta: il 27 agosto del 1956, al suo 33° compleanno, come parte delle attività di attrazione dei Millers.

I Millers giocavano la loro prima stagione fuori da Minneapolis; la loro nuova casa era il nuovissimo Metropolitan Stadium nel sobborgo di Bloomington, un ballpark costruito per cercare di attirare una franchigia di major league. Venne poi ampliato quando questo sforzo attirò i Senators di Washington per diventare i Minnesota Twins nel 1961. La dimostrazione di tiro di Grate era solo una delle attrazioni di quella notte, secondo il Minneapolis Tribune: "Gil Coan, con un handicap da 20 yard, ha vinto la sua corsa sulle 80 yard con un cavallo .... A causa di problemi ai motori, l'elicottero non ha lasciato cadere la pallina da baseball da 600 feet per essere presa dal catcher Vern Rapp".Più di 10.000 persone erano a vedere Grate tirare la palla a 445 feet 1 inch (135,7 m), dalla recinzione dell'esterno centro verso il piatto di casa base.

Il record di Grate venne superato l'anno successivo da Glen Gorbous, un outfielder di 27 anni che giocava nella stessa League di Grate con gli Omaha Cardinals dell'American Association. Gorbous era cresciuto giocando a baseball e a hockey a Drumheller, Alberta, a nord-est di Calgary. Si trasferì a Vulcan, a circa 100 miglia a sud, all'età di 16 anni, quando suo padre aveva aperto un negozio di mobili.

Glen Gorbous

Gorbous sviluppò la sua forza del braccio in giovane età; In un'intervista del 1988, aveva detto "Facevo questa cosa solitaria, di solito quando non c'era nessuno con cui giocare. Tiravo vecchie palline da baseball, pesanti e scortecciate con le cuciture strappate, in aria per ore e le prendevo quando scendevano - sempre più in alto ogni volta. Quasi sembravano perdersi nelle nuvole".

Dopo il diploma alla high school nel 1948, Gorbous andò ad un try out dei Dodger a Calgary e guadagnò un contratto per la stagione successiva. Superò la media di .300 in quattro delle sue prime cinque stagioni di minor league, poi dopo aver colpito .283 con 16 homers a Fort Worth nel 1954 venne preso dai Reds e giocò in major league l'anno successivo.

La sua carriera in major league non fu molto lunga o terribilmente di successo. Scambiato con Philadelphia alla fine di aprile 1955, colpì .237 in 91 partite con i Phillies. Giocò solo una manciata di partite di major nei successivi due anni prima che i Phils lo scambiassero con St. Louis nel 1957. I Cardinals lo assegnarono a Omaha, dove giocò per Johnny Keane. Gorbous non riusciva ancora a far scintille con la mazza, e alla fine dell'estate Keane stava lavorando per insegnargli come lanciare, visto che Gorbous pensava che fosse la sua migliore possibilità di tornare nelle majors.

A Gorbous non importava di mostrare il suo braccio di tiro. Dalla storia di Don Bell nel 1988 "The Longest Throw, The Mighty Game" nel programma dei Toronto Blue Jays:

Come scherno e far divertire i suoi compagni di squadra, Gorbous diceva che aveva cominciato a mirare alle luci dei fari del ballpark di Omaha per colpire le lampadine. "Stavo costando una fortuna per la sostituzione delle luci. Quindi, la direzione se ne uscì con un progetto che, speravano, avrebbe portato alcune persone allo stadio e fornirono uno sbocco costruttivo per questo impulso incontrollabile che avevo di prendere unallina e - bum! - tirarla a quasi tutto .... "Non mi sono dato molto pensiero in un primo momento. Ma quando è stata menzionata la somma di 200 $ per qualche minuto di lavoro, mi sono convinto che era stata un'idea meravigliosa e ho fatto il tentatvo".

Esattamente non si sa quando la squadra ebbe l'idea che Gorbous provasse a superare il record del tiro più lungo di Grate; la prima menzione è nell'Omaha World Herald del 1 agosto, prima del tentativo di quella notte che anticipava la partita dei Cardinals contro Louisville al Memorial Stadium di Omaha (poi rinominato Rosenblatt Stadium). Ma apparentemente Gorbous ebbe abbastanza preavviso per prepararsi. Sempre dalla storia del 1988:

Ciò nonostante, quella sera, i tifosi erano pronti in previsione della performance. Gorbous entrò sul campo del ballpark di Omaha con un hotdog, un guanto e una root beer. Ingozzò l'hotdog, si mise il guanto e ingollò la birra. Fece due tentativi per battere il record di Grate di 445 feet 1 inch (135,7 m) ma i tiri furono corti. Gorbous decise di provare ancora. Uscì dallo stadio e dall'altra parte della strada prima di tornare di corsa al punto di partenza e tirare la palla in aria. Sorprendendo tutti atterrò a 445 ft. 10 inches (135,9 m) di distanza, fissando il nuovo record mondiale ... di nove inches (0,2 m).

Forse la migliore descrizione del tiro record viene da Jack Sheehan, un giornalista del Las Vegas Sun, che era a quella partita come giovane spettatore nel 1957:

Prima di iniziare la partita, l'esterno di Spokane di nome Glen Gorbous ha realizzato un'impresa sorprendente. Tirò una palla da baseball dalla piatto di casa base sopra il muro dell'esterno centro, a più di 410 feet. Ci sono voluti tre tentativi. Nei primi due, i tiri caddero appena corti e rimbalzarono contro il cartellone di Pete’s Perma-Mulch. Ma il terzo tiro attraversò lo spazio con un movimento rotatorio come se fosse colpito da attacchi di api assassine, e Gorbous emise un grugnito che trascinò tutti ai nostri posti nelle tribune del lato destro del campo. La palla esplose dalla sua mano e rimase sospesa in aria per ore. Con essa restò appeso ogni sogno di gioventù che avessi mai avuto. Poi, infine, scomparve oltre la recinzione. La folla esplose in una grande ovazione. Non mi alzai; sarei stato un piccolo pino in una foresta, ma non sarei potuto essere più sbalordito se avessi assistito all'atterraggio di una nave spaziale sulla seconda base.

Purtroppo, la realizzazione del record mondiale prese il suo pedaggio su Gorbous; quell'estate subì un intervento chirurgico e si ritirò poco dopo. Dopo aver lavorato nel settore dell'arredamento con suo padre a Calgary, e più tardi per un'azienda che forniva case mobili e ristorazione per una compagnia di prospezione di petrolio e gas. Gorbous morì nel 1990, circa un mese dopo essere stato sottoposto ad un intervento a cuore aperto, all'età di 59 anni.

Glen Gorbous è stato eletto nella Hall of Fame di Alberta nel 1989. Il suo record mondiale da Guinness per il tiro più lungo di una palla da baseball deve ancora essere superato.

Riferimenti da: The J.G. Preston Experience e ALBERTA CULTURE & TOURISM

 

 

Il giorno che i Boston Braves e i Brooklyn Robins andarono al 26° inning

Brooklyn Robins 1920
Boston Braves 1920

Se avete una certa età, forse vi ricorderete i Brewers-White Sox nel 1985 che andarono al 25° inning. Si potrebbe anche ricordare quando i Mets e i Cardinals fecero la stessa cosa un decennio prima. In queste partite furono utilizzati rispettivamente 14 e 13 lanciatori.

Rispetto a quanto accadde il 1° maggio 1920, queste partite non furono niente. Quell'anno i Boston Braves e i Brooklyn Robins stabilirono il record giocando 26 inning - utilizzando un solo lanciatore ciascuno - prima che la partita venisse sospesa a causa dell'oscurità nella situazione di parità, 1-1.

"In materia di emozioni", ha scritto Ralph Blanpied del New York Times, "il più anziano uomo vivente non può ricordare niente di simile e non può trovare nulla nel diario del nonno degno di confronto".

La partita, la decima della stagione per Boston, e la 13a per Brooklyn, si giocò al Braves Field il primo giorno dell'ora legale. All'inizio, non sembrò esserci qualcosa di speciale. Brooklyn fu la prima a segnare nel quinto, toccando la veloce di Joe Oeschger per segnare un punto con due singoli sparsi su una scelta difesa. I Braves pareggiarono nel sesto contro lo specialista di curveball Leon Cadore, quando Walton Cruise colpì un triplo e andò a segnare su un singolo di Tony Boeckel. L'inning terminò quando Boeckel venne eliminato mentre cercava di segnare sul doppio di Rabbit Maranville.

E questo fu tutto, poi inning dopo inning continuò senza punti.

La partita sembrò finire nel nono quando, con le basi piene e un out, i Boston di Charlie Pick colpirono una forte rimbalzante nel mezzo. L'interbase dei Robins, Ivy Olson, fu abile, però, a toccare il corridore di passaggio, tirando in prima per completare il doppio gioco.

Chiunque avrebbe potuto segnare negli extra innings ma la situazione migliore si presentò nel 17° inning, quando Brooklyn caricò le basi con un out. Mentre i giocatori stanchi guardavano, Rowdy Elliot colpì su Oeschger, che tirò al piatto per il secondo out dell'inning. Il catcher Hank Gowdy provò a tirare in prima per completare il doppio, ma il suo tiro basso schizzò contro il prima base Walter Holke. Il corridore in seconda, Ed Konetchy, la vide come una grande opportunità e girò la terza, determinato a segnare.

Konetchy era stato un corridore eccezionale nel corso della sua carriera, in media aveva realizzato 24 basi rubate a stagione tra il 1909 e il 1915, ma nel 1920 aveva 34 anni ed era più lento di diversi passi e rubò solo tre basi.

Ed Konetchy, dei Brooklyn Robins, fu leader del fielding percentage delle prime basi della League per otto volte e batté .281 in 2085 partite

Comunque, mentre Konetchy si lanciava verso il piatto, cercò in tutte le maniere di arrivare salvo. Il tiro di Holke a casabase non fu molto preciso, e tutto quello che il catcher Gowdy potè fare fu di tuffarsi indietro e con la palla nella sua mano nuda e tesa effettuare la toccata disperata.

In qualche modo funzionò. L'arbitro di casa base Barry McCormick chiaramente chiamò out Konetchy, e la partita inesorabilmente continuò.


La vignetta apparsa sul Boston Globe nel 1920

Mentre il tempo passava, chiunque era rimasto dei primi 4500 tifosi ricordò che il record della National League per innings giocati era di 22, realizzato tre anni prima dai Pirates e i Robins stessi. Straordinariamente, Cadore aveva iniziato anche quella partita per Brooklyn, ma lanciò solo sette innings.

Questa volta, Cadore stava lanciando quasi quattro volte quell'incontro, rinfrancato dal fatto che né lui né Oeschger sembravano stanchi mentre la partita andava avanti. Negli ultimi sei inning, infatti, entrambi i lanciatori tennero a secco le mazze avversarie.

Alla fine del 22° inning, i tifosi videro la possibilità di pareggiare il record della Major League di 24 innings, realizzato dagli Athletics e dai Red Sox nel 1906 (allora, Cadore doveva ancora iniziare la sua carriera in MLB). Una volta che il record venne superato, ricordò Ralph Blanpied: "I tifosi meno forti cominciarono a mostrare segni di irrequietezza agitandosi nei loro sedili e farfugliando con un movimento perpetuo e infinito".

Infine, alle 6:50, l'arbitro McCormick pose termine al gioco. C'erano volute tre ore e 50 minuti, con 182 battitori che realizzarono 24 valide. Il prima base dei Braves Walter Holke registrò 42 eliminazioni. I 12 assists di Cadore rimangono il record in una singola partita per un lanciatore. L'Hall of Famer Zack Wheat andò solo 2 su 9 per Brooklyn, ma gli andò bene; lo shortstop dei Robins Chuck Ward finì senza valide in 10 at-bats, mentre il seconda base dei Braves Charlie Pick andò 0 su 11 (che gli costò 74 punti nella media battuta, da .324 a .250).

Mentre McCormick rifletteva se continuare a giocare, un certo numero di giocatori non voleva accettare l'idea della sospensione, in particolare Olson supplicò l'arbitro: "Voglio essere in grado di raccontare ai miei nipoti che in un pomeriggio ho lanciato l'equivalente di tre partite".

Poi, ricordò un esaurito Cadore: "forse finirla fu la miglior cosa". Ventisei inning di lavoro fatti con un lanciatore!

Una settimana dopo quando i due pitchers si incontrarono nuovamente, Cadore chiese a Oeschger come andava.

"Ho aspettando di vedere come ti sentissi", disse Oeschger, "Abbiamo rovinato noi stessi".

I primi segnali furono in linea con quanto affermato da Oeschger. Dopo la partita, Cadore si buttò a letto nell'hotel della squadra e rimase lì mentre i suoi compagni di squadra andarono a Philadelphia. Quando tornarono in città, il giorno dopo, non si era ancora alzato. Una volta in piedi, non riusciva a sollevare il braccio abbastanza per mettersi il cappello.

Oeschger disse che non rimase a letto perché non poteva dormire dal dolore, aggiungendo che non avrebbe sentito nulla se qualcuno lo avesse colpito al braccio con un coltello.

The Brooklyn Daily Eagle del 2 maggio 1920. Per leggere l'intero articolo cliccare qui

Entrambi gli uomini recuperarono. La stagione successiva, Oeschger registrò l'unica campagna di 20 vittorie della sua carriera, mentre Cadore vinse più partite in carriera dopo la maratona (42) che prima (29).

Per quanto riguarda le loro squadre, le successive due partite di Brooklyn, contro Philadelphia e la rivincita con i Braves, durarono rispettivamente 13 e 19 innings. Straordinariamente, il manager dei Robins, Wilbert Robinson, utilizzò solo un singolo lanciatore per ognuna di queste partite, il che significa che tre pitchers di Brooklyn combinarono assieme 58 innings in tre games. Per tutto questo disturbo, Brooklyn andò 0-2-1, che si è trasformò in 0-3 quando persero la ripresa della partita sospesa a Boston, giocata nella sua interezza più tardi nella stagione.

Leon Cadore
Joe Oeschger

Vignetta della storia del Braves Field dove si racconta anche il record di Cadore - Oeschger. Per ingrandirla cliccare qui

Riferimenti da: "The Day the Boston Braves and Brooklyn Robins Went 26" di Jason Turbow ; "May 1, 1920: An extreme exercise in futility: Braves, Dodgers play 26 innings to no decision" di Warren Corbett

 

 

I "Funmakers" del Black Baseball: Miami Ethiopian Clowns

I nomi dei giocatori dei Miami Ethiopian Clowns sembrano uscire dal cast del seguito di "Notte al Museo": King Tut, Abbadaba, Tarzan, Ulysses Grant Greene, Wahoo, Goose Tatum, Highpockets West, Peanuts Nyassas, Haile Selassie, imperatore dell'Etiopia.

Oscurati da questi nomi vivaci e dalle buffonerie vaudevilliane che hanno accompagnato le loro performances dobbiamo ricordare che questi intrattenitori hanno anche giocato ad un baseball di prim'ordine - come dimostrano i numerosi titoli della Negro American League e dei tornei semi-pro - e lo hanno fatto più a lungo di qualsiasi altra squadra della Negro League. Prendendo i Clowns in tutto il paese in un programma di barnstorming ricco di ben 200 partite all'anno, il loro annuale viaggio di baseball iniziava ogni anno a Miami.

Forse non dovrebbe sorprendere il fatto che lo stato della Florida, che ospita Emmett Kelly, i Ringling Bros. e Barnum & Bailey Circus e il Florida Clown College, possa anche vantare gli Ethiopian Clowns, che hanno continuato e forse perfezionato una tradizione di buffonate del baseball che risaliva al 1880 e agli inizi del baseball professionistico nero. A partire dalla fine degli anni '20 come squadra semiprofessionistica dei Miami Giants, i principi del clown del baseball si sono adattati e si sono evoluti lungo una linea temporale che si è estesa fino alla fine dell'amministrazione Reagan prima di scomparire nelle nebbie della storia come oscura fu la loro prima apparizione. Certamente fu il più longevo dei team neri, i Miami-Cincinnati-Indianapolis Clowns sono stati probabilmente anche l'avventura imprenditoriale di maggior successo della black ball, un risultato dovuto principalmente alla perseveranza, al buon senso degli affari e all'adattabilità del proprietario dei Clowns Syd Pollock, un ebreo bianco di Tarrytown - New York.

Poiché sopravvissero a tante minacce esistenziali, delocalizzazioni e cambiamenti di proprietà, e in definitiva alla loro pura longevità, questa infaticabile banda di "funmakers" del baseball (letteralmente: creatori di divertimento), come piaceva chiamarli i giornali neri, servì come una sorta di motivo caratteristico, come una linea di basso nella musica, quando si ci si riferisce ai molti riff, zig e zag della storia del baseball nero. Le League andavano e venivano, ma i Clowns rimanevano, a volte accolti da quei campionati, ma più spesso rifiutati. Jackie Robinson esplose attraverso la barriera della linea del baseball bianco, sottraendosi immediatamente alle partite delle Negro Leagues, ma i giullari del baseball continuarono a fare clownerie. La proprietà della squadra passò di mano diverse volte, almeno una volta nella mezza stagione, ma l'autobus barnstorming continuò a muoversi, mantenendo l'esclusiva miscela di gags, showmanship e performances nel diamante da Dade County, in Florida, a Denver, a Winston-Salem, North Carolina, dove l'interbase diciottenne dei Clowns Hank Aaron trascorse lo spring training nel 1952 a Wichita, nel Kansas, e partecipò al primo dei numerosi tornei semiprofessionisti nazionali di quella città.

Cuban Giants 1910

Le tradizioni comiche dei Clowns, che alla fine possono essere ricondotte alla cultura popolare africana, sono state più direttamente prese in prestito dalle precedenti squadre della Florida, i Cuban Giants, la prima avventura del baseball nero praticabile del paese e, quindi, la squadra che ha mostrato che c'era davvero la possibilità di ricavare soldi nello sport anche mentre veniva ridisegnata la linea di colore. Questi giocatori di baseball non erano né cubani né eccezionalmente "giganti", e potevano avere adottato o meno il linguaggio spagnolo "Cuban" per intrattenere i clienti degli hotel bianchi a St. Augustine, Jacksonville e a Palm Beach. Quello che si sa è che i Giants hanno giocato "un grande baseball, ma, al di fuori di ciò, favevano più canti, grida, divertimento e bluff di tutte le squadre del campionato messe insieme", secondo un rapporto del New York Sun del 1888. Era nata un'attività di clown del benessere.

I Giants dovevano la loro esistenza immediatamente redditizia al boom edilizio che si sviluppò lungo la costa orientale della Florida, a partire da St. Augustine e che si estese fino a Palm Beach e Miami. Di giorno i Giants potevano intrattenere la ricca clientela bianca al nuovo Hotel Ponce de Leon e all'Hotel Alcazar a St. Augustine, e di notte i giocatori di baseball servivano quegli stessi ospiti come camerieri nei ristoranti dell'hotel. Questo modello di business di giocatore nero e albergatore bianco alimentò la crescita dello sport segregato fino al ventesimo secolo. Quando nacquero gli hotel di lusso e le località balneari della Florida, fiorirono le squadre di baseball nere.

Verso la metà degli anni '20, il baseball nero era su un terreno relativamente stabile, e sebbene la storia dei Miami Giants sia alquanto oscura, diverse voci accreditano Johnny Pierce, un contrabbandiere, e Hunter Campbell come i fondatori della squadra (Un membro delle squadre dei Giants del 1934-36, John "Buck" O'Neil, ricordava che un compagno di squadra, per coincidenza, si chiamava Buck O'Neal, era stato comproprietario con Pierce, ma quel ricordo non è corroborato da nessun'altra fonte). La scelta del nome "Giants" di Pierce e Campbell per identificare la squadra non deve sorprendere; le squadre nere adottarono frequentemente "Giants", e lo fecero attraverso la storia delle Negro Leagues, una pratica che consentì ai proprietari di risparmiare denaro pubblicitario. Se i fans vedevano "Giants" su un annuncio o su uno spot pubblicitario, secondo lo storico delle Negro Leagues, Larry Lester, potevano supporre che fosse una squadra nera.

I Giants di Pierce giocavano spesso con gli Zulu Cannibal Giants di Charles Henry, un'altra squadra di "clowning" che giocava a baseball nell'inverno a Miami. "Sabato gli Zulu hanno sfilato su e giù per la Second Avenue, una grande strada per i neri a Miami, e quella domenica abbiamo riempito quel piccolo ballpark lì", ricorda Buck O'Neil. Le sfilate erano una forma di promozione, il passa parola di un'imminente partita, secondo un altro Miami Giant, Leroy Cromartie: "Andavamo in giro per la città, guidando la macchina e suonando il clacson. Questo è il modo in cui li abbiamo davvero catturati".

Con la sede a Louisville, nel Kentucky, gli Zulu erano noti per indossare gonne di paglia e parrucche e si dipingevano i volti con i colori di guerra e si esibivano a piedi nudi in danze di guerra: un assortimento di espedienti che fornisce la lente attraverso cui vedere perché così tanti nella comunità nera hanno trovato queste squadre di clowning molto problematiche. Utilizzando il peggio degli stereotipi neri, e distratti da questo non si notavano i risultati atletici altrimenti impressionanti di queste squadre sul campo, tali atti da "minstrel" (*) hanno impedito a molti giornalisti sportivi neri di riconoscere queste squadre come membri a tutti gli effetti del baseball nero. Gli sportswriters accusavano quelli che chiamavano "sideshows" (sideshow è uno spettacolo secondario che si associa a un circo, un luna park, una fiera o altre attrazioni di questo tipo) di ostacolare il progresso della razza. L'editore sportivo del Pittsburgh Courier, Wendell Smith, ha scritto che non gli piaceva il potenziale effetto sulle percezioni dei bianchi riguardo al baseball nero. I bianchi "amano credere" che la slapstick comedy (è un sottogenere del film comico nato con il cinema muto in Francia nei primi del Novecento e sviluppatosi negli Stati Uniti negli anni venti, fondato su una comicità elementare che sfrutta il linguaggio del corpo e si articola intorno a gag tanto semplici quanto efficaci) e l'approccio nonsense "sono tipici e caratteristici di tutti i neri" . Il Chicago Defender definì tale 'minstrelsy' un danno per il baseball della Negro League.

Ciononostante, Pierce e Campbell furono ispirati dagli Zulu a portare i loro Giants nel "circuito dei minstrel" del baseball, come riporta lo storico Donn Rogosin. Campbell comprò due Cadillac con pedane per trasportare la squadra, e contrasse un accordo con Syd Pollock per prenotare le partite dei Giants nel Nordest, come già stava facendo per gli Zulu. Nel 1936, Pierce e Campbell rinominarono i Giants nei Miami Ethiopian Clowns; i giornali riportarono per la prima volta il nuovo nome nel giugno di quell'anno. Forse il soprannome era stato concepito per comunicare rapidamente sia il colore dei giocatori che l'intrattenimento comico con cui si inframezzavano le partite. "Clowns" ha senso; fa riferimento agli scherzi con la palla e la mazza e gli sketches da vaudeville che la squadra avrebbe perfezionato ed esibito per più di cinquanta anni. Ma perché "Ethiopian"?

Pierce e Campbell sembravano aver semplicemente preso in prestito il nome dai titoli dei giornali neri, inclusi i grandi settimanali, il Defender e il Courier. L'Italia fascista di Benito Mussolini attaccò l'Etiopia nel 1935, dando inizio a una guerra durata sei anni che la stampa nera seguì da vicino e sistematicamente mise in prima pagina, in netto contrasto con la stampa ufficiale. Ad Harlem, nel marzo del 1935, nel corso della guerra, per esempio, "tutti, dai fattorini degli alberghi ai leader delle orchestre jazz, erano ugualmente disturbati" dalla possibilità di un conflitto armato. Per tutta la colonizzazione forzata dell'Italia, i giornali neri esprimevano simpatia per l'Etiopia, che aveva un leader nero Haile Selassie.

Il riferimento etiopico del team è stato visto da alcuni come uno sfruttamento della simpatia nera, che ha incoraggiato i proprietari della Negro League ad opporsi che i Clowns entrassero nelle Negro League. Il comproprietario degli Homestead Grays, Cum Posey, ad esempio, scrisse nella sua rubrica settimanale sul Courier nel 1942 che i giornalisti sportivi "si sentivano sempre disgustati da Syd Pollock per aver capitalizzato lo stupro dell'Etiopia quando quel paese era in difficoltà". E.B. Rea del giornale Afro-American ha preso una visione diversa, chiamando la mossa per bloccare i Clowns "divertente come i Clowns stessi. Se così tanti stavano pagando per vederli scherzare e divertire, quanto sarebbe diventato più entusiasmante vederli giocare in una competizione della Negro American League?". È importante notare che, tuttavia, l'editorialista sportivo fece eccezione alla "buffoneria" per la quale i Clowns erano conosciuti, descrivendoli come una squadra disdicevole che sperava di "distruggere il baseball bianco".

Pollock si occupò della maggior parte delle esibizioni per il tour dei Clowns su e giù per la costa orientale, motivo per cui nel 1937, con la salute di Pierce vacillante, Pollock intervenne con il capitale necessario per mantenere in funzione il bus della squadra. Secondo il figlio di Pollock, Alan, suo padre pagò la vedova di Pierce per la sua parte, anche se in un altro dei resoconti di Alan Pollock, il trasferimento di proprietà avvenne a seguito del finanziamento da parte del padre nella stagione di barnstorming della squadra. Raymond Mohl descrive Pierce amareggiato per l'acquisizione di Pollock, il che significa che il vecchio Pollock prese possesso della proprietà prima che Pierce morisse nel 1937. Campbell, che era il business manager della squadra, continuò con la squadra fino alla sua morte nel dicembre 1942. Grazie a Pollock e Campbell, gli Ethiopian Clowns divennero un successo al botteghino negli ultimi anni Trenta, attirando folle ovunque andassero, tra cui lo Yankee Stadium e il Comiskey Park.

La carriera di Pollock nel baseball nero iniziò più di dieci anni prima, nel 1928, quando comprò da Ramiro Ramirez gli Havana Red Sox, una squadra di giocatori per lo più cubani che iniziava ogni stagione a Miami. I Red Sox hanno iniziato il tour barnstorming la stagione successiva con un set di otto partite contro una squadra amatoriale schierata dai Miami Athletic Club. Dopo aver aggiunto le esibizioni clownesche con la sparizione della palla e giochi con la mazza e le comicità di routine nel 1930, la squadra divenne i Florida Cuban Giants, poi nel 1931 i Cuban House of David e infine i Cuban Stars nel 1932.

Dal Pittsburgh Courier,10 gennaio 1931, p. 14

Il nome dei Cuban House of David fu "preso in prestito" da una popolare squadra di barnstorming, una band di baseball con la barba con sede a Benton Harbor nel Michigan, conosciuta come la House of David, che vide nascere diverse squadre emule in tutto il paese. Per combattere le violazioni dei nomi, la squadra originale della House of David fece ricorso alla House of David Originals. "Ho dato origine al 'pepper game' e ora quasi tutti i club viaggianti del paese e otto o 10 squadre universitarie copiano il gioco", raccontò il proprietario originale J. L. "Doc" Talley a un giornale. I giocatori dei Cuban House of David di Pollock si sono fatti crescere i capelli per abbinarli al loro soprannome, probabilmente irritando ulteriormente Doc Talley. Secondo i materiali promozionali di Pollock, questi barbuti del baseball erano "le più strane aggregazioni di baseball e un'attrazione bizzarra ed eccentrica". I San Petersburg Florida Stars neri erano frequenti avversari della squadra, in particolare nei loro viaggi annuali a nord dall'Avana attraverso la Florida.

Così, quando Pollock cominciò a dirigere i Clowns, aveva già sperimentato miscele di baseball e commedia, e aveva imparato e persino perfezionato come promuovere le partite sulle pagine dei giornali neri. Anche una lettura casuale di questi settimanali rivela quanti dei progressi di Pollock, che oggi si chiamerebbero comunicati stampa, ne hanno reso la pubblicazione praticamente inalterata: "Una commedia senza pari, un grande baseball stellare, oltre a tutti i tipi di attrazioni aggiunte sono disponibili al Comiskey Park il 4 luglio" si legge in uno di questi articoli, pubblicati come comunicato stampa nel Chicago Defender. "Con l'inimitabile King Tut e la sua coorte, Spec Bebop, nelle divertenti e ridicole gags, le 'Imps of the Diamond' sono più popolari oggi più che mai", affermava l'articolo. Cercando di bilanciare i valori dell'intrattenimento con quelli della competizione sportiva, un altro dei progressi di Pollock, che girava su diversi giornali, sosteneva che il "funmaking " della squadra non interferiva in alcun modo con "le loro capacità di giocare, perché con tutto i loro scherzi, mostrano più velocità di uno stormo di gazzelle, gestiscono la palla con la destrezza dei manipolatori delle tre carte, e in qualsiasi fase di caduta di interesse, scuotono i fans quando infielders e outfielder si avvicinano allo stesso modo sul diamante mentre i lanciatori lanciano la loro fastball ai battitori". All'inizio degli anni Cinquanta, Pollock inviava trentamila comunicati stampa all'anno.

Dave Barnhill, che iniziò con i Clowns prima di diventare un New York Cuban e, nel 1949, un lanciatore delle farms dei New York Giants, assicurò allo storico del baseball John Holway un vivido ricordo dei giorni di gioco con i funmakers: "Siamo andati al ballpark con le facce colorate come i clown, compreso il bat-boy. Indossavamo parrucche e grandi uniformi da clown con colletti increspati. Il mio nome da clown era Impo. Giocavamo a ‘shadow ball’ ... Poi, quando dovevamo metterci al lavoro, ci toglievamo i costumi da clown e avevamo le nostre uniformi da baseball regolari sotto. Ma non struccavamo i nostri volti e abbiamo giocato così".
Il fatto che Barnhill, giocatore della Negro League preso in considerazione per un tryout con i Pittsburgh Pirates e alla fine in Triplo A nell'organizzazione dei New York Giants, in buona fede dovesse fare il pagliaccio con il nome d'arte di "Impo" dimostra il tipo di accordo faustiano tra atleta nero e intrattenitore per fare quello che amavano di più. Come ha detto Hank Aaron, Hall of Famer, i Clowns "non avevano il lusso di occuparci di qualcosa come la tradizione".

A diciotto anni Aaron, di Mobile in Alabama, si unì ai Clowns nel 1952; si era rifiutato di avere qualcosa a che fare con le performances da clown, lasciandolo ai giocatori più anziani come Reece "Goose" Tatum, il leader di lunga data sul campo e prima base dei Clowns, e Buster Haywood.

Negli anni quaranta, molti giornali neri si rifiutavano semplicemente di descrivere le cronache delle partite dei Clowns, vedendoli sempre come un imbarazzo per i neri. Smith scrisse sul Courier nel 1942 che "questa aggregazione viaggia per il paese sfruttando la commedia slap-stick e il tipo di nonsense che a molti bianchi piace credere sia tipico e caratteristico di tutti i neri". Le azioni di pantomima non appartenevano a un diamante da baseball, scriveva, ma a "quelle showboat del Mississippi". Chiamandoli "minstrel show dello zio Tom di quart'ordine" obiettò ancora nella stagione successiva, questa volta alle "inutili bricconate" del club. Smith, Posey e altri credevano che Pollock e altri estranei del baseball nero cercassero di sfruttare gli stereotipi razziali negativi in una banalizzazione delle partite dei neri, una visione che a giudizio storico sembra ingiusta. I contributi di Pollock al baseball nero erano vasti, persino leggendari. Ma non era l'unico bersaglio. Il Courier indicava Abe Saperstein, proprietario degli Harlem Globetrotters di Chicago, di avere una "cattiva influenza", perché organizzando partite per i Clowns stava "ridicolizzando i neri, i giocatori neri e la razza in generale". Nemmeno i giornali coprivano con frequenza spettacoli simili da "clown", come quelli degli Zulu Cannibal Giants, Louisville Black Spiders, Tennessee Rats o Jax Zulos di New Orleans.

Per questi motivi, nel 1940 i proprietari della Negro League concordarono, con uno spirito raro di collaborazione, di proibire ai club membri di giocare con i Clowns. Ma molti club hanno semplicemente ignorato il divieto, trovando il potere di attrazione di Pollock troppo sostanziale da ignorare. I Kansas City Monarchs e i Chicago American Giants furono tra i primi a programmare le partite di esibizione. La stagione successiva, i proprietari minacciarono nuovamente di vietare ai Clowns l'uso di "Ethiopian" da parte di Pollock, un'offesa che Posey disse "capitalizzata sulla rovina dell'unico impero che apparteneva realmente alla razza nera". Da parte sua, Pollock ha detto che il nome era stato approvato dal governo etiopico prima dell'invasione italiana. Ancora una volta, a giugno, i teams della Negro League stavano di nuovo facendo affari con i Clowns, che avevano aggiunto almeno due nuove performance clownesche: "the lightning two ball infield drill" e "fishing act". Anche uno dei critici più accesi di Pollock, l'editore sportivo del Defender Fay Young, ha ammesso che "se alcuni di noi amano il cerone bianco sui volti dei giocatori o meno e i Clowns attraggono spettatori vuol dire che hanno qualcosa che il pubblico vuole".

Incapace di imporre l'ennesimo divieto nel 1942, una proibizione sostenuta dagli "editori sportivi di vari giornali", la Negro American League accettò per la stagione 1943 di aggiungere i Cincinnati Clowns appena battezzati. Il cambio di nome consentì alla League e ai suoi proprietari di salvare la faccia. Ma come al solito, i Clowns iniziarono la loro stagione itinerante al Dorsey Park di Miami. In un campionato sottosopra come la Negro American League, i Clowns furono una costante, giocando in una dozzina di stagioni consecutive e vincendo quattro campionati su cinque negli anni 1950-54. Trasferiti a Indianapolis nel 1946 dopo aver viaggiato avanti e indietro tra Cincinnati e Indy per due stagioni, il club ha resistito alla tempesta post integrazione, che ha visto i fans neri cambiare fedeltà per squadre appena desegregate come i Dodgers, White Sox e Cardinals. Fondata nel 1920 appositamente per effettuare l'integrazione, le Negro Leagues scoprirono che il raggiungimento di quell'obiettivo li rendeva sempre più irrilevanti. Per Smith, le Negro Leagues erano nel 1950 "alle corde e pronte a morire", una descrizione che precedette "probabilmente la peggiore stagione nella storia del baseball nero". Lo storico Larry Lester conclude nella narrazione del suo libro
Black Baseball's National Showcase: The East-West All-Star Game, 1933–1953 che l'ASG attirò solo 10.000 fans, anche se l'All-Star Game continuò in qualche modo fino al 1963. Lester giustifica l'endpoint delle League con il fatto che l'edizione del 1953 fu l'ultima ad esibire un Negro leaguer sulla strada per le Major Leagues, Ernie Banks. Smith riferì che gli scouts delle Big League a disposizione per valutare il rapido restringimento del pool di talenti quell'anno erano "delusi" da ciò che vedevano. Sicuramente alla metà degli anni '50 la Negro American League era diventata semiprofessionista, nella migliore delle ipotesi. Le partite della league erano diversivi che si basavano sempre più sull'intrattenimento a porte aperte e meno sui risultati atletici o sulla competizione. E questo era ovviamente perfetto per i Clowns.

Manifesto del 1944

Non è un caso che l'opening day casalingo dei Kansas City nel 1953 contro i Clowns abbia attirato 18.205 fans - una buona folla secondo i più importanti standard della League - o che un doubleheader dei Monarchs-Clowns a giugno abbia attirato più di 21.000 spettatori, una delle più grandi folle presenti a qualsiasi partita di baseball a Detroit in quella stagione. I Monarchs avevano Ernie Banks, e i Clowns avevano la prima donna del baseball professionistico, la seconda base Toni Stone.

Pollock non aveva finito di fare il pioniere. Sebbene fosse una giocatrice solida, l'aggiunta di Stone per uno stipendio stagionale di 12.000 $ era principalmente un tentativo di vendere più biglietti. L'ex stella del liceo di Minnesota diede ai Clowns "un'attrazione senza eguali nel Negro baseball", secondo il Defender, che in questa fase critica della redditività del baseball nero non ha messo in discussione o criticato l'ultimo espediente di Pollock.

Sul Courier, non riuscendo a vedere alcuna ironia nella sua posizione, Wendell Smith ha criticato Pollock e Stone per aver infranto la barriera sessuale del baseball. Smith asseriva che "il posto di una donna è in casa e non su un diamante", aggiunse che, "è davvero sfortunato che il baseball nero abbia collassato nella misura in cui deve legarsi alle corde del grembiule di una donna per sopravvivere. Il signor Pollock sta cercando di convincerci che lei interpreti la seconda base come Jackie Robinson". Si domandò quanto cattivi dovevano essere i pitchers neri per permettere a "una bambola di battere .217". Non male per una dama. Significava che i lanciatori non avevano nulla sulla palla ma era "solo una copertura".

La più caratteristica cronaca in questo periodo, tuttavia, era quella del Defender, che annunciava il principe dei clown di Indianapolis, Ed Hamann, con il suo "hilarious diamond entertainment", che includeva "in-throws, pepperball shennanigans [sic] and feats of new magic… guaranteed to make even the most casehardened fan roar with glee" (esibizioni di tiri, pepper e gesta di nuova magia ... garantito per far rallegrare con gioia anche i fan più accigliati). La cronaca del Defender fu letta proprio come voleva Pollock, celebrando i valori di intrattenimento "dell'Imps of the Diamond un circo di baseball davvero degno di essere visto". I giornali pubblicavano i comunicati stampa di Pollock senza alterazioni.

Manifesto del 1950

Nel 1954, dopo aver perso Stone che andò ai Monarchs, Pollock aggiunse altre due donne - a seconda base Connie Morgan e la lanciatrice Mamie "Peanut" Johnson - per mantenere viva "una commedia senza pari".

1954 - King Tut, Oscar Charleston e Connie Morgan

Mamie "Peanut" Johnson, dal Chicago Defender, 17 aprile 1954

Tutto quello che restava del baseball nero, sembrava, era il barnstorming, che i Clowns fecero bene alla fine degli anni ottanta, o molto tempo dopo il ritiro di Pollock dopo la stagione 1964, attraverso almeno altri tre cambi di proprietà, e nonostante l'integrazione inversa, di bianchi nelle squadre nere, nel 1968. Quindi, in modi importanti, la storia dei Clowns è la storia del baseball nero: un prodotto di segregazione, un'istituzione (per lo più) nera spesso sfruttata da astuti uomini d'affari bianchi, espressione e celebrazione della cultura e dell'identità nera, ma anche un veicolo per stereotipi, incomprensioni e talvolta degrado. Grazie a tutto ciò, i Clowns si sono dimostrati innovativi, intraprendenti e resilienti, proprio come lo sport che ne aveva così disperatamente bisogno. E anche se dovevano "distinguersi" per intrattenere e forse rassicurare il pubblico bianco, molti furono anche abbagliati con il loro gioco, mostrando abilità che la risata non può e non dovrebbe oscurare.

Manifesto del 1955

Manifesto del 1960

(*) I Minstrel erano una forma di spettacolo statunitense che consisteva in una miscela di sketch comici, varietà, danze e musica, interpretati da attori bianchi con la faccia dipinta di nero, cioè in Blackface o (specialmente dopo la guerra civile americana) da Afroamericani sempre con la faccia dipinta di nero. I Minstrel show rappresentavano i neri in maniera stereotipata, e quasi sempre offensiva: in questi spettacoli erano immancabilmente mostrati come ignoranti, pigri e superstiziosi, e veniva accentuato in maniera caricaturale il loro amore per la musica. Il Minstrel Show è considerato la prima forma teatrale originale statunitense, e fra il 1830 e il 1840 ebbe un ruolo fondamentale nella nascita dell'industria discografica statunitense. Per lungo tempo è stato una finestra su come la popolazione statunitense bianca vedeva la popolazione nera. Nonostante i suoi forti connotati razzisti ha stimolato per la prima volta l'interesse dei bianchi nei confronti della cultura e delle tradizioni afroamericane.

Negro League Baseball 1946 : Reece "Goose" Tatum, Indianapolis Clowns, Kansas City Monarchs

Souvenir Program Indianapolis Clowns del 1968

Riferimenti da: Black Baseball's "Funmakers": Taking the Miami Ethiopian Clowns Seriously di Brian Carroll

 

 

La storia della Dauvray Cup: le World Series del 1887

Prima che venisse assegnata la Temple Cup nella Major League Baseball dal 1894 al 1897, il campione dell'American Association affrontò il campione della National League per la Dauvray Cup dal 1887 al 1890. La coppa prese il nome dalla sua donatrice, l'attrice di Broadway Helen Dauvray. Nel 1887, Dauvray iniziò una relazione con John Montgomery Ward, interbase dei New York Giants e futuro Hall of Famer. Il loro matrimonio fu annunciato nell'ottobre di quell'anno durante le World Series.

Dauvray annunciò le sue intenzioni di presentare il trofeo sui giornali il 21 maggio 1887. L'annuncio descriveva la coppa come "una coppa d'argento da 500 $" nella "forma di un 'calice dell'amicizia' ... alta circa 30 centimetri". Il 1 giugno, la Gorham Silver Company iniziò il processo di creazione del trofeo.

Dauvray Cup dagli archivi della Gorham Manufacturing Company

Quando alcuni, tra cui il presidente della National League Nicholas Young, suggerirono che il trofeo era più per il proprietario della squadra vincente che per i giocatori, Dauvray accettò di assegnare delle medaglie d'oro ai giocatori della squadra vincente e all'arbitro. Alcuni giornali all'epoca, tra cui Brooklyn Eagle e Police Gazette, liquidarono il trofeo come una trovata pubblicitaria progettata più per promuovere la stessa Dauvray che per una passione per il baseball.

Medaglia d'oro Dauvray Cup

La regola originale della Dauvray Cup era che la prima squadra che l'avesse vinta per tre volte avrebbe tenuto il trofeo per sempre - una regola che anche la Temple Cup adottò quando venne alla luce un decennio dopo - ma la Dauvray Cup intesa come sfida finale tra le due League cessò dopo quattro stagioni per il fallimento dell'American Association.

La Coppa Dauvray fu conquistata per la prima volta nel 1887 dai Wolverines di Detroit, della NL, che sconfissero i St. Louis Browns nelle World Series del 1887. Sarebbe anche stata vinta due volte dai Giants di Ward, nel 1888 e nel 1889. La coppa fu assegnata per l'ultima volta nel 1893 ai Boston Beaneaters.

I Beaneaters avevano vinto la coppa per tre anni di seguito, avendo vinto il pennant della NL nel 1891 e nel 1892. Le regole stabilite durante la creazione della coppa dichiararono che sarebbe appartenuta permanentemente alla prima squadra che l'avesse vinta per tre anni di fila.

Dauvray, a quel tempo, non era più interessata né a Ward, divorziò a novembre dello stesso anno, o al baseball, ma non prese alcun provvedimento per fornire una nuova Dauvray Cup in sostituzione di quella originale.

Una nuova coppa sostitutiva venne fornita da William Chase Temple nel 1894, presidente dei Pittsburgh Pirates, che divenne famosa come la Temple Cup.

Secondo John Thorn, storico ufficiale della Major League Baseball, l'ultima menzione della presenza della Coppa Dauvray fu il 12 novembre 1893 a Newport, nel Kentucky. Nel giugno del 1894, Sporting Life si chiedeva in un articolo dove fosse finita. Per la cronaca la Dauvray Cup è andata perduta.

La prima coppa fu messa in palio nell'autunno del 1887 quando la squadra campione dell'American Association, i St. Louis Browns, affrontò i Detroit Wolverines, campioni della National League, in quella che sarebbe stata una serie "esagerata" al meglio delle 15 gare. Per promuovere il gioco, la serie fu giocata non solo a Detroit e a St. Louis, come si potrebbe pensare, ma le partite in programma vennero disputate anche a Baltimora, Boston, Brooklyn, Chicago, New York, Philadelphia, Pittsburgh e a Washington.

Immaginate che i San Francisco Giants e i Texas Rangers giochino una partita in ciascuno dei loro stadi, ma poi viaggino al Wrigley Field, allo Yankee Stadium, al Camden Yards, al Fenway Park, al Busch Stadium tra gli altri, per finire una World Series? Tutto ciò è folle, ma questo tipo di barnstorming non era solo comune, ma era anche una pratica usata durante i giorni dei ragazzi come Bob Feller negli anni '50. Tuttavia, Feller e la sua compagnia era un insieme di all-star che giocava in partite dimostrative itineranti nel paese, ma non per il titolo delle World Series.

La serie durò dal 10 ottobre al 26 ottobre e venne giocata su 11 stadi diversi in 10 città. I Wolverines vinsero il torneo, 10 partite a 5. Solo due delle partite vennero giocate a Detroit.

9 ottobre: ​​i Browns avevano concluso la loro stagione con un record di 95-40, un numero di vittorie così alto che non fu mai più superato fino all'adozione del calendario delle 154 partite. I Wolverines si erano aggiudicati il pennant con 79 vittorie e 45 sconfitte.

10 ottobre: ​​Le World Series iniziarono a St. Louis con i Browns che sconfissero Detroit 6-1. Il lanciatore dei St. Louis, Bob Caruthers, concesse ai Wolverines cinque valide e ne colpì tre lui stesso.

11 ottobre: ​​in Gara 2, i Wolverines segnarono cinque punti non guadagnati per sconfiggere i Browns, 5-3.

12 ottobre: ​​in Gara 3, Detroit vinse a casa, 2-1, in 13 inning. I battitori di St. Louis colpirono 13 valide contro Charlie Getzien, ma segnarono solo una volta. Bob Caruthers tenne i Wolverines a sei valide ma ciò nonostante Detroit segnò due volte.

13 ottobre: ​​in Gara 4, le World Series iniziarono il tour in altre città con una partita a Pittsburgh. Detroit vinse 8-0, con il pitcher Lady Baldwin che concesse due valide.

15 ottobre: ​​in Gara 5, i Browns sconfissero i Wolverine a Brooklyn, 5-2.

16 ottobre: ​​in Gara 6, giocata a New York, Detroit sconfisse St. Louis 9-0. Charlie Getzien realizzò una no-hitter (senza contare le basi su ball) nel nono inning ma si accontentò di colpire tre valide. Charlie Ganzel, che giocava come prima base al posto dell'infortunato Dan Brouthers, guidò Detroit con quattro valide. Brouthers era fuori dalla serie per una distorsione alla caviglia.

17 ottobre: ​​Detroit vinse Gara 7, con un punteggio di 3-1, nel ballpark dei Phillies.

18 ottobre: ​​in Gara 8, Detroit superò i Browns 9-2, al vecchio Dartmouth Street Grounds a Boston, mentre Big Sam Thompson colpì due home run.

19 ottobre: ​​Detroit vinse Gara 9 con un punteggio di 4-2 all'Athletics 'Park e allungò la sua leadership nelle World Series a sette partite a due.

21 ottobre: ​​Dopo una sospensione per pioggia il giorno prima, Detroit e St. Louis giocarono due partite in due città nello stesso giorno. Nella mattinata a Washington, i Browns realizzarono un triplo gioco difensivo nella vittoria per 11-4 su Detroit. In Gara 11, giocata nel pomeriggio a Baltimora, Detroit vinse il titolo e la coppa con la sua ottava vittoria, 13-3.

26 ottobre: ​​le World Series si conclusero con una partita finale a St. Louis. St. Louis vinse la partita finale ma perse la serie, 10 partite a 5. Sam Thompson fu leader di tutti i battitori della serie con una media di .362.

Sam Thompson

Per quanto riguarda quelle eleganti medaglie d'oro, solo14 vennero distribuite in quanto c'erano solo 14 giocatori nel roster. Ad oggi ne esistono solo quattro nel mondo. Due consegnate a Dan Brouthers e a Sam Thompson sono conservate nella Hall of Fame mentre una terza - la medaglia assegnata a Deacon White - era nelle mani di collezionisti privati all'ultimo conteggio. La quarta appartenuta a Charles "Lady" Baldwin's, fu venduta all'asta per 26760 $ nel 2007.